Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

martedì 21 dicembre 2010

Il Natale cinese: colpa di Confucio e...del Partito Comunista

 La festività del Natale è entrata ormai a pieno titolo nel novero delle numerose ricorrenze cinesi: colpa della globalizzazione? In realtà, se le cose stanno così, è colpa di Confucio, con la complicità del Partito Comunista … con buona pace del Grande Timoniere … ma vediamo perché.



Ai cinesi le feste piacciono molto: il loro antico calendario lunare è zeppo di ricorrenze festose , tipo il «quinto giorno della quinta luna», o il «quindicesimo giorno dell’ottava luna»: tutte le festività sono rivolte alle fasi lunari. Il «settimo giorno della settima luna», ad esempio, corrisponde al nostro S. Valentino. Altre festività riguardano i giorni 1 Ottobre, 1 Gennaio, 1 Maggio, che corrispondono a Feste Nazionali. I cinesi hanno un forte legame con le loro tradizioni e vivono molto intensamente le festività che sono legate alle fiabe, alle leggende e ai racconti che tramandano da generazione in generazione.

Il «quindicesimo giorno dell’ottava luna» corrisponde al “Festival di Metà Autunno” e si festeggia in famiglia con i parenti: si tratta una festa molto sentita, simile al nostro Natale dove le famiglie si riuniscono e portano in dono Moon Cake (Tortini della Luna) , dei tortini salati a forma circolare, fatti di zucchero, noci, sesamo, uova, prosciutto, semi di loto, petali di fiori ed ingredienti a scelta che rappresentano la luna, e la loro forma circolare equivale al simbolo della riunificazione.

Il giorno del Capodanno lunare, o Festa della Primavera, si tiene un banchetto familiare in onore degli antenati e dei membri della famiglia che vengono da lontano. È la festa più importante e più celebrata: in memoria degli antenati vengono posti sull'altare di famiglia o sulla tavola cinque o sette bacchette per mangiare, vino, tè e tazze di riso cotto. Poi viene servito un banchetto di sedici o ventiquattro portate, accompagnato da canti di prosperità e di benedizione per il nuovo anno. Vengono indossati abiti nuovi e i fuochi artificiali segnalano l'inizio del nuovo anno.

Il «quindicesimo giorno del primo mese» è la Festa delle Luci che viene celebrata con una processione di lanterne e con una danza di draghi. Il «terzo giorno del terzo mese» è la Festa della Purificazione ed è legata a una pulizia espiatoria delle tombe, con offerte di cibo sulle tombe e successivamente con un pranzo all'aperto sulle colline. Il «quinto giorno del quinto mese» segna l'inizio dell'estate, celebrato con il consumo di focacce di riso, con gare di barche fluviali a forma di drago e con rituali di preservazione dalle malattie per i bambini e di propiziazione della pioggia.

Nel periodo invernale vengono celebrate feste relative alla nascita di eroi e di santi della religione popolare, come i santi protettori locali del suolo che vengono celebrate nel primo e nel quindicesimo giorno di ogni mese. Ogni calendario riflette la storia, le tradizioni, la religione di un popolo: sul filo dei giorni si snodano infatti miti e leggende, riti e usanze, spesso frutto di memorie antiche.

Ma da dove nasce questa passione dei cinesi per i riti e le tradizioni? Ecco che rispunta l’immancabile Confucio, riferimento essenziale di una civiltà millenaria.

Le «Memorie sui Riti» (Li Ji), uno dei cinque classici confuciani, è un’ampia raccolta di prescrizioni rituali e di trattati che spiegano il valore ed i significati dei riti, riti che riguardano praticamente tutti gli aspetti della vita cinese, sia spirituale che materiale, dalla religione alla politica, il diritto, la cultura, le questioni morali, e non ultimi la regole di cortesia e le buone maniere. Il concetto sotteso dal termine cinese “li” infatti, comprende sia il rito inteso come il complesso di cerimonie di culto di una religione, ma anche le norme di giusto comportamento morale e sociale.

Confucio per vivere esercitava la funzione di “esperto” in questi “riti”, che la classe nobiliare stava sempre più trascurando. Il Maestro era convinto che nella Cina arcaica si fosse realizzata una perfetta armonia tra Cielo e Terra: per questo gli pareva che le norme della vita nobiliare fossero le regole più idonee per ristabilire l’ordine religioso e quello sociale, in un periodo così travagliato e decadente come quello in cui viveva. Ma la grande novità del suo insegnamento fu quella di proporre il “li” non solo alla nobiltà ma anche a qualunque persona intendesse perfezionarsi ed elevarsi fino a diventare uno “junzi” un “uomo di valore”.

Pur avendo posto particolare attenzione solo alla morale e al comportamento sociale, il confucianesimo si arricchì rapidamente di risvolti religiosi. Per un breve periodo lo stesso Confucio fu considerato una divinità, e nei templi in cui era eretta la sua statua, fu onorato con sacrifici, ma le cerimonie a lui tributate ben presto acquistarono carattere più laico che religioso. Anche sotto l'aspetto religioso il Confucianesimo si oppose a ogni forma di culto popolare in cui si credesse agli spiriti, agli esorcismi, a forme di divinazione, presentandosi come un vero e proprio culto civile di tipo comunitario, caratterizzato da riti e da preghiere, da feste e da fiere che si svolgevano periodicamente.

Dal 1912 in Cina non esiste più la figura dell’imperatore, elemento chiave del confucianesimo: dal 1949 inoltre, con la proclamazione delle Repubblica popolare, la dottrina del Grande maestro è stata spesso duramente contestata ed attaccata, salvo poi subire negli anni recenti una totale rivisitazione in senso positivo.

Nonostante questi alti e bassi, la cultura confuciana è talmente radicata nel popolo cinese che il “li” è da secoli un patrimonio comune a tutta la società: la “correttezza” (zheng) ossia il rispetto del “li” risulta essere una delle virtù più radicate nella coscienza collettiva.

Ma c’è un altro aspetto, nella società cinese che sostiene il perpetuarsi del binomio tra la tradizione popolare e le festività nazionali ed è il migliorato benessere economico del paese. Infatti le festività tradizionali sono un ottimo incentivo per una maggiore crescita verso i consumi interni, un po’ come succedeva nei paesi occidentali nel dopo guerra e nel periodo del boom economico.

E la festa di Natale?

All'inizio del XX secolo alcuni missionari e studenti venuti da fuori hanno introdotto il Natale nel paese. Una ristretta minoranza di cinesi l'hanno fatto proprio e deciso di festeggiarlo. Questi gruppi si trovavano perlopiù nelle città sulla costa e in altre città grandi o minori. La vigilia di Natale cenavano con amici o in famiglia, cantavano canzoni di Natale, ballavano, e i credenti andavano in chiesa per la messa notturna. Ognuno faceva un po' come preferiva. Le attività e le decorazioni delle case erano sostanzialmente di stile straniero. La rivoluzione culturale ha posto fine a tutto ciò.

Solo dopo la politica di riforma e apertura, il Natale è tornato a far parte delle tradizioni della società cinese. Da circa il 1980 fino ai giorni nostri, il numero di persone che festeggia il Natale e l'anno nuovo è andato crescendo. Ma il Natale non rappresenta più unicamente la festa tradizionale degli stranieri. In Cina son sempre più le persone che gli danno importanza. Ad esempio i commercianti fanno dei saldi, le vetrine attirano più sguardi, ci sono delle pubblicità dappertutto e tutti i luoghi di divertimento propongono un programma natalizio. In questo modo tutti guadagnano un po' di più tra Natale e l'Anno Nuovo.

Naturalmente si decorano gli alberi per strada. Alcune famiglie appendono delle decorazioni natalizie sulla porta d'entrata o alle finestre, ma con l'aggiunta di motivi cinesi. Si mangia un pasto cinese, che non varia molto da quello abituale, ma magari con un'insalata in più.

Stanno cambiando anche le abitudini di molte famiglie cinesi che stanno abbracciando il pensiero “occidentale” basato anche sul consumismo. Proprio sulla base di questa considerazione, dobbiamo dire che il Natale sta diventando sempre più una festa anche per i cinesi, da “copiare”, almeno per quanto riguarda il lato legato al consumismo e al profitto. L’atmosfera natalizia infatti si può sentire e vedere anche in Cina, dagli addobbi che sono presenti nei supermercati, ristoranti, alberghi, ma anche palazzi pubblici, addirittura, in alcune vie, superano gli addobbi occidentali, soprattutto sono caratterizzati da quella fantasia che rende unici i cinesi.

La gente non si fa gli auguri per strada, non ci sono le file ai negozi di giocattoli per bambini, il 25 dicembre è un giorno di lavoro come gli altri; eppure sono tanti ed enormi gli abeti addobbati con luci colorate e palline luccicanti: già oggi la Cina produce circa l'80 per cento mondiale di tutti gli addobbi, i balocchi e tutte le diavolerie natalizie.

Mao quindi cede il posto Babbo Natale. E' un ordine del partito: "compagni festeggiate!". Il messaggio parte dal cuore del potere comunista: dall'alto, si vuole che i cittadini confuciani si diano allo shopping sfrenato per celebrare la festa occidentale per antonomasia.

A meno di una settimana dalla Vigilia, le principali città cinesi sono adornate di simboli natalizi. La maggior parte delle persone non sa che si celebra la nascita di Cristo, ma considera il Natale l'equivalente straniero del Capodanno Cinese. Il valore del paragone, considerata l'importanza dell'amato Chunjie (Capodanno Cinese), spinge gli ospitali asiatici a voler rendere al meglio l'atmosfera della nostra festa. Così ne hanno già adottato tutti i simboli: l'albero di Natale, Babbo Natale, le renne, la neve, le luci scintillanti, i canti, i regali, fino ai torroncini e ai panettoni importati dall'Italia.

Il 2009, nelle metropoli dell'Impero di Mezzo, sarà ricordato come l'anno record di spese nel mese di dicembre. In Cina, Natale e Capodanno, d'ora in poi, si chiameranno ufficialmente "Festival del regalo".

Doppie feste, doppi regali, doppi consumi.

Fino a ieri, il Natale capitalista si erano limitati a produrlo da operai e ad esportarlo: addobbi, giocattoli, elettronica, vestiti, a prezzi da fiera. La cosa strana è che la maggior parte degli alberi di plastica del mondo, e le decorazioni natalizie sono fatti proprio in Cina, ma la gente che li fa non sa perché. Ma ora tutto è cambiato. Per la prima volta, lo scorso anno, le spese natalizie interne, in Cina, sono state superiori all'export. Una febbre nazionale.

Dietro il mausoleo di Mao, nelle nuove vie del lusso, davanti ai centri commerciali dei quartieri del business, si aggirano migliaia di confuciani Babbi Natale: distribuiscono doni a bambini stupefatti e vecchi spaventati. Megafoni diffondono "Happy Christmas" anche nel Tempio dei Lama. Le municipalità di Pechino, Shanghai e Shenzen hanno steso 170 chilometri di luminarie. Non ci sono, è chiaro, presepi: ma per il resto, in Cina ormai è più Natale che a Berlino, Roma, o New York.

I giornali, invasi dalla pubblicità di orologi, gioielli e alta moda, osano chiedere discretamente: "Compagni, ma cosa festeggiamo in dicembre?". La maggior parte delle persone delle campagne cinesi non celebrano il Natale e forse non hanno mai neanche sentito parlare del Natale! Un sondaggio ha stabilito che lo sa il 4% della popolazione. Di questo, il 96% ha meno di 24 anni e il 100% naviga in Internet.

Concludendo, quest'anno si può affermare con certezza che la festa del "povero bambin Gesù" sia diventata per i cinesi un nuovo status symbol del benessere. Ma non ci dobbiamo scandalizzare, perché i cinesi tradizionalmente "imitano" ciò che vedono.

E la domanda cattiva, a questo punto, è: Che idea abbiamo dato loro del Natale?

venerdì 17 dicembre 2010

La pietà fliale nella iconografia popolare cinese

Siamo vicini alla fine dell’anno: sicuramente molti di voi avranno ricevuto in passato biglietti augurali cinesi per il Capodanno come questo:
In Cina, l’iconografia popolare connessa con le festività o con le tradizioni è molto diffuse. I maggiori centri di produzione di queste immagini popolari sono Yangliuqing (un sobborgo a ovest di Tianjin) nel nord della Cina e Suzhou ( la famosa “Venezia d’Oriente”) nel sud-est, vicino a Shanghai.

In particolare, Yangliuqing è ampiamente noto in tutto il paese per la illustrazione di storie famose nella tradizione. Durante il regno  dell'imperatore Shundi della dinastia Yuan (1271-1368), un artista popolare che era specializzato in incisione, andò a rifugiarsi nella città di Yangliuqing. Grande fu la sua gioia quando si rese conto che la zona era ricca di foreste giuggiolo, in quanto il giuggiolo cinese è il miglior materiale per incisioni. In seguito, seguendo le orme del maestro, la gente del paese ha seguito il suo esempio, sviluppando una scuola di arte popolare. Nel 13° anno del regno di Yongle della dinastia Ming (1415), quando fu inaugurato il Grande Canale, carta fine e acquerelli prodotta nel sud della Cina furono trasportati a Yangliuqing, dando nuova vita all'arte dell'incisione e della stampa in città. Durante la dinastia Qing (1644-1911), a Yangliuqing operavano circa 100 laboratori di pittura e più di 3.000 persone erano sono impegnati nella creazione delle immagini augurali per il Capodanno. La città divenne poi nota a livello nazionale come per questo tipo di iconografia: si diceva che in ciascuna famiglia di Yangliuqing c’era almeno uno bravo a dipingere. In particolare divennero famose la famiglia Qi, che eccelleva nella pittura di racconti storici, e la famiglia Dai, che si era invece specializzata nella rappresentazione di drammi popolari.



Questi quadretti sono realizzati principalmente con tecniche combinate di stampa su blocchi di legno e pittura a mano. Ingegnose ed originali per la composizione, con tratti freschi e lisci, forme vivide e realistiche queste opere utilizzano come spunti di base antiche bellezze, dei bei bambini, richiamano tradizioni popolari o storie da opere classiche, miti e leggende.


Dopo la seconda guerra dell'oppio (1856-1860), Yangliuqing ha subito un periodo declino: solo nel 1926, Huo Yutang, discendente della famiglia di Huo Yuchenghao (una delle più famose famiglie di artisti) fondò il più grande laboratorio di pittura in Yangliuqing, ridando vita ad una tradizione secolare.

Uno dei temi cari all’iconografia popolare è quello della “pietà filiale” , tema trattato in uno dei cosiddetti “classici confuciani”, “Classico della Pietà Filiale” (Xiao Jing). L’argomento centrale dell’opera è la virtù dell’ «devozione» o «pietà filiale», che va intesa come il sentimento, misto di affetto e di rispetto, che il figlio deve nutrire nei confronti dei genitori. A questo sentimento è strettamente congiunto quel dovere di sottomissione e reverenza che l’inferiore è tenuto ad avere nei riguardi del superiore. Il figlio deve rispettare il padre, la moglie il marito, il suddito il sovrano: queste relazioni sono basate su un rapporto gerarchico e la «obbedienza» è la virtù più importante: Il figlio, rispetto ai genitori ha cinque doveri: procurare loro l’alloggio, provvedere al loro sostentamento, curarli durante le malattie, osservare il lutto alla loro morte, fare sacrifici regolarmente ai loro spiriti.
Ed è proprio questo l’argomento di molte illustrazioni dell’arte popolare di Yongliuqing. Vediamone alcune:



La didascalia dice:
“Jiang Ge, vissuto ai tempi della dinastia Han, era un giovane molto devoto alla madre. Erano tempi molto turbolenti e Jiang Ge sfuggiva ai pericoli portando la madre sulle spalle.Una volta incontrò dei banditi che lo volevano uccidere ma lui si lamentò piangendo, che se la madre fosse rimasta sola, nessuno si sarebbe occupato di lei. I banditi si commossero e lo lasciarono libero, perché potesse in futuro fare sacrifici alla madre, dopo la sua morte. Così Jiang Ge poté continuare a fare il suo meglio per contrastare ogni avversità, tutte le volte che la madre aveva bisogno.”



La didascalia dice:

"Min Sun, discepolo di Confucio, di indole molto devota, aveva perso la madre da piccolo.
La sua matrigna confezionava abiti di cotone per i suoi figli mentre per lui usava la lanugine dell’amento. Ungiorno, mentre stava tirando il carro del padre, sentì freddo e cominciò a tremare ed il carro si rovesciò. Quando il padre si accorse dei maltrattamenti della matrigna di Min Sun, aveva deciso di divorziare. Lui, piangendo, lo dissuase dicendo: “Se la mamma resta, io soffrirò il freddo ma se la mamma va via, tre bambini non avranno vestiti”. Quando la matrigna lo seppe, ne fu commossa e da quella volta trattò lui e i suoi figli allo stesso modo."


La didascalia dice:
"Jiang Shi, vissuto nel periodo della dinastia Han, era molto devoto alla madre. Sua moglie Pang Shi conosceva bene il marito ed era assieme a lui devota alla suocera. Alla madre piaceva bere l'acqua di un fiume, che distava dalla casa circa 3/4 Km: ebbene Pang Shi andava tutti i giorni a prendere l'acqua per la suocera. Inoltre a lei piaceva mangiare il pesce sminuzzato: entrambi tutti i giorni le cuocevano questo cibo. Un giorno, vicino alla casa, iniziò a sgorgare una sorgente d'acqua che aveva lo stesso sapore di quella del fiume. Non solo, ma ogni giorno una coppia di carpe saltava fuori dalla sorgente, consentendo loro di servire la madre senza dovere andare lontano … e tutto ciò grazie alla loro pietà filiale."


E’ impressionante il candore e l’ingenuità di queste storie! Questo è, a mio giudizio, uno dei misteri della psicologia cinese: non si riesce a capire come un popolo così sensibile e delicato nei sentimenti familiari sia poi capace delle durezze che tutto il mondo rimprovera alla Cina …

Lo Xiao Jing è un testo che può aiutare il lettore occidentale a capire alcuni tratti caratteristici della civiltà cinese, quali ancora oggi si manifestano. L’emigrazione dei cinesi, per esempio, si distingue per la tendenza molto marcata a ricreare, anche nei paesi stranieri, i vincoli della comunità di origine. Questo spirito, che secondo la nostra mentalità potrebbe essere definito “campanilistico”, se non “mafioso”, trova invece spiegazione proprio nella “pietà filiale”, che consente la conservazione di quell’organico sistema familiare, solidale e gerarchico, che affonda le sue radici nella tradizione confuciana.

Tuttavia in Cina si stanno verificando grandi cambiamenti sociali che mettono in seria crisi questo principio millenario: alla fine del 2009 si contano 167 milioni di anziani (quasi tre volte la popolazione italiana), in cui più dell'11% supera gli 80 anni. A questo vanno aggiunti i circa 32 milioni di anziani disabili o con handicap vari. Più del 50% delle coppie anziane (che spesso rimangono nelle campagne, nelle città più piccole, nelle zone dell'interno) vivono sole, lontane dai propri figli. La migrazione interna dei giovani sta frantumando le famiglie e il problema dell’assistenza agli anziani sta diventando una grande criticità in un paese abituato tradizionalmente a risolverla nel privato. Una parte importante del 12° piano quinquennale sarà costituito dai sussidi alla popolazione anziana: il piano propone la continuazione ,nelle campagne, del sistema delle "5 garanzie" (五保,che i riguardano i basilari bisogni degli anziani) per anziani e disabili a basso reddito, e nelle città, di assistenza per gli anziani dei "tre no" (无三,cioè per gli anziani senza parenti, senza lavoro, senza possibilità di lavorare). Saranno disposti servizi gratuiti, a prezzo ridotto, sviluppo completo dei servizi di assistenza sociale, miglioramento dei servizi di pensione sociale nelle città e nei quartieri, organizzazioni di servizi per assistenza domiciliare agli anziani, la costituzione di centri generali di assistenza sociale a livello distrettuale, organizzazioni di servizi assistenziali anche a livello comunale, la disposizioni di 30 letti nuovi ogni 1000 anziani. In generale, manca in Cina un'adeguata preparazione del personale specializzato nell'assistenza degli anziani: infatti, di fronte ad una domanda colossale, al momento ci sono in tutto il paese solo alcune decine di migliaia di addetti con una qualifica professionale. Il vice-ministro Dou Yupei ha posto l'accento sul miglioramento del livello di specializzazione, visto come inseparabile dallo sviluppo delle scuole superiori, tecniche, professionali, infermieristiche e dei vari settori nella medicina. Un altro passo sarà quello di promuovere, organizzare, sviluppare ed istituzionalizzare i servizi di volontariato che riguardano l'assistenza ad anziani e disabili.

E qui ritorna l’attualità del grande Confucio: Il “Progetto Confucio” data dal 2002, quando il governo cinese ha deciso di diffondere la lingua e la cultura cinesi nel mondo. Gli istituti Confucio – oggi presenti in più di 36 nazioni - servono non solo per apprendere la lingua e la cultura, ma anche per avere "una visione più chiara della Cina moderna". Grazie all'importanza della Cina nel mondo, gli studenti stranieri di lingua cinese crescono sempre più: secondo l’agenzia Nuova Cina nel mondo vi sono circa 30 milioni di stranieri che studiano cinese ed anche in Italia, nelle università di lingue, i corsi di cinese stanno avendo un boom di iscrizioni. Il progetto del governo cinese vuole promuovere non solo lo studio all'estero, ma anche diffondere le idee del grande filosofo in patria. Il desiderio di mostrare un volto noto alla cultura mondiale, la crisi della moralità e dei valori spirituali nel paese, la ricerca di identità ha fatto puntare tutto sul filosofo del V secolo a.C., sulla moralità da lui predicata, soprattutto la pietà filiale, l'obbedienza alle autorità, il sacrificarsi per il clan. La nemesi è che sia proprio il governo comunista a riportare in luce un filosofo che Mao ha tentato in tutti i modi di distruggere e che la Rivoluzione Culturale ha giudicato un simbolo della "arretratezza feudale".

Ma si sa, “è del saggio cambiare opinione…”



martedì 14 dicembre 2010

La raccolta delle prugne


Le prugne vanno colte subito:
non ne restano che sette.
Approfittiamo del momento propizio
per trovare, fra i tanti, l'uomo adatto.

Le prugne vanno colte subito:
non ne restano che tre.
Approfittiamo della giornata di oggi
pre trovare, fra i tanti, un uomo adatto.

Le prugne vanno colte subito,
e messe nel cesto inclinato.
Approfittiamo di questo incontro
per trovare, fra i tanti, l'uomo adatto.

Shi Jing - Il classico delle poesie -Parte I

domenica 12 dicembre 2010

Quando la radice è marcia...


Il re Wen Wang disse:
"Ahimè, tu, sovrano degli Yin e degli Shang,
hai intorno a te solo cicale,
che trasformano la corte in brodaglia bollente.
I mandarini piccoli e grandi, prossimi alla rovina,
deliberatamente si allontanano dalla giusta via,
nel paese suscitano odio,
inimicizia provocano all'estero.
Ahimè, tu, sovrano degli Yin e degli Shang,
non sai che la gente usa dire:
L'albero sta cadendo
non per le foglie morte
ma per la radice marcia.

Shi Jing - Classico delle Poesie - parte II (Poesie Nobili)

venerdì 10 dicembre 2010

Grandi manovre in Parlamento: il Maestro Sun consiglia...

Sun Zi dice:


"La guerra è una questione di importanza vitale per uno stato: comporta vita o morte, sopravvivenza o distruzione. Perciò è necessario occuparsene con la massima cura."

Per prevedere l'esito di una guerra, è essenziale valutare le condizioni dei belligeranti alla luce dei seguenti cinque fattori base:

Carisma, Tempo, Terreno, Comando, Organizzazione

1) Indurre il popolo a condividere le finalità dei governanti, in maniera tale che combattano e muoiano per loro senza disertare: questo è il Carisma

2) Il Tempo si riferisce alle condizioni climatiche: pioggia o sole, caldo o freddo ed altri mutamenti stagionali.

3) Distanze, altezze, facilità o difficoltà di spostamento, dimensioni e sicurezza: queste sono le valutazioni da applicare al Terreno.

4) Intelligenza, rettitudine, umanità, coraggio e severità: queste sono le qualità di un Comandante.

5) L' Organizzazione si riferisce struttura gerarchica del sistema, alla logistica, alle vettovaglie, ai finanziamenti.

Ogni generale conosce queste cinque cose. Chi le esamina, avrà successo; chi non le esamina, fallirà.

Quindi, per valutare le condizioni dei belligeranti allo scopo di prevedere l'esito di una guerra, bisogna considerare i seguenti elementi:

> Quale dei governanti delle due parti ha maggiore carisma?
> Quale dei generali delle due parti è più abile?
> La situazione climatica e le condizioni del territorio favoriscono chi?
> Chi mantiene la disciplina più efficacemente?
> Quali truppe sono le più forti?
> Chi possiede ufficiali e soldati meglio addestrati?
> Quale sistema di ricompense e punizioni è più equo?

Confrontando le due parti su questi argomenti, vittoria o disfatta possono essere previste.
Valuta i vantaggi e schiera le tue forze di conseguenza, con le opportune integrazioni tattiche.
E' la valutazione dei vantaggi che determina la strategia.

La guerra è il gioco degli inganni:

> Se sei abile, mostrati inabile. Se sei capace, mostrati incapace.
> Se intendi attaccare vicino, predisponi i preparativi come per una lunga marcia.
> Se intendi attaccare lontano, fingi di avere raggiunto la meta.
> Alletta il nemico con una prospettiva di guadagno; avvantaggiati della confusione e sconfiggilo.
> Quando il nemico è pronto, stai in guardia; quando è forte, evitalo.
> Suscita irritazione per creare disordine.
> Mostrati pavido per renderli arroganti.
> Spossali con manovre diversive.
> Provoca disarmonia tra le file del nemico.
> Sono impreparati: attacca. non se lo aspettano, fai la tua mossa.
> Non divulgare lo schieramento.
> Non divulgare la strategia.

Chi, in sede valutativa,
è certo della vittoria prima ancora di dare battaglia,
ha dalla sua i fattori strategici più vantaggiosi.

Chi, in sede valutativa,
è certo della sconfitta prima ancora di dare battaglia,
ha dalla sua i fattori strategici meno vantaggiosi.

Chi ha dalla sua molti fattori strategici vantaggiosi,
vince.

Chi ne ha pochi,
perde.

giovedì 9 dicembre 2010

Il maestro Sun e l'arte della guerra

Sūn Zǐ ( 孫子) è stato un generale cinese, vissuto probabilmente fra il VI e il secolo a.C. A lui si attribuisce uno dei più importanti trattati di strategia militare che nell'antichità siano mai stati scritti, L'arte della guerra (Sūn Zǐ bīng fǎ, 孫子兵法). Le fonti delle notizie relative al presunto autore sono scarse e inattendibili, ad eccezione del breve episodio biografico riportato intorno al II secolo a.C. dallo storico Sima Qian, che cita Sun Zi come generale vissuto nello stato di Wu nel VI secolo a.C., contemporaneo quindi di Confucio e di altri importanti intellettuali.


Sun Zi nacque presumibilmente nello stato della Cina settentrionale di Qi. Secondo la tradizione, apparteneva all'aristocrazia minore, che aveva perso i suoi domini come risultato del consolidamento degli stati egemoni durante il periodo delle primavere e degli autunni. Passato alle dipendenze del re dello stato di Wu come consigliere militare, verso la fine del VI secolo a.C., lo aiutò a portare a termine la conquista dello stato di Chu. In seguito alla presunta partecipazione ad un complotto venne evirato e mandato in esilio, dove scrisse il suo saggio. Il suo luogo di morte resta sconosciuto.


L’attribuzione dell'Arte della guerra a Sun Zi è stata contestata da molti studiosi. Nel 1972 furono scoperti alcuni testi incisi su bambù nei pressi di Linyi, nello Shandong. Queste versioni, datate intorno al 134-118 a.C., hanno confermato l'esistenza a quell'epoca di molte parti dell'opera già note e hanno fatte conoscere nuove parti fino ad allora sconosciute.

Le due più note versioni cinesi dell'Arte della guerra erano state fino a quel momento la fonte delle traduzioni nelle altre lingue. Solo dopo le nuove scoperte archeologiche si è aggiunta una versione più completa, edita a Taipei. Questa versione è diventata la fonte delle traduzioni più recenti e complete.

Il testo L'arte della guerra non è un'opera letteraria, bensì un manuale militare contenente regole su come condurre una guerra vittoriosa nell’antica Cina. In caso di guerra l’importante è vincere e vince solo chi sa pianificare in modo che quando si scende in campo si ottenga il massimo profitto nel minor tempo possibile, meglio se senza combattere o col minimo di perdite. La pianificazione deve avvenire in un contesto variabile, con pronte reazioni ai cambiamenti di situazione che portino a rapidi aggiustamenti dei piani e la disposizione tattica, anche applicando manovre irregolari ed imprevedibili ed avvalendosi di stratagemmi per dare al nemico informazioni sbagliate che lo inducano a valutazioni ingannevoli.

Da notare che ne emerge una visione ben poco "militarista" in senso stretto: se una guerra va iniziata solo quando si è sicuri di vincerla allora sarebbero rare le guerre intraprese (vincere il nemico senza bisogno di combattere, questo è il trionfo massimo).

In epoca moderna, l' Arte della guerra ha continuato ad influenzare la strategia militare. Il traduttore Samuel B. Griffith nel capitolo Sun Tzu and Mao Tse-Tung afferma che l'Arte della guerra influenzò la strategia di Mao Zedong ed include una citazione dello stesso Mao a proposito dell'importanza dell'opera di Sun Zi.

L'Esercito degli Stati Uniti ha incluso l' Arte della guerra fra le opere che devono essere presenti nelle biblioteche delle singole unità, per la formazione continua del personale.

Le teorie esposte nell' Arte della guerra, oltre ad essere considerate ancora attuali da molti moderni strateghi militari, hanno trovato applicazioni anche in altri campi, soprattutto in quello delle strategie manageriali, che attingono ad esse per modelli di comportamento da adottare nelle situazioni competitive.

martedì 7 dicembre 2010

Quando arriva il macellaio?


Coloro che traggono le loro risorse dagli altri uomini
sono i parassiti.
Così sono le pulci che vivono su un porco:
le parti pelose del porco le considerano
 il loro palazzo e il loro giardino,
utilizzano le pieghe delle zampe, delle mammelle e delle cosce
 come camere confortevoli e piacevoli alloggi.
Non sospettano che verrà un giorno in cui il macellaio
con larghi gesti delle braccia spargerà per terra della paglia
e prenderà in mano una torcia.
Quel giorno saranno bruciate insieme al porco.
Come loro, i parassiti salgono di grado con il loro protettore
ed insieme a lui cadono in disgrazia.
Zhuang Zi, XXIV

lunedì 29 novembre 2010

Le parole rivelatrici


Ciascuno tende a pensare in questo modo:
ciò che è identico alla mia opinione, lo approvo;
ciò che non è identico alla mia opinione, lo combatto;
l'opinione identica alla mia la ritengo vera;
l'opinione diversa dalla mia, la giudico falsa.
...
Ogni cosa ha la sua verità;
ogni cosa ha la sua possibilità.
...
Chi può avere una visione durevole dell'universo
incessantemente mutevole,
se non colui le cui parole variano quotidianamente,
in conformità della legge naturale.
...
La nassa serve a prendere il pesce;
quando il pesce è preso, dimenticate la nassa.
...
La parola serve ad esprimere l'idea;
quando l'idea è colta, dimenticate la parola.
Potrò mai incontrare qualcuno che dimentica la parola,
per scambiare due parole con lui?

Zhuang Zi,  XXVII/XXVI

venerdì 26 novembre 2010

Intelligenza viaggia verso Nord

Intelligenza viaggiò, verso il nord, fino all'acqua oscura, scalò il monte dell'Indistinzione e incontrò Enunciato del non-agire. Intelligenza gli disse: " Vorrei farvi delle domande. Per conoscere il Tao, che cosa si pensa e su cosa si riflette? Per restare nel Tao, quale posizione si adotta e a che cosa ci si appica? Per possedere il Tao, da dove si parte e quale strada si segue?". Enunciato del non-agire non dette nessuna risposta a queste domande. Non che non volesse, ma non sapeva cosa rispondere.

Non avendo ottenuto nessuna risposta, Intelligenza tornò da dove veniva, prese la direzione dell'acqua bianca, verso sud, si arrampicò sulla collina del Vuoto del dubbio e vide il pazzo che non sa rispondere. Gli fece le stesse domande. "Ah" disse il pazzo che non sa rispondere "io lo so, e adesso te lo dico".
Ma benchè volesse parlare, dimenticò quello che voleva dire.
Zhuang Zi, XXII

lunedì 22 novembre 2010

I valori del PD (Partito Daoista)

Ovvero: analisi semiseria della visione politica taoista. Se si fa riferimento ad una concezione largamente diffusa del taoismo come saggezza individuale, l’esistenza di una teoria politica nel Dao De Jing può sembrare una contraddizione. Ma le cose non stanno proprio così: la polemica con l’establishment confuciano è rovente …

I Cinque Punti di Lao

1) Anticonformismo: la cultura, un bene secondario

Dice il buon Lao Zi:

“Come è ambigua la Grande Via! Essa può andare a sinistra o a destra.” Dao De Jing, XXXIV

“Tutti dicono che la mia Via, pur essendo grande, sembra al di fuori di ogni convenzione. In realtà, proprio perché è grande, sembra essere fuori da ogni convenzione. Se fosse convenzionale, già da tempo sarebbe minuta!” Dao De Jing, LXVII

Qui si intravvede subito la polemica con i confuciani: la Via del maestro Lao non può essere legata alle «convenzioni» tradizionali propagate dai seguaci del maestro Kong. Ma quale era la visione «politica» dei confuciani?



Per Confucio innanzitutto c'è lo «studio»: la finalità pratica dell’apprendimento consiste nella formazione di un «uomo di valore» sul piano morale e capace di aiutare gli altri nel sociale: in tal modo si delinea da subito il destino «politico» dell'uomo colto che, invece di vivere appartato per meglio assolvere ad un ruolo di coscienza critica, avverte invece la responsabilità di impegnarsi nel processo sociale e di governo.

Ed ecco che Lao Zi ribatte: il procedimento di comprensione del Dao è a ritroso, «controcorrente» rispetto ad ogni procedura consueta:

Praticare lo studio è sempre più accrescersi
Praticare il Dao è sempre più decrescere
Decrescere al di là del decrescere, fino ad attingere al non-agire
Non agendo, non v’è nulla che non si faccia.
(Dao De Jing, XLVIII)

E’ qui esplicita l’opposizione alla via confuciana, fondata sull’apprendere, che è cammino in avanti. Per Zhuang Zi praticare il Dao è procedere su un «cammino senza cammino» per «imparare a disimparare».

E’ impossibile parlare del mare ad una rana che abita in un pozzo;
Vive in uno spazio troppo limitato.
E’ impossibile parlare del ghiaccio all’insetto che vive solo d’estate;
Vive in un tempo troppo limitato.
E’ impossibile parlare del Dao ad un letterato;
è limitato dalla ristrettezza dell’insegnamento ricevuto.
(Zhuang Zi , XVII)

2) La leadership : «uomo di valore» o «uomo vero» (come selezionare i candidati alle primarie)

Una delle qualità dell’«uomo di valore» (junzi) confuciano è il «senso di umanità», che si manifesta in virtù di tipo relazionale fondate sulla reciprocità e sulla solidarietà. La relazione che in natura fonda l'appartenenza di ogni individuo alla comunità umana è quella del figlio nei confronti del padre. Sulla «pietà filiale» si fonda la relazione politica tra suddito e principe, la relazione familiare tra moglie e marito e quella sociale tra amici. Poiché la famiglia è percepita come una estensione dell'individuo, lo stato come una estensione della famiglia, e poiché il principe è rispetto ai suoi sudditi ciò che un padre è rispetto ai suoi figli, non vi è soluzione di continuità tra etica e politica.

ll sovrano, nell'ideale confuciano, dovrebbe incarnare spontaneamente il senso di umanità, imponendosi con la benevolenza e non con la forza, dovrebbe possedere la «virtù» (De), che non è tanto la virtù in senso morale, in opposizione al vizio, quanto piuttosto la «virtus» latina intesa come ascendente naturale, carisma, che consente ad una persona di affermarsi senza nessuna coercizione. Come potete vedere, il concetto di «dittatura morbida» affonda le sue radici nel tempo!

C'è un celebre detto, attribuito a Confucio in risposta al Duca Jing di Qi che lo interrogava sull'arte di governare:

«Che il sovrano agisca da sovrano, il ministro da ministro, il padre da padre, il figlio da figlio» (Dialoghi XII,11)

«…se i nomi non sono corretti, non si possono fare discorsi coerenti. Se il linguaggio è incoerente, gli affari di governo non si possono gestire. Se questi sono trascurati, i riti e la musica non possono fiorire. Se i riti e la musica sono trascurati, le pene ed i castighi non possono essere giusti. Se i castighi sono ingiusti, il popolo non sa più come muoversi. Ecco perché l'uomo di valore usa soltanto nomi che implicano discorsi coerenti, e parla soltanto di cose che può mettere in pratica. Ecco perché l'uomo di valore è prudente in quello che dice.»(Dialoghi XIII, 3)

La tradizione vuole che Confucio, dopo avere assunto importanti incarichi di governo, abbia poi lasciato il paese natale per protestare verso il malgoverno del suo sovrano: tentò in seguito di offrire i propri servigi e i suoi consigli ai sovrani degli stati vicini, ma senza grande successo … evidentemente , la chiarezza non era (ai suoi tempi, non oggi) una dote apprezzata nel mondo politico!

Al contrario, l’uomo vero (zhenren), il Santo, è secondo i taoisti, esente da qualunque preoccupazione morale, politica, o sociale, da qualsiasi inquietudine metafisica, da qualsiasi ricerca di efficienza, da qualsiasi conflitto interno o esterno, egli ha lo spirito libero e vive in perfetta unità con se stesso e con ogni cosa. La potenza del Santo è descritta più volte come invincibile, inalterabile, perché è la potenza stessa ,o «virtù» (De) del Dao.

Colui che possiede la potenza suprema non può essere bruciato dal fuoco, né annegato dall’acqua, né offeso dalla calura e dal gelo, né sbranato dalle bestie selvagge. Non che ignori tutto ciò: ma egli è vigile nella sicurezza come nel pericolo, sereno nell’afflizione come nella felicità, accorto nel suo avanzare come nel ritirarsi: non vi è nulla che lo possa turbare

Per questo, il Santo:

Non si esibisce, e perciò risplende
Non si afferma, e perciò di manifesta
Non si vanta, e perciò riesce
Non si gloria, e perciò diventa il capo
Infatti, appunto perché non lotta,
non c’è nessuno nell’impero che possa lottare contro di lui.
(Dao De Jing, XXII)

3) Il governo del «non-fare»

Mentre i confuciani esortano l’uomo ad esaltare la propria umanità, l’atteggiamento politico taoista è invece basato sul concetto del «non-agire» (wu wei), che non consiste nel «non far nulla» nel senso di incrociare passivamente le braccia, ma nell’astenersi da ogni azione aggressiva, diretta, intenzionale, interventista, al fine di lasciare agire l’efficacia assoluta, la potenza invisibile (de) del Dao. Il Santo è colui che:

«aiuta i diecimila esseri a vivere secondo la loro natura, guardandosi dall’intervenire»

E ancora, sentite come dovrebbe comportarsi il Capo del Governo:

La Virtù del Sovrano mira a conformarsi al Dao: questa virtù ha per regola il non-agire.
Colui che non agisce mette il mondo al proprio servizio e potrebbe anche di più,
colui che agisce si mette al servizio del mondo e non ne è all’altezza.
Per questo il non agire era onorato nell’antichità,
Se il superiore non agisce e i suoi inferiori neppure,
gli inferiori possiederanno la stessa virtù del superiore e così non vi saranno ministri.
Così pure se gli inferiori agiscono e il superiore agisce ugualmente,
superiore ed inferiori avranno la stessa virtù e così non ci sarà sovrano.
Quindi il superiore non deve agire, mettendo il mondo al proprio servizio,
mentre gli inferiori devono agire per mettersi al servizio del mondo.
(Zhuang Zi, XIII)

Confucio aveva detto:

«Governare (zheng) equivale ad essere nella rettitudine (zheng)» (Dialoghi XII,17)

Il motto politico di Lao Zi è:

«reggere un grande stato è come friggere i pesciolini» (Dao De Jing,LX)

Sarà che amo il pesce fritto, ma questa mi sembra la migliore definizione di «buon governo»!

Quando si frigge un pesciolino, non bisogna toccarlo e rivoltarlo, altrimenti si rischia si schiacciarlo: così non bisogna stancare il popolo con continui cambiamenti e amministrativi e nuove leggi.

E Zhuang Zi incalza:

«Chi sa governare il mondo è come chi sa pascolare I cavalli.
Si limita ad allontanare dai suoi cavalli tutto ciò che potrebbe nuocere loro» (Zhuang Zi, XXIV)

Lao Zi aggiunge:

«Per governare gli uomini e servire il cielo, niente vale come la moderazione» (Dao De Jing,LIX)

Se il popolo è difficile da governare, ne è causa l’attività dei suoi superiori:
ecco perché è difficile da governare» (Dao De Jing, LXXV)

Evidentemente Lao Zi non aveva simpatia per il «governo del fare»… Emerge una concezione di «stato leggero»: meno ministri? semplificazione legislativa? federalismo fiscale? Decentramento amministrativo? Viva i fannulloni! Chissà cosa avevano in mente …

Ma è indicato in questo passo, secondo me, il massimo della intelligenza politica del maestro Lao:

«Così si esprime il governo del Santo:
svuotare i cuori
e riempire i ventri
indebolire la volontà
e rafforzare le ossa
precludere sempre al popolo sapere e desiderio
fare in modo che gli scaltri non osino agire
agire tramite il non-agire
e tutto sarà nell’ordine.»
(Dao De Jing, III)

L’uso sapiente dei mass media per rammollire il cervello delle persone (il “cuore” in cinese rappresenta, come sappiamo la “ragione” e non il “sentimento”) , e creare disinformazione: di una modernità sconvolgente … L’unica cosa che i governanti di oggi stanno dimenticando è quella di “riempire i ventri”… (anche i romani dicevano “panem e circenses”…)

«Se il popolo ha fame, ne è causa la quantità di tasse consumate dai suoi superiori:
ecco perché ha fame.

“Meno tasse per tutti” … non manca niente!

4) No alla guerra (pacifismo o neutralismo?)

Ma vediamo come la pensano i taoisti in materia di difesa e politica estera: il Dao De Jing parte dalla constatazione assai semplice, che la forza finisce sempre per ritorcersi contro se stessa:

Non cercare di primeggiare con le armi,
perché primeggiare con le armi chiama risposta.
(Dao De Jing,XXX)



Colui che agisce distruggerà,
Colui che prende perderà
Il Santo, non agendo su nulla, nulla distrugge,
Non impadronendosi di nulla, nulla ha da perdere
(Dao De Jing,LXIV)


Così dunque il non-agire cerca di spezzare il cerchio della violenza, assorbendo l’aggressione, astenendosi dall’aggredire di rimando. Per esemplificare il paradosso il Lao Zi fa ricorso alla metafora dell’acqua.

L’uomo del bene supremo è come l’acqua: l’acqua, benefica a tutti, di nulla è rivale.
Essa ha dimora nei bassifondi, da tutti disdegnati, ed alla Via è assai vicina.
Niente al mondo è più cedevole e più debole dell’acqua
Ma per intaccare ciò che è duro e forte, niente la supera
Niente potrebbe prenderne il posto
Che la debolezza vince la forza
E la mollezza vince la durezza
Non vi è nessuno sotto il Cielo a non saperlo
Benché nessuno lo sappia mettere in pratica.
(Dao De Jing,LXXVIII)


Lo aveva capito solo Gandhi :

“ La non-violenza, nella sua condizione dinamica, significa sofferenza consapevole. Non consiste in una docile sottomissione alla volontà del malvagio, ma nel contrapporre la propria anima alla volontà del tiranno”

In virtù della logica naturale, per cui ogni cosa che sale dovrà necessariamente ridiscendere, il fatto di rafforzare un nemico può al limite servire ad affrettane la caduta

Ciò che si deve chiudere, bisogna prima aprirlo
Prima consolidare ciò che è da indebolire
Prima favorire ciò che è da distruggere
Prima dare ciò che è da prendere
Questa si chiama «visione sottile»
Il molle vince il duro, il debole vince il forte.
(Lao Zi,36)

La «visione sottile»… troppo sottile per essere applicata?

5) Economia e sviluppo

La visione “ciclica” dell’universo taoista si rispecchia nelle loro visione della economia: questa idea fu certamente desunta dalla secolare esperienza della vita contadina, l’alternarsi del giorno e della notte, l’alternarsi delle stagioni, l’alternarsi dei cicli produttivi, ma in seguito fu assunta come regola di vita. I taoisti credono che ogni volta che una situazione si sviluppa fino alle estreme conseguenze essa sia costretta a trasformarsi nel suo opposto; «gli esseri, giunti al culmine, non possono che fare ritorno». Secondo la legge ciclica del Dao, tutto ciò che è forte, duro, superiore, è stato all’inizio debole, molle, inferiore ed è destinato a ridiventarle.

Tutti al mondo riconoscono il bello come bello;
in questo modo si ammette il brutto.
Tutti riconoscono il bene come bene;
in questo modo si ammette il male.
Difatti l’essere e il non-essere si generano l’un l’altro,
il difficile e il facile si completano l’un l’altro,
L’alto e il basso si invertono l’un l’altro
Il prima e il dopo si susseguono l’un l’altro
(Lao Zi,2)

Secondo questa legge, non esiste crescita infinita, non esiste sviluppo illimitato, ogni cosa prima o poi ritorna da dove era venuta.

Coloro che accumulano sempre più denaro per aumentare la loro ricchezza finiranno con l’essere poveri. La moderna società industriale che cerca continuamente di alzare il livello di vita e così facendo abbassa la qualità della vita per tutti i suoi membri è un esempio eloquente di questa antica saggezza cinese.

Mentre i confuciani valorizzano il Mezzo, precario e mobile equilibrio generatore di armonia, i taoisti sono alla ricerca del «Centro» (ce ne è per tutti!)

Ma che cosa è il “Centro? Il non-agire si configura come una modalità per ritornare al nostro stato di natura, quale era alla nostra nascita. Il ritorno alla prima infanzia evoca qui non l’innocenza ma l’Origine perduta. Sul piano collettivo si tratta di tornare ad uno stato originario, anteriore alla formazione della società organizzata, esente da ogni forma di aggressione o di costrizione della società sugli individui; un mondo in cui l’assenza di morale, di leggi, di punizioni non indice gli individui ad essere a loro volta aggressivi, e in cui non vi è dunque guerra o conflitto, né spirito di competizione o volontà di dominio. Ecco la visione idilliaca di Lao Zi:

E’ un piccolo paese con pochi abitanti
Anche se avessero utensili per dieci o cento uomini
Essi non se ne servirebbero
Temono la morte e non se ne vanno a migrare lontano
Anche se avessero barche o carri non ne farebbero uso
Anche se avessero armi non ne farebbero sfoggio
Essi trovano gustoso il loro cibo
E ritengono adeguate le loro vesti
Comode le loro dimore
Piacevoli le loro usanze
Da questo paese a quello vicino
Si odono cantare il galli e i cani abbaiare
Ma coloro che vi abitano giungeranno alla morte in vecchiaia
Senza essersi mai frequentati
(Dao De Jing, LXXX)

Confrontiamo le parole di Lao Zi con quelle di Maurizio Pallante (movimento per la Decrescita Felice):

“La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.”

Per concludere, I taoisti non negano il rapporto dell’uomo con il mondo. Il Santo è colui che semplicemente riesce ad intrattenere tale rapporto senza lasciarsi «reificare dalle cose»: per Zhuang Zi si tratta di liberarsi, di svuotarsi del mondo, ma non per negarlo in nome della sua impermanenza, che è tematica squisitamente buddista. Fondendosi con il Dao, l’uomo ritrova invece il suo centro e non è più ferito da ciò che lo spirito umano considera abitualmente come sofferenza; declino, malattia, morte.

Bisogna accettare le cose, anche se sono senza valore.
Bisogna tenere conto del popolo, per vile che sia.
Bisogna eseguire il proprio compito, anche se non si è sorvegliati.
Bisogna formulare le leggi, nonostante la loro imprecisione.
Bisogna compiere i propri doveri anche se non hanno in sé nessuna attrattiva.
Amare e dispensare il proprio amore, ecco la bontà.
Vivere secondo le prescrizioni senza esserne prigionieri.
Dosare la giusta misura secondo il punto di vista elevato, ecco la virtù.
L’unità che si adatta incessantemente alle mutevoli variazioni,
ecco il Dao.



sabato 20 novembre 2010

Il governo del "non-fare"


«Lascia perdere la promozione dei più capaci


E il popolo cesserà di contendere

Non dare valore a cose rare

E il popolo cesserà di rubare

Non mostrargli ciò che induce alla cupidigia

E il popolo avrà il cuore in pace.

Così si esprime il governo del Santo:

svuotare i cuori

e riempire i ventri

indebolire la volontà

e rafforzare le ossa

precludere sempre al popolo sapere e desiderio

fare in modo che gli scaltri non osino agire

agire tramite il non-agire

e tutto sarà nell’ordine.»

(Lao Zi, III)

mercoledì 17 novembre 2010

Parliamo di politica

L’esistenza di una teoria politica nel Lao Zi può sorprendere, se si fa riferimento ad una concezione largamente diffusa del taoismo come saggezza individuale. In effetti soltanto il Zhuang Zi si pronuncia per un deliberato disimpegno dalla politica, che nel Lao Zi rappresenta invece un aspetto primario della pratica del non-agire.

Confucio aveva detto:

«Governare (zheng) equivale ad essere nella rettitudine » (Dialoghi XII,17)

Il motto politico di Lao Zi è:

«reggere un grande stato è come friggere i pesciolini» (Lao Zi,60)

Quando si fa cuocere un pesciolino, non bisogna toccarlo e rivoltarlo, altrimenti si rischia si schiacciarlo: così non bisogna stancare il popolo con continui cambiamenti e amministrativi e nuove leggi.

E Zhuang Zi incalza:

«Chi sa governare il mondo è come chi sa pascolare I cavalli.
Si limita ad allontanare dai suoi cavalli tutto ciò che potrebbe nuocere loro» (Zhuang Zi, XXIV)

«Per governare gli uomini e servire il cielo, niente vale come la moderazione» (Lao Zi,59)

«Se il governo è miope, il popolo è puro.
Se il governo è chiaroveggente, il popolo è pieno di difetti» (Lao Zi,58)


«Se il popolo ha fame, ne è causa la quantità di tasse consumate dai suoi superiori:
ecco perché ha fame.
Se il popolo è difficile da governare, ne è causa l’attività dei suoi superiori:
ecco perché è difficile da governare»

Viste le recenti "esternazioni" televisive, possiamo qualificare queste posizioni di "destra" o di "sinistra" ?

martedì 16 novembre 2010

Non "parliamone" più...

Il Dao di cui si parla non è il vero Dao

I Nomi che si usano non sono i veri Nomi
Il nome “non-essere” indica l’inizio del Cielo e della Terra
Il nome “essere” indica la madre dei diecimila esseri
Così, grazie al costante alternarsi del “non-essere” e dell’ “essere” che si vedranno dell’uno il prodigio, dell’altro i confini.
Questi due, sebbene abbiano un’origine comune,
sono designati con nomi diversi.
Ciò che essi hanno in comune, io lo chiamo il Mistero,
il Mistero Supremo, la porta di tutti i prodigi.


(Lao Zi,1)

domenica 14 novembre 2010

L'immanenza del Dao

I taoisti erano convinti che esistesse una realtà ultima, soggiacente alla molteplicità delle cose e degli eventi che osserviamo: essi chiamarono questa realtà Dao, che significa Via. Il Dao è la via, il procedere dell’universo, l’ordine della natura. Nel suo originario significato cosmico, il Dao è la realtà ultima, indefinibile, un processo dinamico in cui tutte le cose sono immerse, che produce il flusso ininterrotto dei mutamenti delle cose. I confuciani ne diedero una interpretazione differente: essi parlarono del Dao dell’uomo o del Dao della società umana, intendendo con esso la giusta via in senso morale.

Il concetto di entità suprema nel taoismo non si identifica con un'entità senziente, un dio giudice, padre, padrone, che osserva il mondo dall'alto e gestisce le sorti degli uomini. Al contrario l'entità suprema taoista è energia pura, che pervade l'intero universo. Il Dio del taoismo è il Dao, la natura stessa di cui l'uomo fa parte, il ciclo perpetuo che provoca il mutare e il divenire di tutte le cose. Diventa chiaro allora che Dio non è, come in occidente, l'Essere primo, assoluto e trascendente che sta al di sopra e prima di tutti gli esseri concreti, ma un principio o energia immanente che è dentro il cosmo, la natura e la società, e la guida a perfezionamento. Non è un essere personale, ma coincide con l'azione della natura, impersonale e imparziale. Tutto è divenire, cambiamento, secondo un principio ordinatore spontaneo, il Dao, uno, indicibile, immutabile, eterno, impersonale, divino. Con la solita irriverenza, così Zhuang Zi si esprime a proposito:

Il Maestro Dong Guo domandò al Maestro Zhuang: «Dov’è ciò che chiamate il Dao
«Ovunque» disse Zhuang Zi.«Bisogna localizzarlo» riprese Dong Guo .
«In questa formica» disse il maestro Zhuang. «E più in basso?»
«In questo filo d’erba». « E più in basso ancora?»
«In questo letame» disse il Maestro Zhuang.
Il Maestro Dong Guo non aggiunse altro.
(Zhuang Zi, XXII)

sabato 13 novembre 2010

Il Santo

Il «non-agire» non consiste nel «non far nulla» nel senso di incrociare passivamente le braccia, ma nell’astenersi da ogni azione aggressiva, diretta, intenzionale, interventista, al fine di lasciare agire l’efficacia assoluta, la potenza invisibile (de) del Dao. Il Santo è colui che «aiuta i diecimila esseri a vivere secondo la loro natura, guardandosi dall’intervenire». Per questo, il Santo:


Non si esibisce, e perciò risplende
Non si afferma, e perciò di manifesta
Non si vanta, e perciò riesce
Non si gloria, e perciò diventa il capo
Infatti, appunto perché non lotta,
non c’è nessuno nell’impero che possa lottare contro di lui.
(Lao Zi, 22)

Mentre i confuciani esortano l’uomo ad esaltare la propria umanità, Zhuang Zi lo esorta invece a fonderla con il Dao. Il tema centrale del non-agire conduce così a quello del ritorno alla natura originaria, ritorno all’Origine, al Dao.

«Uccidete i santi e liberate i banditi, il mondo intero ritroverà l’ordine:
morti i santi, i banditi non sorgono più» dirà Zhuang Zi.


L’uomo vero 真人(zhenren), il Santo, è secondo Zhuang Zi, esente da qualunque preoccupazione morale, politica, o sociale, da qualsiasi inquietudine metafisica, da qualsiasi ricerca di efficienza, da qualsiasi conflitto interno o esterno, egli ha lo spirito libero e vive in perfetta unità con se stesso e con ogni cosa. La potenza del Santo è descritta più volte come invincibile, inalterabile, perché è la potenza stessa ,o «virtù» (de) del Dao.

Colui che possiede la potenza suprema non può essere bruciato dal fuoco, né annegato dall’acqua, né offeso dalla calura e dal gelo, né sbranato dalle bestie selvagge. Non che ignori tutto ciò: ma egli è vigile nella sicurezza come nel pericolo, sereno nell’afflizione come nella felicità, accorto nel suo avanzare come nel ritirarsi: non vi è nulla che lo possa turbare

mercoledì 10 novembre 2010

Wu Wei: il non-agire

Di fatto, ogni volta che la mia azione è volontaria, ogni volta che cerca di «imporre il mio io» andando controcorrente rispetto al corso naturale delle cose, essa dipende dall’Uomo o da ciò che i taoisti chiamano wei (l’agire che forza la natura). Quando l’azione va nel senso delle cose, quando si lascia portare dalla corrente, come il nuotatore che segue il dao dell’acqua senza cercare di imporvi il suo io, essa dipende da ciò che è naturale (ossia dal Cielo o dal Dao) ed è quello che i taoisti chiamano 无为 wu wei (letteralmente il «non-agire», ma meglio «l’agire che aderisce alla natura»). Tutto ciò che nell’uomo è volizione, costruzione, istituzione di distinzioni, non rappresenta che la parte periferica del suo essere: soltanto quando la lascia cadere, l’uomo ritrova il suo proprio centro. Ma cerchiamo di capire meglio cosa si intenda davvero per «non-agire».: il Lao Zi parte dalla constatazione assai semplice, che la forza finisce sempre per ritorcersi contro se stessa:

Non cercare di primeggiare con le armi,
perché primeggiare con le armi chiama risposta.
(Lao Zi,30)


Colui che agisce distruggerà,
Colui che prende perderà
Il Santo, non agendo su nulla, nulla distrugge,
Non impadronendosi di nulla, nulla ha da perdere
(Lao Zi,64)

Così dunque il non-agire cerca di spezzare il cerchio della violenza, assorbendo l’aggressione, astenendosi dall’aggredire di rimando. Per esemplificare il paradosso il Lao Zi fa ricorso alla metafora dell’acqua.

L’uomo del bene supremo è come l’acqua: l’acqua, benefica a tutti, di nulla è rivale.
Essa ha dimora nei bassifondi, da tutti disdegnati, ed alla Via è assai vicina.
Niente al mondo è più cedevole e più debole dell’acqua
Ma per intaccare ciò che è duro e forte, niente la supera
Niente potrebbe prenderne il posto
Che la debolezza vince la forza
E la mollezza vince la durezza
Non vi è nessuno sotto il Cielo a non saperlo
Benché nessuno lo sappia mettere in pratica.
(Lao Zi,78)

domenica 7 novembre 2010

La spontaneità

La storia del cuoco Ding, come quella del carradore Bian, esemplifica un tema centrale del pensiero taoista:
la spontaneità (自然 ziran, letteralmente «da per se, secondo natura»).
Tale spontaneità, lungi dal esaltare una qualsivoglia libertà alla maniera romantica, va invece associata all’ «inevitabile» al «percorso necessario» seguito dal coltello del cuoco. Nella spontaneità che consiste nell’accordarsi alle cose non c’è posto per l’io: un atto sarà dunque «tale di per sé» soltanto a condizione di non aggiungere nulla alla situazione, ma di rifletterla perfettamente, alla maniera di uno specchio.

L’uomo perfetto fa del proprio cuore uno specchio. Non si attacca alle cose, né va loro incontro. Si limita a rispondervi, senza cercare di trattenerle. E’ così che è in grado di dominare le cose senza venirne in se stesso toccato.
E ancora

Confucio contemplava le cascate di Luliang. L’acqua cadeva da un’altezza di trecento piedi e la sua schiuma si spargeva per quaranta leghe. Neppure una tartaruga o un coccodrillo vi avrebbero potuto nuotare, ma all’improvviso Confucio vide un uomo tra i flutti. Credendo che si trattasse di un disperato che voleva morire, ordinò ai suoi discepoli di costeggiare la sponda per trarlo in salvo. Ma qualche centinaio di passi più in là, l’uomo uscì dall’acqua e coi capelli al vento, prese a passeggiare sulla riva cantando. Confucio lo raggiunse e gli disse: «Vi avevo preso per un demone ma ora, a guardarvi da vicino, vedo che siete un uomo in carne ed ossa. Consentitemi una domanda: possedete un metodo (dao) speciale per stare a galla in questo modo?»
«No –rispose l’uomo – non ho nessun metodo. Mi tuffo con l’afflusso e riemergo con il riflusso, seguo il dao dell’acqua senza cercare di imporvi il mio io, ed è così che sto a galla».

giovedì 4 novembre 2010

Il carradore Bian

Un giorno mentre il Duca Huan era intento a leggere nel punto più alto della sala, il carradore Bian stava rifinendo una ruota nel punto più basso. Deponendo il mazzuolo e scalpello, Bian salì dal Duca e gli rivolse questa domanda: «Posso chiedervi che cosa state leggendo?»

Il Duca rispose: «Leggo le parole dei saggi.
- Ma questi saggi sono ancora in vita?
- No, sono morti da lungo tempo.
- Dunque –concluse il carradore – quello che leggete non è altro che la feccia degli antichi.
- Come osa un carradore discutere di quello che leggo? – proruppe il Duca – Ti concedo di giustificarti, se puoi; altrimenti sarai messo a morte.
Il carradore Bian allora disse: «Il vostro servo vede le cose a partire dalla sua umile esperienza. Quando si intaglia una ruota, un colpo troppo debole non avrebbe presa, e un colpo troppo forte scivolerebbe sul legno. Né troppo piano né troppo forte: ho il colpo nella mano e la reazione nel mio spirito. Vi è in questo una abilità che non so esprimere a parole. Non ho saputo insegnarla a mio figlio, che non ha potuto apprenderla da me, e così a settant’anni eccomi ancora qui a fabbricar ruote. Gli antichi hanno portato con sé nella morte tutto quello che non hanno potuto trasmettere, e così dunque quello che state leggendo non è che la feccia degli antichi»



Il carradore parla di una esperienza paragonabile a quella del cuoco Ding: quando arriva ad un nodo delicato, sospende il suo gesto e concentra la sua attenzione finché tutto non gli diviene chiaro, ed allora taglia di un colpo solo. In tale istante vi è una perfetta identità di mano e di spirito, che non passa per l’intermediazione dell’ intelletto. Il movimento non è dettato dall’incoscienza e meno ancora dall’inconscio, ma dall’oblio della coscienza.

martedì 2 novembre 2010

La metafora del cuoco Ding

Il cuoco Ding è intento a smembrare un bue per il principe Wenhui: afferra la bestia con la mano, la spinge con la spalla e, tenendosi ben saldo sui piedi, la regge con le ginocchia. Si odono le ossa dell’animale scricchiolare da ogni parte e la lama penetrare nelle carni a ritmo di musica.



«Bravo!» esclamò il principe «come hai potuto raggiungere un’arte così perfetta?».


Il cuoco Ding posò il coltello e rispose: «Il vostro servo cerca quanto vi è di meglio, ossia il Dao, e si è lasciato alle spalle la mera tecnica. All’inizio, quando ho cominciato questo lavoro, non vedevo che buoi; nel giro di tre anni, non vedevo più il bue. Ora non vedo più l’animale con gli occhi, ma lo percepisco con lo spirito. Il mio coltello si affida alle linee della conformazione naturale: taglia lungo i grandi interstizi, si lascia guidare dalle cavità principali, non sfiora mani nervi o tendini, né mai scalfisce le ossa. Un cuoco normale consuma un coltello al mese, un buon cuoco consuma un coltello all’anno: il coltello del vostro servo è stato usato per diciannove anni, ha squartato migliaia di buoi, ma la sua lama è come nuova.


Detto questo, ogni volta che arrivo ad una articolazione complessa, prima osservo dove è la difficoltà e mi preparo con cura. Il mio sguardo si fissa, i miei gesti rallentano: si vede appena il movimento della lama e, d’un colpo solo, la giuntura è recisa. E io reso con il coltello in mano, mi guardo attorno soddisfatto, poi lo ripulisco e lo ripongo nella sua custodia.


«Magnifico!» esclamò il principe «dopo avere udito le parole del cuoco Ding, so come nutrire il principio vitale»



In questo celebre passo emerge una idea associata in Cina ad ogni pratica fisica e spirituale assieme: la nozione di 功夫 gong fu (o Kung-fu). Questo termine designa il tempo e l’energia che si dedicano a una pratica allo scopo di raggiungere un dato livello di qualità e abilità ed ha ben poco a che fare con l’idea di una vaga e beata spontaneità. Si tratta quindi dell’ apprendimento di un «saper fare» che non si trasmette attraverso le parole.