Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

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sabato 21 febbraio 2015

Fra Cassiano da Macerata e il labirinto di Scimangada




Nel XVII secolo il Vaticano prese la decisione di avviare un’attività missionaria in Nepal ed in Tibet e per un periodo di circa 70 anni mandò un grande numero di missionari in queste remote regioni dell’Himalaya. Un decreto della Congregazione de Propaganda Fide, emanato nel 1703 e riconfermato, malgrado l'opposizione dei gesuiti, nel 1732, aveva affidato la missione ai cappuccini della provincia picena dell'Ordine.

Della cosiddetta “Disputa sui Riti” , la controversia tra gesuiti e cappuccini sulla gestione delle missioni in Oriente, ne parlo in: Ippolito Desideri: il primo italiano sul “Tetto del Mondo”.( in realtà il primo italiano a entrare nel Tibet era stato Odorico da Pordenone nel 1330!). I Gesuiti avevano fatto vari tentativi infruttuosi nel secolo precedente, a partire da quello del portoghese Antonio de Andrade, di stabilire una sede in Tibet. De Andrade aveva inviato dei gesuiti aldilà dell'Himalaya, credendo di avere avuto notizie di una comunità cristiana in quelle zone, forse la mitica Shangri-La  o i seguaci del leggendario Prete Gianni (vedi anche: Baudolino, Marco Polo e il mitico Prete Gianni). La missione  di De Andrade ebbe la base a Tsaparang, nel Guge, ma alla fine non fu riscontrato alcun segno significativo di una precedente evangelizzazione. In compenso la missione cristiana chiese e ottenne il permesso di predicare nel regno di Guge. Tale missione fu abbandonata allorché il Guge fu invaso dalla popolazione del Ladakh. (vedi anche: I missionari gesuiti primi esploratori del Tbet)

Fin dal 1707 un piccolo numero di cappuccini aveva soggiornato a Lhasa, esercitando la professione medica e occupandosi della piccola comunità di mercanti armeni, russi e cinesi cristiani, senza svolgere, per mancanza di uomini e di mezzi, alcuna attività di proselitismo. Nel 1735 uno dei cappuccini di Lhasa, il padre Orazio della Penna, tornò in Italia, per chiedere alla Congregazione un numero sufficiente di missionari e un'adeguata copertura finanziaria, ottenendo gli uni e l'altra; ripartì quindi nel 1738 con un primo gruppo di missionari (otto cappuccini e un frate laico), il più giovane dei quali era Cassiano.

Cassiano da Macerata (al secolo Giovanni Beligatti) era nato a Macerata nel 1708, ed era entrato nel 1725 nell'Ordine dei Cappuccini, presso il convento della sua città. Questi, partito a piedi da Macerata il 17 agosto 1738 con due confratelli, aveva raggiunto Orazio della Penna e gli altri membri della missione a Parigi il 22 novembre 1738. Colà vennero acquistati un torchio a stampa (la stamperia di Propaganda aveva fornito ai missionari un buon numero di caratteri tibetani), doni per il re del Tibet e una serie di medicinali e strumenti chirurgici, al cui uso venne particolarmente istruito Cassiano. L'11 marzo 1739 i missionari salparono da Lorient, diretti alla colonia francese di Chandernagore nel Bengala. Scrive Cassiano:

«… I missionari… si posero in cammino alla spicciolata per raccogliersi poi tutti al porto di Lorient, che doveva essere il luogo d’imbarco… il viaggio attraverso la Francia. Compiuto sempre a piedi, fu assai molesto e malagevole; i frati patirono spesso la fame, e dovettero perlopiù adattarsi a dormire nelle stalle, perché ben di rado i conventi li ospitavano, ma con mille pretesti li mandavano altrove, ed essi erano sempre scherniti, insultati e fatti segno a mille scherzi grossolani…»

 Cassiano giunse nel Bengala il 26 settembre 1739, dopo un viaggio privo di incidenti. Di là i missionari risalirono il Gange fino a Patna (26 dicembre 1739), sede delle ultime fattorie commerciali europee sulla via del Nepal e di un ospizio cappuccino; proseguirono quindi per il Nepal, dove giunsero nel febbraio del 1740. Dopo una lunga sosta (6 febbraio-25 maggio 1740) presso l'ospizio dei cappuccini di Bahagdaon (oggi Bhaktapur), i missionari si trasferirono a Katmandu, dove attesero per alcuni mesi allo studio delle lingue indostana e tibetana (8 giugno-4 ottobre 1740).



«… Traversato il fiume Bagmati entrarono in Nepal, e valicata un’alta montagna trovarono il fiume Kakokù, che dovettero passare a guado 9 volte, e viaggiando in mezzo a foreste di pini e d’ippocastani, dopo essere passati per il castello di Kuà giunsero il 6 febbario a Bahagdaon, capitale del regno del medesimo nome, dove da qualche tempo i cappuccini avevano un ospizio. Furono bene accolti dal re e trattati con somma famigliarità, e il Beligatti s’intrattiene a parlare delle prove ricevute della benevolenza regale…»

 Con un seguito di 32 portatori attraversarono quindi l'Himálaya, pernottando nelle locande appositamente collocate lungo l'arduo ma assai frequentato percorso, e giunsero a Lhasa il 6 gennaio 1741.

L'accoglienza del sovrano (in realtà governatore, essendo il paese sottoposto all'autorità cinese) fu benevola, e i rapporti con il clero locale, inizialmente, ottimi. Cassiano poté così visitare i conventi, esercitare la medicina, e svolgere con i suoi compagni opera di evangelizzazione. Ma il potenziamento dell'attività dei missionari, malgrado gli scarsi successi dei loro sforzi (diciannove conversioni in tutto), destò le preoccupazioni dell'autorità di uno Stato nel quale la vita civile si identificava con quella religiosa. I convertiti, che avevano rifiutato di partecipare alle pubbliche preghiere buddiste, vennero condannati alla fustigazione, e la libertà di culto e proselitismo concessa nel 1741 venne abolita nel 1742.

«… Provvisti dell’occorrente i missionari partirono, e dopo un lungo e dificile viaggio arrivarono a Lhasa nel gennaio del 1741. Fu lor fatta buona accoglienza, specialmente dal re, e, dopo aver appresa la lingua del paese, si dettero a predicare, ma con frutti piuttosto scarsi. Ben presto poi i religiosi tibetani cominciarono a veder di malocchio il favore che i missionari godevano presso il re. Nacque fermento che andò man mano crescendo finché un bel giorno parecchie centinaia, di preti buddhisti, raccoltisi dai vari conventi di Lhasa e dei dintorni, invasero il palazzo reale, e rimproverarono al re il suo contegno. Questi, atterrito, temendo di fare la fine dei suoi tre predecessori, uccisi appunto per odio dei lama, dichiarò ipso facto i padri decaduti dalla sua grazia; impose loro di non predicare nel Tibet se non ai mercanti venuti di fuori…»

Nel tentativo di alleggerire la situazione il padre Orazio della Penna, prefetto della missione, rimandò nel Nepal tre dei suoi frati, fra i quali Cassiano (31 agosto 1742); tre anni dopo, tuttavia, anche gli altri cappuccini dovettero lasciare definitivamente il paese, ponendo fine per un secolo al tentativo di evangelizzare il Tibet. Cassiano continuò l'attività missionaria nel Nepal e nel Bengala fino al 1756, quando una malattia lo costrinse a tornare in patria. Si stabilì a Macerata, pur soggiornando lungamente a Roma dove il prefetto di Propaganda Fide, cardinale Spinelli, gli affidò l'istruzione dei giovani destinati alle missioni dell'India e dove fu il principale collaboratore del padre A. Giorgi nella stesura dell'Alphabetum Tibetanum Missionum Apostolicarum commodo editum..., pubblicato a Roma nel 1762. Morì nel convento di Macerata nel 1791. Diverse altre sue opere, in parte ancora inedite, si conservano nella Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata.



Il considerevole numero di rapporti e di lettere trasmessi dai missionari fornisce una preziosa fonte di informazione sullo stato di quei paesi durante il XVIII secolo. In particolare, abbiamo notizie della seconda missione nel Tibet del padre Orazio della Penna e dei particolari di quel viaggio dal diario di Cassiano. (Giornale di fra' Cassiano da Macerata dalla sua partenza da Macerata seguita gli 17 agosto 1738 fino al suo ritorno nel 1756, diviso in due libri), conservato manoscritto presso la Biblioteca Comunale di Macerata (5-3-C.18) e pubblicato parzialmente da A. Magnaghi (1902)e interamente da L. Petech (1953). Perduta ne è purtroppo la seconda parte, nella quale erano riferiti i motivi per i quali i cappuccini avevano dovuto lasciare il Tibet, e che conteneva ampie descrizioni degli usi, costumi e religione del Tibet e del Nepal. Di estremo interesse geografico e soprattutto etnografico è tuttavia anche la prima parte, un manoscritto di circa 200 pagine con disegni fatti a penna, acquerelli e mappe di edifici, sia per l'accurata e precisa descrizione dell'itinerario sia per i bei quadri degli usi tibetani, particolarmente delle feste religiose.

Nel resoconto del suo viaggio dall’India verso il Tibet, viaggio  pieno di pericoli, poiché la giungla era abitata da tigri, elefanti e rinoceronti, Cassiano il 29 di febbraio scrive:

«…abbiamo anche visto in parecchi posti antiche rovine, alcune di esse sembravano resti di edifici importanti. Non potevamo capire come, in foreste così grandi e antiche, a giudicare dalla età degli alberi, potessero essere stati costruiti edifici di qualche importanza. Negli anni successivi, durante il mio soggiorno in Nepal, ho cercato di informarmi su queste rovine, di cui avevo chiesto a Bavanidat durante il viaggio, ma non avevo capito le sue risposte, dato che avevo difficoltà a comunicare con lui. Molti nepalesi di Batgao, mi hanno assicurato che quelle rovine erano i resti dell’antica e famosa città di Scimangada, [Simraongarh] che aveva dato origine ai loro regnanti: la città era circondata da un complesso sistema di difese murarie molto alte, strutturate come un labirinto: per entrare in quella città bisognava girarle attorno avanti e indietro, seguendo i meandri di tale labirinto, e superare il controllo di quattro fortezze, posizionate in punti strategici del percorso a distanza di due miglia l’una dall’altra: il percorso per entrare in città era così lungo e complesso che ci voleva un mese per arrivare al centro abitato. All’interno di tale fortificazione c’erano campi coltivati e corsi d’acqua che potevano produrre cibo per la numerosa popolazione che era governata da un grande Re il quale estendeva il suo dominio su un vasto territorio, gestito dal suo Primo Ministro. Un giorno, uno di questi ministri, che era caduto in disgrazia presso il Re, giurò di vendicarsi  e tramò per tradire il suo paese e consegnarlo nelle mani dei musulmani. D’accordo con i nemici, fece radunare le loro truppe all’entrata del labirinto; quindi, conoscendo la struttura del labirinto,  fece aprire un varco nel muro  di difesa ne punto dove in muri si incrociano, dove nessuno si aspettava degli attacchi: fu così che i musulmani poterono penetrare direttamente in città e massacrare gli abitanti. In pochi riuscirono a fuggire, uscendo proprio dal varco aperto dai nemici: uno di questi scampati era un figlio del Re, che fuggì in Nepal, dove cercò di restaurare il regime del padre. Questo è quanto mi è stato più volte raccontato sulla città di Scimangada, la cui mappa viene conservata, scolpita su pietra, nel palazzo reale di Batgao e che io ho ricopiato qui… »



Il testo è accompagnato da una illustrazione, intitolata “Pianta della città di Scimangada e delle sue mura”: “A” rappresenta l’ingresso al labirinto, “B” la prima fortezza, “C” la seconda fortezza, “D” la terza ed “E” la quarta”. “F” rappresenta la città di Scimangada. “g-g” è il punto dove venne aperto il varco.

La presenza di labirinti in Asia è rara in confronto con l’Europa, e si trova menzionata principalmente nelle regioni occidentali e meridionali dell’India e dello Sri Lanka. Quella di Cassiano è l’unica menzione dell’esistenza di un labirinto in Nepal.

Il labirinto di Scimangada è progettato secondo il modello classico, con la croce centrale ed otto file di mura. Consiste in un singolo cammino, che si sviluppa circolarmente  avanti ed indietro, per formare sette circuiti circondati da otto muri, che avvolgono la meta centrale secondo il seguente schema di costruzione:


Questo modello è detto impropriamente “cretese”, con riferimento al leggendario labirinto di Cnosso, sull’isola di Creta: tale labirinto, secondo la mitologia greca fu fatto costruire dal Re Minosse per rinchiudervi il mostruoso Minotauro, nato dall'unione della moglie del re, Pasifae, con un toro. In realtà è probabile che Dedalo abbia costruito il palazzo reale di Cnosso: la complessità del palazzo, un intrico di strade, stanze e gallerie, ha dato origine al mito del labirinto.
Quando Androgeo, figlio di Minosse, morì ucciso da alcuni ateniesi infuriati perché aveva vinto troppo ai loro giochi disonorandoli, Minosse decise, per vendicarsi, che la città di Atene, sottomessa allora a Creta, dovesse inviare ogni nove anni (o ogni anno) sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana. Questo avvenne finché Teseo, eroe figlio del re ateniese Egeo, si offrì come giovane da offrire in pasto al Minotauro per ucciderlo. Quando Teseo arrivò a Creta, Arianna, la figlia di Minosse e Pasifae, si innamorò di lui e lo volle aiutare nella sua impresa. E proprio a Dedalo, si rivolse Arianna, per sapere come aiutare Teseo a uccidere il Minotauro e uscire dal Labirinto, e come sappiamo il consiglio del filo riuscì a far trionfare Teseo nell'impresa.


 Quando Minosse venne a sapere che ad aiutare sua figlia e Teseo era stato Dedalo, non potendo prendersela con la figlia fuggita insieme all'eroe, pensò di punire Dedalo, rinchiudendolo insieme al figlio, Icaro, nel Labirinto, che egli stesso aveva progettato. L'unico modo per uscire dal Labirinto era evadere volando; ingegnoso come era, Dedalo costruì due paia di ali, uno per sé e l'altro per il figlio. Si raccomandò con Icaro di restargli sempre dietro durante il volo, di non strafare e soprattutto di stare attento a non avvicinarsi troppo ai raggi del Sole perché, le ali, attaccate alle spalle con della cera, potevano staccarsi in quanto il calore avrebbe sciolto la cera. Come non detto, Icaro durante il volo, provando piacere si allontanò dal padre e raggiunse i raggi del Sole che sciolsero la cera e lo fecero precipitare nel mare, dove morì. Dedalo triste e desolato, atterrò in Campania a Cuma, dove costruì un tempio al dio Apollo, consegnando le ali che aveva inventato per evadere dal Labirinto di Creta.



sitografia:
 





mercoledì 21 settembre 2011

Ippolito Desideri: il primo italiano sul “Tetto del Mondo”.

 Ippolito Desideri, soprannominato “il Marco Polo del Tibet” viene considerato il primo italiano che sia mai entrato in Tibet: missionario gesuita, passò cinque anni in Tibet agli inizi del ‘700, lasciandoci una preziosa testimonianza sugli eventi del tempo, sulla geografia di luoghi sconosciuti e sul pensiero religioso buddhista.

Nato a Pistoia il 20 dicembre 1684 entrò giovanissimo a Roma nella Compagnia di Gesù formandosi nel prestigioso Collegio Romano, dove, per le sue grandi doti logico-filosofiche e il suo ardore appassionato teso alla salvezza del prossimo, venne scelto dai suoi superiori per la difficile missione nella allora lontana, misteriosa e quasi inaccessibile terra del Tibet.

Desideri partì da Roma il 9 settembre 1712, prima ancora di aver terminato il regolare corso di studi, e dopo un viaggio avventuroso, per mare e per terra, giunse a Lhasa il 18 marzo 1716, dopo più di tre anni di viaggio!

Ma seguiamo il nostro giovane missionario nel suo straordinario viaggio!

Giunto a Genova si imbarcò alla volta del Portogallo, indi circumnavigando l'Africa approdò a Goa: il viaggio da Lisbona a Goa durò dall'8 aprile al 20 settembre 1713.

Goa, sulla costa occidentale indiana, è il più piccolo stato dell’India: i portoghesi erano sbarcati in quella regione come mercanti all'inizio del XVI secolo e la avevano conquistata in breve tempo. Goa ha fatto parte dell'impero coloniale portoghese per circa 450 anni, divenendo in questo modo uno dei più antichi e duraturi domini coloniali della storia, finché non fu occupata dall'India nel 1961. Goa era detta anche la "Roma dell'Oriente", in quanto centro di irradiazione del cristianesimo nell'Asia meridionale ed orientale. (Anche Matteo Ricci sostò a Goa per qualche anno, dal 1578 al 1582,insegnando materie umanistiche nelle scuole della Compagnia e prendendo là i voti.

Vedi anche: Matteo Ricci: un genio italiano più noto in Cina che da noi e Matteo Ricci: come fare diventare cinese anche Dio)

Continuò poi il suo viaggio verso nord prima via mare e poi via terra fino a Dehli, affiancato come superiore della sua missione da Manoel Freyre. I due gesuiti raggiunsero Lahore, nel Punjab il 9 Ottobre. Ripreso il cammino verso nord attraversarono il fiume Ravi e il fiume Chenab, sostarono a Gujrat, da dove, il 28 ottobre presero la strada dei monti arrivando nella valle di Srinagar, la capitale del Kashmir posta a 1893 metri di altitudine. Qui svernarono e Desideri continuò lo studio della lingua persiana.


Il 17 maggio 1715 ripresero il viaggio e iniziarono la salita per arrivare al passo di Zoji-la, a 3500 metri d'altitudine. Superato il passo lasciarono il Moghul ed entrarono in Ladakh, che era un regno indipendente, per raggiungerne la capitale, Leh, il 25 giugno. Qui si fermarono cinquantadue giorni. Furono ben accolti dal re Nyima Namgyal; i due gesuiti si trovavano già in pieno ambiente tibetano, non solo per la tipica architettura, per la lingua o per i tratti fisici della popolazione, ma soprattutto per la cultura e per la religione. Desideri fu subito affascinato dalla sorprendente libertà accordata a tutte le fedi, dalle caratteristiche della religione ivi praticata e dalle somiglianze che iniziò ad intravedere con il cristianesimo.


(A fianco il Palazzo di Leh, una versione in miniatura del Potala di Lhasa.)

Desideri voleva fermarsi a Leh per fondarvi la missione, ma il superiore Manoel Freyre aveva ordini precisi di raggiungere le missioni che erano state dei Cappuccini e per questo motivo rifiutò la proposta di Desideri e continuarono il viaggio.

Ripreso il cammino, i due gesuiti, arrivano il 7 settembre 1715 a Tashigong, prima località del grande Tibet, vi rimangono fino al 9 ottobre e si trovano davanti l’immensa e desolata estensione dell’altopiano serrato dalle catene montuose dell’Himalaya a sud e del Kun Lun a nord. Si presenta allora una provvidenziale opportunità tramite l’accoglienza nella grande carovana di una principessa tartara che rientra a Lhasa con una guarnigione militare rimasta per due anni alle sue dipendenze dopo la morte del marito. Così Freyre e il suo compagno, non solo sono i primi europei ad avere compiuto il percorso Srinagar - Leh, ma anche i protagonisti della prima traversata dell’altopiano transhimalayano, impresa ripetuta solo quasi duecento anni dopo da una spedizione militare inglese. L’11 ottobre 1715 sono a Gartok e dopo cinque giorni inizia la penosissima gelida traversata invernale. Il 9 novembre superano il Jerko-la (4941 m) e si affacciano sulla regione del monte Kailas e del lago Manasarovar, primi testimoni europei della devozione dedicata dalla popolazione locale al sacro monte e al sacro lago; quindi attraversano il Maryum-la (5151 m), spartiacque fra i bacini dell’Indo e dello Tsangpo, che in India sarà chiamato Brahmaputra. Lunghi e difficili mesi in lande deserte prima di raggiungere gli insediamenti abitati: Saka Dzong, Sakya, Shigatse e finalmente Lhasa, il 18 marzo 1716.

La relazione di viaggio che Desideri annotò diligentemente è ricca di acute osservazioni storiche, geografiche, antropologiche, sociologiche e naturalistiche, rese sempre con stile letterario limpido e poeticamente espressivo.

Ma quale incarico Desideri ed il suo compagno Freyre dovevano espletare?

I Gesuiti avevano fatto vari tentativi infruttuosi nel secolo precedente, a partire da quello del portoghese Antonio de Andrade, di stabilire una sede in Tibet. De Andrade aveva inviato dei gesuiti aldilà dell'Himalaya, credendo di avere avuto notizie di una comunità cristiana in quelle zone, forse la mitica Shangri-La o i seguaci del leggendario Prete Gianni. La missione di De Andrade ebbe la base a Tsaparang, nel Guge, ma alla fine non fu riscontrato alcun segno significativo di una precedente evangelizzazione. In compenso la missione cristiana chiese e ottenne il permesso di predicare nel regno di Guge. Tale missione fu abbandonata allorché il Guge fu invaso dalla popolazione del Ladakh.

La Congregazione di Propaganda Fide aveva affidato il Tibet ai Cappuccini nel 1703 ma nel 1711 anche loro avevano lasciato il territorio. La Compagnia voleva ritentare l’impresa di riaprire una missione in Tibet e la nuova missione gesuitica aveva lo specifico compito di ripristinare tale avamposto di predicazione.

Arrivato a Lhasa, Manoel Freyre, considerando compiuta la sua missione di accompagnare e indirizzare Desideri, ripartì dopo appena un mese per l'India. Desideri, rimasto solo, fu convocato e interrogato dal generale militare del regno sulle sue intenzioni. Il gesuita non nascose i suoi intenti missionari e il suo desiderio di restare in Tibet fino alla morte. Fu ricevuto in udienza dal primo ministro e successivamente dal re Lajang Khan il quale, ben impressionato, gli promise protezione, sostegno e libertà di azione.

I tibetani si mostrarono interessati alla religione proposta dal Desideri e disponibili a rivedere le proprie idee religiose qualora si fosse dimostrata loro la superiorità, la bontà e l'efficacia della nuova via di salvezza. Il missionario si meravigliò di questa apertura e del fatto che le idee da lui proposte fossero accolte con favore, anche se i tibetani non ne accettavano l'unicità salvifica, rimanendo stabili nella convinzione «che ciascuno nella sua legge possa salvarsi».

Richiesto di illustrare la sua religione, e la differenza con la loro, Desideri non si sentì pronto di padroneggiare la lingua e propose di preparare un testo scritto. Si dedicò a quest'impegno con tutte le energie. Continuò a studiare la lingua e scrisse tra giugno e agosto due libri in italiano iniziando la traduzione in tibetano del primo agli inizi di settembre.


Nonostante queste difficoltà Desideri concluse la traduzione in tibetano del suo scritto che con il titolo "L'aurora indica il sorgere del sole che dissipa le ultime tenebre", fu presentato al re il 6 gennaio 1717. La presentazione fu apprezzata dal re il quale, però, vista la grande differenza con le loro credenze, chiese ancora una disputa teologica pubblica tra il gesuita e i lama tibetani, lasciando però a Desideri tutto il tempo e i sostegni necessari per potere approfondire ancora la loro lingua e la loro cultura. Desideri, impadronitosi perfettamente della lingua tibetana, penetrò nelle più profonde concezioni del buddhismo, e le descrisse mirabilmente, discutendone i fondamenti in cinque libri scritti direttamente in tibetano. Il gesuita approfondì i testi canonici del buddhismo tibetano compresi nel "Kanjur" ("Traduzione del messaggio del Buddha", cioè la raccolta degli insegnamenti diretti, in 108 volumi) e nel "Tanjur" ("Traduzione della dottrina del Buddha", cioè i commentari indiani agli insegnamenti, in 224 volumi) e commentati dall'opera del riformatore Tsong Khapa, soprattutto dal "Lam rim chen mo" ("Grande esposizione dei livelli del sentiero" o "Via graduale all'illuminazione").

Il 1° ottobre 1716 però, arrivarono a Lhasa tre cappuccini: Domenico da Fano, Francesco Orazio della Penna e Giovanni Francesco da Fossombrone. Desideri li introdusse a corte e li aiutò per la lingua. Il rapporto, però, nonostante le formalità, fu conflittuale. I Cappuccini non potevano permettere che nel territorio a loro affidato ci fosse un altro missionario oltretutto molto diverso da loro per superiorità di cultura, capacità e metodo missionario.

Il 3 dicembre 1717, però, il re dei mongoli zungari Tsewang Arabtan, alla guida di un piccolo esercito, sconfisse uccidendolo il re Lajang Khan (che era mongolo Qoshot), e saccheggiò Lhasa. I Cinesi, che consideravano un loro protettorato quei territori, il 24 settembre 1720 occuparono Lhasa e sbaragliarono le truppe zungare. Desideri ci ha lasciato una testimonianza illuminante su quegli eventi, usando parole che a molti, in questi giorni, non possono che risuonare come una sinistra profezia: «Con tal vittoria, dopo sì luttuose e sì lunghe catastrofi di circa vent’anni, nel mese d’ottobre del 1720 il dominio di tutto questo terzo e principal Thibet passò sotto l’imperator della Cina, a cui è presentemente legato e alla di cui gran potenza resterà, come si può credere, stabilmente soggetto».

Desideri dopo l'invasione degli zungari si rifugiò nella missione di Takpo-khier, praticamente un ospizio predisposto dai Cappuccini per la coltivazione dell'uva necessaria per il vino da messa. Qui Desideri proseguì i suoi studi: concluse nel 1718 la traduzione del suo "L'origine delle cose" ed iniziò la scrittura del libro "Domanda intorno alla teoria del vuoto e delle vite passate", al quale lavorerà ancora fino a tutto il 1719. Compì inoltre numerosi viaggi nel Tibet sud-orientale, nel bacino dello Tsangpo e del Subansiri, visitò le regioni di Kongpo, Nang e Loro e si avvicinò all'attuale confine con l'India dove, nel versante meridionale himalayano, vivevano popolazioni aborigene chiamati Lopa dai tibetani. A Takpo-khier Desideri rimase fino all'aprile del 1721 tornando solo poche volte e per pochi giorni a Lhasa.

I problemi più grandi non vennero però a Desideri dalla situazione politica ma dall'atteggiamento dei Cappuccini i quali mal sopportavano il suo stile missionario. Di loro solo Orazio della Penna si era dedicato allo studio della lingua mentre gli altri non riuscivano a comprendere ed apprezzare la cultura tibetana. Già nel dicembre 1718 Propaganda Fide, dietro le rimostranze dei Cappuccini, aveva invitato i Gesuiti a lasciare il Tibet. Desideri difese in ogni modo la sua missione e resistette fino al 10 gennaio 1721 quando i Cappuccini nell'ospizio di Takpo gli consegnarono una lettera del Generale Tamburini (datata 16 gennaio 1719) che gli comandava di lasciare il Tibet

Lasciato a malincuore il Tibet il 14 dicembre 1721, Desideri rimase vari anni in India, finché il 21 gennaio 1727 si imbarcò da Pondicherry per l'Europa, dove giunse, a Port-Louis nella bassa Bretagna, il 22 giugno. Attraverso la Francia, e la navigazione Marsiglia-Genova, arrivò in Italia e, dopo una breve sosta a Pistoia, sua città natale, dove continuò a lavorare alla "Relazione" e redasse il "Breve e succinto ragguaglio del viaggio all'Indie orientali". Dopo essere passato da Firenze il 23 gennaio 1728 raggiunse «prosperamente a Roma quindici anni e quattro mesi dopo [esservi] partito per andare alle missioni delle Indie Orientali».

A Roma Desideri trovò la Compagnia impegnata nella cosiddetta "disputa sui riti" e capì subito che sarebbe per lui stato difficile difendersi dalle gravi accuse che i Cappuccini gli avevano rivolto per essere andato, secondo loro, contro i principi cristiani ed aver fatto "spropositi". I Cappuccini rimasti a Lhasa, privi di risorse e di adeguati rinforzi, ritenevano che le loro difficoltà dipendessero da controversia non risolta con il Desideri e dalle trame dei Gesuiti, e così chiesero insistentemente che la causa fosse decisa. Padre Felice da Montecchio scrisse a questo scopo dodici "memorie" e tre "sommari" di documenti che furono consegnati a Propaganda Fide. Desideri scrisse allora tre memorie che chiamò "Difese". La situazione si complicò per il fatto che risultò evidente che il Generale Tamburini fosse a conoscenza dell'affidamento delle missioni del Tibet ai Cappuccini ed anche per la denuncia che Felice da Montecchio fece dell'intenzione del Desideri di pubblicare la sua "Relazione" senza che Propaganda ne fosse ancora a conoscenza. Desideri a questo punto rinunciò a difendersi scrivendo che trovava disdicevole « che due Missionarij, venuti dall'estremità del Mondo, debbano qui in Roma perdere il tempo in accusarsi, e in difendersi, in attaccarsi, e in ischermirsi. ». Anche la Curia generalizia della Compagnia di Gesù volle chiudere la questione. Il 29 novembre 1732 Propaganda Fide nella "Congregazione particolare sulle questioni della Missione dei regni del Thibet" confermò la decisione che le missioni del Tibet fossero affidate esclusivamente ai Cappuccini.


Dell'ultimo periodo di vita di Ippolito Desideri sappiamo pochissimo. Morì il 13 aprile 1733 nella Casa Professa di Roma e fu sepolto il 14 nella sepoltura dei Padri della Chiesa del Gesù.


Desideri fu un osservatore finissimo del mondo orientale e stilò le sue impressioni sul Tibet con proprietà di linguaggio e sintesi. Dal punto di vista apostolico, poi non aveva alcuna remora a presentarsi vestito da dignitario locale davanti a re e principi per discutere sulle teorie del Buddha.

Ma ciò che lo rende unico nel suo ruolo è il fatto che apprese con notevole sforzo il tibetano senza vocabolari o grammatiche al fine di poter leggere i testi principali del lamaismo e compilare un catechismo cattolico in quella lingua: secondo il metodo della inculturazione, introdotto da Matteo Ricci, la strategia di questi grandi missionari comprendeva lo studio della religione locale, evidenziando in essa quanto è in accordo con la fede cattolica, confutando con i suoi massimi esponenti quanto invece non lo era. Allo stesso tempo, i missionari cercavano di ottenere benevolenza e protezione presso il sovrano.

Desideri viene considerato il primo tibetologo europeo. Studiò a fondo l'ambiente del Kashmiro del Ladakh e del Tibet, rilevandone le caratteristiche salienti, la flora e la fauna, i costumi e le religioni; arti, ricchezze, la teologia. Produsse anche una descrizione delle regioni visitate, assai sobria e stringata ma di grande precisione per i suoi tempi.

La relazione della sua missione contiene una completa e approfondita descrizione di quasi tutti gli aspetti della vita e della cultura tibetana e specialmente della religione, sia nelle sue manifestazioni esteriori, sia nei suoi fondamenti filosofici.

Desideri è colpito dalla religiosità dei tibetani e, superando le apparenze esteriori, si inoltra nelle concezioni basilari: scopre la positività dell’ideale del bodhisatva di «guidar i viventi all’ultimo e totale scampo dai travagli e al conseguimento della felicità eterna», che questi travagli dipendono dalle nostre azioni, dominate dalle passioni costruite su una errata concezione dell’io e che la salvezza deriva quindi dalla comprensione della illusorietà di ogni concezione egoistica. Ed eccoci giunti al cuore della visione buddhista, quella della vacuità: ogni cosa è priva di sostanza propria, risultando solo aggregazione di vari componenti, ognuno dei quali prodotto da una serie di cause in un processo senza fine.

«Cento volte tornai a leggere, a scrutinare e a profondare, finché, grazie a Dio, arrivai non solamente ad intendere ma sì interamente a possedere (siane tutta la gloria a Dio) e magistralmente comprendere tutte quelle materie sì sottili, sì sofistiche, sì astruse e al mio intento sommamente importanti e necessarie».

Non va dimenticato che, al tempo di Desideri sia la lingua sia il buddhismo tibetano erano praticamente sconosciuti in occidente: il buddhismo cominciò ad essere conosciuto in Europa solo dalla metà dell’800. Perciò è stato giustamente affermato che la conoscenza delle sue scoperte avrebbe cambiato il corso degli studi orientali. Anche Giuseppe Tucci, orientalista e storico delle religioni, fu stupito dalla capacità di Desideri di penetrare così a fondo le sottigliezze teologiche del buddhismo tibetano, «un incontro mirabile, avvenuto sul tetto del mondo, della dogmatica buddistica e di San Tommaso d’Aquino»

Tutti gli scritti di Desideri rimasero nascosti e dimenticati per secoli negli archivi, e dopo che furono scoperti attesero a lungo la pubblicazione e soprattutto una adeguata considerazione in relazione al loro valore. La vita e l'opera di Desideri sta oggi ricevendo, come merita, l'attenzione degli studiosi di vari ambiti disciplinari, per il suo interesse storico e per quanto ha da insegnare ancora oggi a tre secoli di distanza.

Se vuoi ulteriori notizie, consulta:
http://www.gesuiti.it/storia/24/27/139/597/schedapersonaggio.asp
http://www.ippolito-desideri.net/biografia.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Ippolito_Desideri
E.G. Barghiacchi – Ippolito desideri, il Marco Polo del Tibet – Missione Oggi .n.8 – Ott.2004 – pp 45-47 (lezioni di storia)