Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

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domenica 6 ottobre 2013

Scienza e tecnica lungo la Via della Seta


Con il termine Pax Mongolica si suole indicare il periodo durato ufficialmente circa un secolo, (a partire dal 1221)  ma di fatto ben più lungo, che caratterizzò la conquista  - da parte dei Mongoli - dell’Asia Centrale e di gran parte dell’Europa: durante quegli anni  le strade che univano l’Oriente all’Occidente – quelle che noi chiamiamo tradizionalmente Via della Seta – divennero meno rischiose da percorrere, facilitando così lo scambio nelle due direzioni, non soltanto delle merci ma anche degli uomini e con essi delle idee, delle scienze e delle tecniche.

 


Sul tragitto da ovest ad est ci furono mercanti e religiosi che ebbero contatti significativi con i mongoli oramai sinizzati: il caso emblematico, universalmente conosciuto è quello di Marco Polo ma le esperienze missionarie di quel periodo – anche se meno note – non furono meno importanti. Ricordo i francescani Giovanni da Pian del Carpine, di Giovanni da Montecorvino, frate Odorico da Pordenone, Guglielmo da Rubruck: questi personaggi lasciarono relazioni di viaggio che costituiscono ancora oggi un importante strumento per la conoscenza della grande civiltà orientale.

(per chi desidera conoscere meglio questi  personaggi, che oso definire “mitici”, propongo la lettura di:






Ma come ho detto prima, non solo uomini e merci sono transitate lungo la Via della Seta, ma anche idee, conoscenze tecniche e scientifiche.

A partire dall’alchimia (quella branca del sapere che secoli dopo sarà razionalizzata fino a trasformarsi nella odierna chimica), troviamo una traccia interessante che riguarda gli acidi minerali, quelli  che si ottengono dalla reazione di anidride ed acqua e che danno origine ai sali [acido solforico, acido cloridrico, per intenderci]. La prima menzione di tali sostanze è tradizionalmente attribuita ad un frate francescano (!) tal Vital du Four nel suo testo Pro conservando sanitate  del 1295. Ebbene, una fonte cinese dell’anno 860, lo Yu Yang Za Zu (Miscellanea Yu Yang) di Duan Chengshi, parla di una pratica alchimistica appresa in India, nella quale non è difficile riconoscere l’impiego di acidi minerali «vi è in India una sostanza…che…può sciogliere erbe, legno, metalli e ferro…e scioglie e distrugge la mano di chi vuole afferrarla…».Probabilmente per veicolo dei pellegrini buddhisti cinesi che si trovavano in India e poi rientravano in Cina, la conoscenza e l’uso degli acidi minerali trasmigrò da ovest ad est e successivamente arrivò in qualche modo in Europa.

(riguardo alla diffusione del buddhismo in Cina, leggi anche: Il viaggio in occidente d San Zang e Via della seta o via dei sutra?)

Un’ altra sostanza di cui tradizionalmente si attribuisce l’invenzione ai cinesi è la povere da sparo: è questo un materiale esplosivo utilizzato come propellente per cartucce e munizioni delle armi da fuoco o per petardi e fuochi d'artificio. I più remoti riferimenti a miscele deflagranti composte da salnitro, zolfo e carbone, note come protopolveri piriche, risalgono a fonti cinesi dell'VIII e IX secolo d.C., ma il loro utilizzo era finalizzato principalmente alla fabbricazione di fuochi artificiali e sistemi di segnalazione.
Solo a partire dall'XI e XII secolo si ha notizia, sempre nelle cronache cinesi, di una loro utilizzazione nella produzione di razzi e di bombe incendiarie. Durante la dinastia Yuan (1279-1368) la tecnica di produrre polvere da sparo venne esportata, prima nel mondo arabo e poi in Europa, anche questa volta attraverso le vie carovaniere.
 
Altro esempio è fornito dalla astrologia (oggi meglio astronomia)  e la condivisione di calcoli, dati e tecniche di osservazione. Nel 1258 la cavalleria mongola aveva saccheggiato e distrutto Baghdad, ponendo fine al califfato abbasside. Ma il condottiero Hülegü Khan, ben consapevole che la conquista non è stabile se le diverse culture non si arricchiscono a vicenda, diede vita in seguito ad una esperienza di sincretismo scientifico tra le più stupefacenti: venne infatti creato nell’Azrbaijan un osservatorio astronomico dove vennero utilizzati gli strumenti più sofisticati dell’epoca e venne allestita una biblioteca scientifica con decine di migliaia di volumi. A questa esperienza collaborarono scienziati e tecnici provenienti dalla Estremo Oriente ( i cinesi Fu Mengji e Guo Shuojing) e dall’Estremo occidente (lo spagnolo Yahya ibn Muhammad  al Andalusi).

Legata in qualche modo ai problemi astronomici è stata poi la bussola, una delle più importanti invenzioni attribuita ai cinesi. Pare che in origine utilizzassero tale scoperta come spettacolo d'attrazione: delle lancette magnetizzate venivano lanciate come si fa coi dadi e queste, per lo stupore degli spettatori presenti, finivano per indicare sempre il Nord. Passò molto tempo prima che questa "attrazione circense" fosse applicata alla navigazione: una volta conosciuta la posizione del Nord, infatti, era poi possibile identificare altre direzioni. Durante la dinastia Song (960-1279), i cinesi trovarono il modo per magnetizzare degli aghi di acciaio, strofinandoli contro delle magnetiti:  facendoli galleggiare in un contenitore con dell’acqua ottennero una bussola portatile che fu molto utile per la navigazione. Le navi cinesi poterono avventurarsi più sicuramente nell’oceano indiano e iniziarono a stabilire relazioni commerciali col mondo indiano e quello arabo.
Fu così che l’uso della bussola si diffuse anche nei paesi arabi e successivamente in Europa.

 


Sempre in campo tecnico, non possiamo sorvolare sul fatto che la Cina è stata la prima civiltà ad introdurre l’uso della carta: fino dai tempi della dinastia Han, circa 2000 anni fa, troviamo tracce di uso di un tipo di carta di grossolana fattura e spessa, ottenuta da fibre di canapa macerata. L’arte di fabbricare la carta si sviluppò rapidamente nei secoli raggiungendo elevati livelli di qualità. Nell’VIII secolo, attraverso la Via della Seta, gli arabi iniziarono ad imparare a fabbricare la carta, ma dovettero passare altri 400 anni perché l’uso della carta si diffondesse in Europa, guarda caso a partire dall’Italia, che ne rimase per molto tempo uno dei principali produttori ed esportatori verso l’Europa settentrionale

Con la invenzione della carta e dell’inchiostro, iniziò a prendere piede anche la tecnica di stampa: durante la dinastia Tang i testi venivano scritti su una carta sottile che poi veniva incollata rovesciata su un blocco di legno: ogni carattere veniva poi intagliato ottenendo così l’immagine di una pagina di stampa che veniva inchiostrata e premuta sui fogli per la riproduzione. Questa tecnica era lenta e costosa perché richiedeva ovviamente un blocco di legno intagliato per ogni pagina da stampare. Il frontespizio del più antico libro stampato in questo modo – Il Sutra di Diamante – stampato nell’anno 868, è stato scoperto nelle Grotte di Dunhuang, lungo la Via della Seta. Durante la dinastia Song, fu Bi Sheng a ideare l’intaglio di singoli caratteri in piccoli cubetti di argilla che una volta cotti diventavano resistenti e quindi capaci di molteplici utilizzi: i cubetti venivano quindi assemblati ed incollati su un piano metallico per generare la pagina da stampare e poi rimossi e riutilizzati per altre pagine. Questa tecnica si diffuse rapidamente in Corea, Giappone e Vietnam attorno all’anno 1000. Tuttavia i caratteri di argilla erano molto fragili: nel 1298 Wang Zhen introdusse un tipo più resistente ottenuto intagliando il legno, ma poco dopo, in Corea,  ci fu la transizione ai caratteri mobili in metallo.E’ molto probabile che la tecnologia impiegata in Asia possa essersi diffusa in Europa attraverso le vie di commercio per l’India o per il mondo arabo: tuttavia non si ha alcuna prova che Gutenberg (inventore dei caratteri mobili nel modo occidentale, introdotti nel 1440) possa essere stato a conoscenza della tecnologia coreana, anche se la coincidenza temporale delle due invenzioni fa dubitare della loro totale indipendenza.

 

Concludendo, possiamo dire che uomini idee e tecniche viaggiarono incessantemente nei due sensi durante la Pax Mongolica: e questo dimostra ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – che anche la Cina, considerata erroneamente un impero chiuso e immobile per due millenni, fu in realtà un enorme organismo vivente che, come una spugna, assorbì e restituì uomini, idee e tecniche.

 

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_grandi_invenzioni_dell'antica_Cina





http://it.wikipedia.org/wiki/Bussola

 

giovedì 4 ottobre 2012

Via della Seta o Via dei Sutra?




La diffusione  del buddhismo in Cina rappresenta, ancora oggi, uno dei processi di acculturazione delle idee e delle credenze religiose tra più straordinari della Storia dell'umanità. Culture elaborate e dai profondi risvolti filosofici e spirituali, come quelle indiana, centroasiatica e cinese, riuscirono in Cina a fondersi e a costituire un insieme di scuole dottrinali e di culture materiali, parte delle quali sopravvive tutt'oggi nell'area di influenza cinese e in Giappone, e da dove, nello scorso secolo, hanno raggiunto l'Occidente.

Il Buddhismo è penetrato in Cina agli albori dell'era cristiana, sotto la dinastia Han, giungendo, lungo il tratto orientale della Via della Seta, dalla Serindia, nome che deriva dalla combinazione delle parole Seri e India ed indica propriamente la parte dell'Asia nota anche come, Turkestan Cinese o Asia Superiore, che in quel periodo era diventata un protettorato cinese.
Il tratto orientale della Via della Seta

La forza militare della dinastia Han aveva infatti permesso all'impero di espandersi a occidente nella pianura desertica del Tarim, dove erano situate le città-stato e i principati dei Tocari, Saci e Sogdiani nella provincia del Xinjiang-Uigur attualmente di etnia prevalentemente uigura. In questo modo la Via della Seta veniva resa sicura fino al Pamir, ai confini con la Battriana nell'odierno Afghanistan. Come vedremo, in quella regione inospitale la diffusione del buddhismo fu impressionante e modificò in modo irreversibile la vita delle popolazioni che vivevano là: la cosa interessante è che proprio tramite le testimonianze dei viaggio dei monaci che si muovevano avanti e indietro tra la Cina e l’India, possiamo ricostruire la vita di quei luoghi.

(vedi anche:La Cina alla ricerca di Roma: il prode ban Chao e l'ingenuo Gan Ying)

E proprio attraverso l’Afghanistan [pensate alla diffusione “culturale” che questa regione rappresenta oggi] che si creò quel collegamento tra India e Cina che consentì la diffusione del buddhismo in quella regione: non si hanno notizie certe su quando questo avvenne  ma solo leggende, la principale delle quali vorrebbe che l'imperatore Míng Di, degli Han Orientali, (regno: 57-75 d.C.) avesse sognato un uomo d'oro. Particolarmente colpito dall'accaduto, un suo consigliere suggerì che potesse essere un dio straniero di nome Buddha. Míng inviò dunque alcuni ambasciatori verso Occidente, che tornarono insieme a due monaci indiani, Kāśyapa Mātanga  e Gobharana, condotti su di un cavallo bianco. I monaci portarono con loro testi delle scuole del buddhismo dei Nikaya, tra cui il Sutra in quarantadue capitoli, che tradussero nel 67 d.C. a Luòyáng dove fondarono il Monastero del Cavallo Bianco.

Qualcosa di  più documentato si ha a partire dal II sec. d.C., grazie alle cronache monastiche cinesi. Intorno al 150 giunse in Cina, come ostaggio, An Shigao, un principe persiano buddhista il quale avrebbe tradotto diversi sutra (le cronache parlano di 35 testi) delle scuole del buddhismo dei Nikaya. Nel 181 giunse il persiano An Xuan, un mercante il quale, divenuto discepolo di An Shigao, tradusse altri testi sempre delle scuole del buddhismo dei Nikaya e predicò attivamente la dottrina buddhista. Poi, sempre nel II secolo, è la volta di Lokaksema un vero e proprio missionario mahayana proveniente dall’impero Kushan che tradusse moltissimi testi ma di scuole del buddhismo mahayana. L'opera di Lokaksema fu seguita da un altro missionario kushan, Zhi Qian, un monaco poliglotta, discendente di una famiglia che si era stabilita un secolo prima a  Luoyang. Il più importante traduttore del III sec., anche lui un kushan, fu tuttavia Dharmaraksa. La sua famiglia si era stabilità da tempo a Dunhuang e là nacque Dharmaraksa che entrò in un monastero buddhista a soli 8 anni. I buddhisti cinesi e gli stranieri buddhisti residenti in Cina sentirono tuttavia la necessità di acquisire direttamente nuovi testi religiosi, quindi Dharmaraksa accompagnò il suo maestro, un monaco indiano conosciuto con il suo nome cinese, Zhú Gāozuò, in un viaggio verso l'Occidente dove visitarono numerosi regni incontrando ben 36 idiomi diversi e raccogliendo sutra buddhisti. Tornato in Cina, Dharmaraksa si occupò della loro traduzione. Ne tradusse ben 149 prima di morire, in età molto avanzata, nel 316 d.C.

Nel corso del IV secolo, a seguito della invasione della Cina settentrionale da parte dei popoli delle steppe (in particolare gli Xiongnu), la corte cinese abbandonò Luoyang spostandosi verso Sud, fondando la nuova capitale a Jiankang (oggi Nanjing) e la nuova dinastia Jin Orientale (317-420). Nella Cina meridionale il Buddhismo prosperò soprattutto tra le classi aristocratiche e vi furono importanti monaci cinesi, che operarono per inserire la dottrina buddhista nella cultura tradizionale cinese. Tra questi monaci cinesi, va menzionata l'opera di Huiyan ( 334-416), fondatore del monastero di Dōnglín ( Monastero del Bosco Orientale), Dao’an (312-385), fondatore del monastero di Xiuanyan. Nel corso di quegli anni venne completata la progressiva raccolta di sutra buddhisti provenienti dall'Asia centro-orientale e quindi si cercò di raggiungere l'India, il paese che diede i natali al Buddha Shakyamuni, per poter completare la raccolta con nuovi testi.

Per tale ragione nel 399 partì, sempre da Jiankang, il monaco cinese Fa Xian ( 340-418) per una missione durata 14 anni (dal 399 al 412) in India e Sri Lanka alla ricerca dei Vinaya indiani e di nuovi sutra. Il suo viaggio è descritto nel suo Annotazioni sui regni buddhisti, redatti dal monaco cinese Fa Xian sui suoi viaggi in india e Ceylon alla ricerca dei libri della disciplina buddhista, in cui illustra la storia e la geografia di numerosi paesi incontrati lungo la Via della Seta, l’India e Ceylon. Dalle Annotazioni di Fa Xian, che forse sono le prime informazioni che abbiamo su quelle regioni, possiamo ricostruire come era il bacino del Tarim nel V secolo: seguiamolo nel suo avventuroso viaggio per il tratto di Via della Seta che attraversa quelle regioni.
Il viaggio di Fa Xian

Partito da Chang’an, Fa Xian attraversò la provincia del Gansu arrivando a Lanzhou: già in quella zona trovò le prime difficoltà, in quanto, per i disordini che agitavano quella provincia, era quasi impossibile viaggiare sulle strade principali: dovette proseguire per vie secondarie. Tuttavia il re locale lo accolse benevolmente e lo ospitò per qualche mese. Riprese quindi il viaggio accompagnato da alcuni monaci e si diresse a Dunhuang, dove fece un’altra tappa.


Le grotte di Mogao
Probabilmente a Dunhuang visitò le grotte di Mogao, che da pochi anni si stavano sviluppando: si tratta di un sistema di 492 tempietti scavati nella roccia, in una rupe lunga 1600 metri (per cui il termine con cui sono note, cioè "grotte", può non essere il più adatto a descriverle). La leggenda narra di un monaco buddhista chiamato Lezun che, nel 366, ebbe una visione: mille Buddha. Convinse quindi un ricco pellegrino della Via della Seta a fondare il primo tempio che si trova qui. Col passare dei secoli i templi crebbero fino a superare il numero di mille, e con essi vennero costruiti ricoveri e repositori di testi sacri, e cappelle votive. Fra il IV e il XIV i monaci di Dunhuang raccolsero numerosi manoscritti occidentali, e molti dei pellegrini che passavano per il sito dipinsero affreschi all'interno delle grotte, oltre a lasciare un'offerta e a pregare per propiziarsi un viaggio tranquillo.
 Gli affreschi coprono una superficie di oltre 42.000 metri quadrati.
I monaci buddhisti praticavano una vita austera e speravano che l'isolamento delle grotte li avrebbe portati più facilmente all'illuminazione. I dipinti servivano come aiuto per la meditazione, in quanto rappresentazione visiva della ricerca dell'illuminazione. Inoltre avevano lo scopo di illustrare agli analfabeti le storie e le credenze buddhiste. Tuttavia, nel corso dell' XI secolo le grotte vennero murate, in quanto erano ormai diventate ricolme di vecchi manoscritti, lacerati o perlopiù inutilizzabili. Agli inizi del XX secolo un taoista cinese di nome Wang Yuan-Lu si autonominò guardiano di alcuni di questi templi. Egli scoprì che dietro ad un muro vi era un corridoio, il quale portava ad una piccola caverna ricolma di antichi manoscritti (tutti databili fra il 406 e il 1000): antichi rotoli di canapa cinesi e tibetani, antichi dipinti su seta e carta e molte figure di Buddha, perlopiù danneggiate. Wang si imbarcò in un ambizioso progetto di restauro dei templi, sia per mezzo di donazioni private che di istituzioni. Oggi le grotte di Mogao sono uno dei più importanti siti turistici della regione, oltre che attrattiva per numerose spedizioni scientifiche, anche se la minaccia alla conservazione del sito arriva dalla sabbia che si è riversata sulle facciata della rupe ricoprendo con un velo le opere, dal vento che ha eroso la roccia, dall'umidità che ha deteriorato le opere e dai terremoti che hanno fratturato la struttura. Nel 1987 le Grotte di Mogao sono state inserite nell'elenco dei Patrimoni dell’umanità dell'UNESCO.

Il deserto di Lop Nor
Fa Xian fu aiutato dal prefetto locale di Dunhuang,  che fornì al gruppo i mezzi per attraversare il deserto di Lop Nor, [un antico lago salato, poi dissecatosi e diventato una immensa crosta di sale di 3.000 km2. Per la cronaca i cinesi lo hanno utilizzato nel 1959 per il primo test nucleare] Fa Xian lo descrive: « … infestato di demoni feroci e battuto da venti caldissimi. Non si vedono uccelli volare, né animali muoversi sul terreno: le uniche indicazioni sula via da percorrere sono le ossa risecchite di uomini e animali che si incontrano ai bordi delle piste».

Dopo un viaggio di 17 giorni, avendo percorso circa ottocento chilometri, il pellegrini raggiunsero il regno di Shanshan (con capitale Loulan), un territorio collinoso e sterile.  Posizionato sul ramo meridionale della Via della Seta, che collega Dunhuang a Khotan, Sanshan fu conteso per secoli tra i cinesi han e gli Xiongnu, in quanto territorio strategico per il controllo del traffico delle merci tra oriente e occidente. Fa Xian ci racconta che:

Luolan


«Gli abiti degli abitanti sono grossolani ma simili a quelli indossati nella nostra terra di Han. Il re segue la nostra legge[buddhismo], e nella regione si trovano più di 4000 monaci Theravada [hinayana]. Le persone comuni di questo e di altri reami in questa regione seguono, come i monaci,  le regole di vita indiane, anche se in modo più blando. Così i viaggiatori che si muovono verso occidente, trovano le stesse regole in tutti i reami, a parte la diversità delle lingue locali. I monaci tuttavia, che hanno abbandonato la vita mondana e lasciato le loro famiglie, sono tutti studiosi dei Libri Sacri indiani e conoscitori della lingua indiana[sanscrito]».

Il bacino del Tarim

Qui si fermarono per un mese e quindi ripresero il cammino verso nord-est, raggiungendo, dopo un paio si settimane, il regno di Karashahr  sul bordo settentrionale del Tarim: qui trovarono delle comunità di monaci di più di 4000 persone, tutti seguaci  della scuola Hinayana. Questi monaci erano di osservanza molto stretta e i monaci cinesi non erano preparati a seguire le loro regole: Fa Xian riuscì a rimanere per un paio di mesi in uno di quei monasteri, aiutato dal sovrintendente Fu Gongsun che lo aveva preso in simpatia. Tuttavia la gente del luogo trascurando i doveri di correttezza e di giustizia trattò gli stranieri in maniera così avara che alcuni compagni di Fa Xian se ne tornarono verso Turfan con la speranza di ottenere là i mezzi per proseguire il loro cammino. Turfan è stato per lungo tempo il centro di una oasi fertile ( l’acqua era ottenuta attraverso un ingegnoso sistema di canali, detto karez, che raccoglieva l’acqua dai monti e la convogliava verso la città tramite una fitta rete di canali sotterranei) ed un importante centro commerciale. Sede di un antico regno chiamato Gushi, fu conquistata dai cinesi nel 60 d.C. ma durante la dinastia Han passò di mano varie volte tra cinesi e Xiongnu. Dopo la caduta degli Han la regione diventò un regno vassallo della Cina, governato da popolazioni uigure.

Fa Xian riuscì invece, grazie alla liberalità di Fu Gongsun, ad avere i mezzi per proseguire, con la restante compagnia, in direzione sud-ovest. Trovarono però quella regione totalmente deserta: le difficoltà che trovarono nell’attraversarla furono al limite della capacità umana ma per fortuna, dopo più di un mese di marcia riuscirono a raggiungere Khotan.

L’antico reame di Khotan  è stato uno dei primi stati buddhisti al mondo ed ha rappresentato un ponte culturale attraverso cui la cultura e l’insegnamento buddhista fu trasmesso dall’India alla Cina. L’oasi di Khotan ha una posizione geografica strategica trovandosi alla congiunzione tra un antico ramo della Via della Seta (quello che corre lungo il lato sud del bacino del Tarim, tra Dunhuang e Kashgar) con una delle antiche vie che portavano a sud verso il Tibet e l’India. Ecco come lo descrive Fa Xian:
Un tempio a Khotan

«Khotan è un regno piacevole e prosperoso, molto popolato. Gli abitanti seguono la nostra legge e amano divertirsi riunendosi per ascoltare e cantare le loro musiche religiose. Ci sono miriadi di monaci, la maggior parte di scuola mahayana. Tutti ricevono il loro cibo dai magazzini comuni. Le case della gente sono separate l’une dalle altre ed ogni famiglia ha un piccolo stupa davanti alla porta di casa. Nei monasteri ci sono delle foresterie che ospitano i monaci viaggianti, che sono riforniti per tutte le loro necessità. I monaci sono chiamati a mangiare dal suono di una campana: quando entrano nel refettorio, il  loro comportamento è ispirato ad una gravità riverente, prendo posto in modo ordinato il tutto in un perfetto silenzio. Non si sente alcun rumore dalle loro ciotole o da altri utensili durante il pasto e se qualcuno di questi uomini puri ha bisogno di cibo, non può chiamare gli inservienti ma solo fare dei segnali con le mani…».

Alcuni compagni di Fa Xian partirono in anticipo, mentre Fa Xian rimase là con il resto del gruppo per altri tre mesi, perché voleva vedere le processioni delle immagini. Ed ecco come le descrive:

Il re di Khotan
«In quel reame ci sono quattro grandi monasteri, senza contare quelli più piccoli. A partire dal primo giorno del quarto mese dell’anno, i monaci spazzano e lavano le strade all’interno della città ripulendo anche i vicoli e strade secondarie. Davanti alla porta della città allestiscono una grande tenda, magnificamente adornata in tutti i modi possibili, dove il re e la regina, con le cortigiane in abiti sfarzosi, prendono temporanea residenza. I monaci del monastero Gomati, di tradizione mahayana, tenuti in grande reverenza da parte del re, hanno la precedenza su tutti gli altri nella processione: a distanza di un paio di chilometri dalla città, allestiscono un grande carro che trasporta le immagini sacre in una configurazione che richiama la sala grande del monastero. Le sette sostanze preziose (cioè oro, argento, lapislazzuli, quarzi, rubini, diamanti  e agate) sono tutte presenti sul carro assieme a drappi di seta e baldacchini tutto intorno. L’immagine principale del Buddha è sistemata nel centro del carro, con due Bodhisattva che lo scortano, mentre quelle dei Deva [esseri soprannaturali] tutte impreziosite da oro ed argento sono disposte appese ai fianchi in guisa di corteo. Quando il carro arriva in prossimità della porta della città, il re si toglie la corona e si cambia d’abito indossando un semplice saio e portando fiori ed incenso, esce dalla sua tenda per rendere omaggio alle immagini sacre, circondato da due ali di cortigiani. Prostrato a terra ai piedi del carro sacro sparge i fiori e brucia l’incenso. Il carro poi entra in città, accompagnato dalla regina e dalle dame di corte che spargono ogni tipo di fiore al suo passaggio. Nei giorni successivi il rito si ripete: ogni monastero infatti prepara il proprio carro sacro ed effettua la processione, finché al quattordicesimo giorno, il rito termina ed il re ritorna nel suo palazzo».


Terminato il rito delle processioni, Fa Xian riprese il cammino verso l’India. A partire da Khotan, raggiunse Tashkurgan, vicino a Kashgar, dove i due rami della Via della Seta che aggiravano il deserto di Taklamakan si ricongiungevano per poi proseguire ad ovest verso il Mediterraneo e a sud verso l’India. In quest’ultima direzione, le difficoltà del viaggio cambiavano totalmente: non più zone calde e desertiche come quelle incontrate nel bacino del Tarim, ma altissime ed impervie montagne da attraversare. Per arrivare in India bisognava infatti superare il passo del Karakorum, alto oltre 5.500 m. che collega Yarkand a Leh nel Ladakh. Fa Xian così commenta quella fatica: «la neve le ricopre tutto l’anno e in quelle rigide zone si possono incontrare draghi velenosi che ,se provocati, sputano dei venti velenosi dalle loro fauci e provocano tormente di neve o tempeste di sabbia: solo uno su diecimila si salva quando incontra questi pericoli. La gente del luogo chiama questa catena “ Monti Nevosi” ». Oggi, come si può vedere dalla cartina, c’è una comoda autostrada che collega il Xinjiang all’India (anche se, per motivi climatici, il passo è aperto “solo” da maggio ad ottobre!).


Dopo un altro mese di viaggio raggiunsero Skardu [ nel Ladak] dove Fa Xian ritrovò i suoi compagni di viaggio che erano partiti prima. Di qui si mossero verso l’India Settentrionale e dopo un altro mese di cammino, Fa Xian e i suoi compagni arrivarono in India, nel Punjab: e qui lasciamo il nostro pellegrino alla ricerca dei libri sacri buddhisti.


Dopo 14 anni Fa Xian tornò in Cina via mare non senza gravi difficoltà dovute a vari naufragi. Riuscì comunque a portare con sé molti testi buddhisti ed immagini sacre e passò il resto della sua vita a tradurre e commentare le scritture che aveva raccolto.


Sitografia









giovedì 17 novembre 2011

I soldati romani in Cina duemila anni fa...ma non da conquistatori!


Nella piazza del villaggio di Liqian, nella Prefettura di Yongchang, provincia di Gansu, non è raro vedere una dozzina di abitanti del villaggio, dall’aspetto marcatamente occidentale, indossare armature e scudi e intrattenere i tanti turisti. E’ difficile pensare che un remoto villaggio nel nord-ovest della Cina, sia abitato da persone dai tratti somatici occidentali, che improvvisino antiche danze e parate militari romane, ereditate dai loro antenati.



La prefettura di Yongchang nel Gansu
Situato lungo la Via della Seta, la rotta commerciale più importante dell’Asia - che già duemila anni fa collegava attraverso settemila chilometri l’Europa all’Asia - il paese venne alla ribalta nel 1990, quando alcuni archeologi trovarono i resti di un antico forte romano e constatarono che molti abitanti avevano marcati lineamenti occidentali. Nel 1999, il villaggio, precedentemente denominato Zhelaizhai, è stato rinominato Liqian. Secondo i documenti storici cinesi infatti, Liqian era il nome che gli antichi cinesi avevano dato all’Impero Romano. I resti del forte sono attualmente circondati da catene. Un monumento è stato eretto vicino ai suoi resti per raccontare la sua storia e la recente costruzione di un padiglione in stile romano si erge nei pressi del monumento.

Con gli occhi verdi infossati e un lungo naso adunco, Luo Ying, 35 anni, ha un aspetto europeo che gli è valso il soprannome di “principe romano”, da parte dei suoi compaesani. Nel 2005, test del DNA hanno confermato che alcuni degli abitanti del villaggio erano di origine straniera.

Vediamo di capirci qualcosa …

Intorno alla metà del I secolo a.C. profonde divisioni lacerano l’Asia centrale: Hu Hanye e Zhi Zhi due fratelli appartenenti ad una tribù dell’etnia Xiongnu (quelli che noi chiameremo Unni), da tempo immemore predoni sul confine cinese, si disputano il titolo di Shan Yu (re). Dalla lotta per il potere di due fratelli nasce una sorta di guerra civile: una parte del popolo segue Hu Hanye, che si accorda con la Cina, una parte invece segue l'altro fratello. Sconfitto dal generale cinese Cheng Tang, Zhi Zhi viene catturato e messo a morte nel 35 a.C., I suoi seguaci sono costretti a fuggire verso ovest nelle steppe dell’Asia centrale. Un secolo e mezzo dopo la morte di Zhi Zhi, questo misterioso popolo, ormai mescolato a diverse altre razze, è nella zona del mar Caspio.

La notizia interessante di questa storia - che non ha nulla di originale - tramandataci dalle cronache cinesi, è che la guardia del corpo di Zhi Zhi era composta da uomini di un'altra razza, capaci di usare una complessa tattica di difesa, ottenuta mediante la sovrapposizione degli scudi, in un modo che ricorda la testudo romana.

Lo storico Homer Dubs vede in quei mercenari dei soldati romani superstiti della battaglia di Carre, condotta da Crasso nel 53 a.C contro i Parti in Asia Minore. Da Plinio il Vecchio sappiamo che in quella battaglia, che si concluse anch'essa con una sonora sconfitta romana, 10.000 romani furono catturati dai Parti e trasportati nella Margiana, un territorio nell'attuale Turkmenistan. Secondo questa versione i legionari, una volta sotto l'impero cinese, avrebbero fondato il villaggio di Liqian, nel nord-ovest della Cina; questa teoria è suggerita da vari indizi, tra cui lo stesso nome del villaggio (uno dei diversi modi del cinese antico per indicare Roma) ed i caratteri etnico-antropologici degli abitanti dell'area su cui sorse il villaggio, diversi da quelli cinesi. Tuttavia non sono state trovate evidenze archeologiche né chiare prove genetiche sugli abitanti attuali; gli scettici sostengono che il nome Liqian sarebbe solo foneticamente uguale al nome cinese della città di Roma ed avrebbe diverso significato, e che anche il riferimento nelle cronache alla formazione "a scaglie di pesce" dei soldati potrebbe riferirsi genericamente ad una disposizione molto serrata delle file della fanteria, piuttosto che alla tecnica romana della testuggine.

Nel novembre del 2010, è stato istituito presso la Lanzhou University di Gansu, il «Centro Italiano Studi», che vedrà Italia e Cina impegnate in una ricerca per svelare questo mistero. Il professor Yuan Honggeng, capo del centro, ha detto che spera di provare la teoria, scavando per scoprire ulteriori prove del primo contatto della Cina con l’Impero Romano lungo la Via della Seta. ”Speriamo di svelare il mistero delle legioni romane perdute”, ha dichiarato Yuan.

Nel mese di agosto 2010, un nuovo complesso costruito in stile architettonico romano è stato creato per soddisfare i visitatori, e mentre un produttore cinematografico di Pechino ha in programma di spendere milioni per raccontare questa storia, sono sempre di più i turisti che si recano al villaggio.

“Siamo molto felici che il villaggio sia diventato vibrante”, ha detto Zhao, un abitante di Liqian, che ha guadagnato 2.000 yuan (circa 240 euro) l’anno scorso, grazie al boom del turismo.



Fonti
http://it.wikipedia.org/wiki/Relazioni_diplomatiche_sino-romane
http://it.wikipedia.org/wiki/Parti
http://www.yourself.it/cina-liqian-villaggio-discendenti-antichi-romani/
http://it.wikipedia.org/wiki/Campagne_partiche_di_Marco_Antonio
http://www.metaforum.it/showthread.php/21697-quot-Semo-romani-de-Gansu-quot
http://www.tuttocina.it/mondo_cinese/100/100_bert.htm

sabato 5 novembre 2011

La Cina alla ricerca di Roma: il prode Ban Chao e l'ingenuo Gan Ying


Ban Chao
Uno delle migliaia di chengyu cinesi [frasi idiomatiche, motti, proverbi, entrati nel linguaggio comune] recita: 投筆從戎 [pronuncia: tóu bǐ cóng róng] che vuol dire «Getta il pennello e arruolati». Questa frase allude ad una situazione in cui bisogna abbandonare la vita tranquilla di chi se ne sta chiuso nel suo studio a scrivere, per realizzare sé stessi e le proprie ambizioni tramite una vita attiva ed avventurosa.


Il chengyu si riferisce alla persona di Ban Chao: Chao era nato a Pingling ( l’odierna Xianyang nella provincia dello Shaanxi) nel 32 d.C. Suo padre, Ban Biao, era un storico ufficiale presso l’imperatore ed anche suo fratello, Ban Hu, aveva scritto un libro sulla dinastia Han Occidentale.

[vedi anche: Chengyu: pillole di saggezza cinese]


Zhang Qian
A 30 anni, Ban Chao faceva lo scrivano per il governo locale : Ma a lui non interessava “scrivere” la storia, lui voleva “fare” la storia! Uno dei miti di Ban Chao era il grande Zhang Qian e sognava di compiere delle grandi imprese. Un giorno, mentre copiava dei documenti, pensò ai suoi progetti grandiosi e si agitò talmente da gettare il pennello a terra con uno scatto, dicendo tra sé e sé dopo aver tirato un sospiro: « Un uomo valoroso non ha altro scopo che seguire le orme di Zhang Qian e fare qualcosa per diventare qualcuno in un paese straniero. Come potrei sprecare la mia vita scrivendo?»


[vedi anche: L'incredibile Zhang Qian, che cercando i Yuezhi, trovò la Via della Seta]

E fu così che 73 si arruolò nell’esercito sotto il generale Dou Gu per combattere contro gli Xiongnu. Ben presto fu promosso per l’eroismo dimostrato in battaglia, ma anche per la sua intelligenza e le sue doti nel trattare con i nemici. Il suo motto era: «Se non entri nella tana della tigre, come potrai catturare i suoi piccoli?»

L’imperatore He Di ammirato dal suo talento in campo, lo promosse ben presto generale lo inviò in missione diplomatica nelle regioni occidentali. Ban Chao operò inizialmente nella regione del Tarim combattendo varie popolazioni locali; riuscì a fare quello che a Zhang Qian non era stato possibile: collaborò militarmente con i Yuezhi ( o Kushan), contro incursioni nomadiche dei Sogdiani nell'84 d.C., quando questi ultimi stavano cercando di appoggiare una rivolta del re di Kashgar. Attorno all'85, aiutarono il generale cinese anche in un attacco su Turfan, ad est del Bacino di Tarim. Purtroppo però le cose cambiarono rapidamente: in riconoscimento del loro aiuto ai cinesi, i Kushan richiesero, vedendosela negata, una principessa Han, anche dopo che inviarono dei doni alla corte cinese. Per rappresaglia, marciarono su Ban Chao nell'86 con una forza di 70.000 uomini, ma esausti per la spedizione, vennero infine sconfitti dalla più piccola forza cinese. I Yuezhi si ritirarono e pagarono un tributo all'Impero Cinese durante il regno dell'imperatore He Di .

Ban Chao operò per 30 anni nell’Asia Centrale, sedando numerose ribellioni e stabilendo relazioni diplomatiche con più di 50 stati della regione, che hanno garantito una durevole pace ed armonia lungo la Via della Seta. Nel 91 Ban Chao aveva pacificato le Regioni Occidentali dell’impero ed era stato insignito del titolo di «Grande Protettore delle Regioni Occidentali»

Uno degli episodi più curiosi della vita di Ban Chao fu il tentativo di contattare addirittura l’Impero Romano: allo scopo di stabilire relazioni commerciali dirette con Roma: l’impresa purtroppo non ebbe successo, ma vediamo come è andata.

Nel 97 d.C. Ban Chao attraversò le montagne del Pamir con un esercito di 70.000 uomini in una campagna contro gli Xiongnu [gli Unni] spingendosi a ovest fino al Mar Caspio e all'Ucraina. Giunto fin sulle sponde del Lago d’Aral, il generale decise di inviare un suo ufficiale, Gan Ying, a esplorare il regno persiano e l’Estremo Occidente, cioè l’impero romano di cui i Cinesi avevano conoscenza indiretta. L’emissario partì e, come ci raccontano le cronache cinesi ufficiali del periodo Han, giunse nei pressi del Mar Nero. Qui, deciso a proseguire il viaggio per portare a termine la missione, interrogò i marinai persiani sulla lunghezza della traversata, i quali gli risposero:

«Il mare è vasto e grande, con i venti in favore è possibile attraversarlo in tre mesi, ma se incontrerete la bonaccia può darsi che impiegherete due anni. È per questo che chi si imbarca porta a bordo provviste per tre anni. Per di più c’è qualcosa in questo mare che riesce a rendere un uomo cosí malato di nostalgia, che molti hanno perduto la vita in questo modo. Se l’ambasciatore Gan vuole dimenticarsi la famiglia e la patria, può imbarcarsi».

Gan Ying

Spaventato da queste parole, Gan Ying decise di riprendere la strada del ritorno senza rendersi conto che i Parti avevano deliberatamente esagerato i pericoli della traversata proprio per evitare che l’emissario continuasse il proprio viaggio: era infatti nell’interesse dei mercanti del Vicino Oriente, intermediari delle transazioni commerciali tra l’Asia e il Mediterraneo, che la Cina e l’Impero Romano non entrassero in contatto diretto, anche perché Roma era, a quel tempo, uno dei principali mercati d’esportazione delle sete cinesi.

Gan Ying riportò comunque notizie dell'Impero romano che deve aver ricavato da fonti persiane: egli situava Roma nell'ovest del mare:

«Il suo territorio copre diverse migliaia di lǐ [un li corrisponde a circa 500m], è composto da circa 400 città fortificate. Ha assoggettato molte decine di piccoli stati. Le mura delle città sono di pietra. Hanno istituito una rete di stazioni di posta... Ci sono pini e cipressi ».


Gan Ying descriva anche il sistema “democratico”, l'aspetto fisico e le ricchezze:

«Per quanto riguarda il re, non è una figura permanente ma viene scelto fra gli uomini più degni... La gente è alta e di fattezze regolari. Assomigliano ai cinesi ed è per questo che questa terra è chiamata «Da Qin» [che significa "Grande Cina"]... Il suolo fornisce grandi quantità d'oro, argento e rari gioielli, compreso un gioiello che splende di notte... Hanno tessuti con inserti in oro per formare arazzi e damaschi multicolori e fabbricano vestiti dipinti d'oro e un vestito-lavato-nel-fuoco ».

Infine Gan Ying determina correttamente Roma come il polo principale, posto al terminale occidentale della Via della seta:

«È da questa terra che arrivano tutti i vari e meravigliosi oggetti degli stati stranieri »

E così, per l’ingenuità di Gan Ying sfumò una occasione storica: una eventuale corrispondenza tra Roma e l'Impero cinese avrebbe potuto sconvolgere completamente gli equilibri geopolitici mondiali. Le immense distanze dell'Asia centrale scongiuravano ogni possibile minaccia militare reciproca tra le due superpotenze, che, d'altro canto erano accomunate dall'interesse di eliminare ogni intermediario nella più importante via commerciale dell'antichità, cioè la Via della seta.


Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Ban_Chao
http://en.wikipedia.org/wiki/Ban_Chao
http://en.wikipedia.org/wiki/Gan_Ying
http://en.wikipedia.org/wiki/Sino-Roman_relations

martedì 25 ottobre 2011

L'incredibile Zhang Qian, che cercando i Yuezhi, trovò la Via della Seta


Il bacino del Tarim
Alla fine del 1980, nel remoto deserto Taklamakan, nel bacino del Tarim (oggi provincia cinese dello Xinjiang) vennero rivenute delle mummie perfettamente conservate di 3000 anni che avevano lunghi capelli biondo-rossicci, caratteri europei e nessuna caratteristica dell’odierno popolo cinese, tanto che gli archeologi pensano che possono essere stati i cittadini di un’antica civiltà sconosciuta che esisteva nel crocevia tra l’Asia e l’Europa.

Molte delle mummie sono state trovate in buone condizioni, grazie alla secchezza del deserto che ha indotto il disseccamento dei cadaveri. Le mummie condividono molte caratteristiche tipiche dei Caucasici, e molti di loro hanno i capelli fisicamente intatti, hanno colori che vanno dal biondo al rosso al marrone e, in generale, lunghi, riccio e intrecciati. I loro costumi e vesti indicano una comune origine indo-europea neolitica: ad esempio l’uomo di Charchan indossava una tunica rossa e gambali di tartan. Il tessuto trovato con le mummie e uno dei primi tessuti europei e sono simili ai prodotti tessili trovati sui corpi nelle miniere di sale in Austria di circa 1300 a.C. Recentemente un team di ricercatori americani e cinesi ha confermato grazie alla sequenza dei dati del DNA, che le mummie hanno caratteristiche della zona del sud della Russia e dell’Europa occidentale.
L'uomo di Charchan

Gli studiosi in materia hanno elaborato diverse ipotesi sulla origine di queste popolazioni: l'opinione dominante è che fossero Indoeuropei, e potrebbe trattarsi del popolo noto come Tocari nelle fonti classiche, o di un popolo affine. Di questi Tocari non è chiara né la lingua né l'appartenenza etnica. È stato ipotizzato che fossero popolazioni iraniche dell'Asia Centrale affini agli Sciti, ma è anche possibile fossero di origine proto-turca. È verosimile che questi indoeuropei occidentali siano stati i fondatori e primi abitatori delle città-oasi nel deserto di Taklamakan, in Uigur, tra cui si possono citare: Turfan, Kucha, Aksu, Karashahr, Cherchen.



I cinesi chiamavano Yuezhi gli abitanti del bacino del Tarim: diverse fonti storiche in lingua cinese, infatti, fanno cenno all'esistenza di un «popolo bianco dai lunghi capelli» che viveva oltre i confini nord-occidentali della Cina. La prima testimonianza cinese del popolo Yuezhi risale al 645 a.C. per opera del letterato Guan Zhong che nel suo Guan Zi (Scritti del Maestro Guan), fa menzione di un popolo Yuzhi (禺氏) , un popolo del nord-ovest, esportatore di giada, estratta dalle montagne di Yuzhi nella provincia di Gansu. Il commercio della giada dal Bacino del Tarim è documentato sin dall'antichità, anche con il supporto di specifici ritrovamenti archeologici. Secondo il sinologo sovietico Yury Zuev intorno al III secolo a.C. i Yuezhi conquistarono le terre dei Tocari presso le sorgenti del Fiume Giallo. Sempre secondo Zuev le cronache cinesi dell'epoca si riferiscono a questo popolo i Yuezhi Maggiori (Da Yuezhi), in contrapposizione agli Yuezhi Minori (Xiao Yuezhi) con cui indicava il popolo Tocari. Le due popolazioni venivano poi considerate un tutt'uno con il nome appunto di Yuezhi.


Zhang Qian

Fino a qui niente di straordinario:storie di scoperte archeologiche, di teorie sulle origini dei popoli. Ma ecco la incredibile storia di Zhang Qian: nel 138 a.C l'imperatore Wudi della dinastia Han , inviò nelle regioni a nord-ovest, oltre i confini dell’impero, un oscuro funzionario di nome Zhang Qian con cento uomini di scorta alla ricerca del popolo degli Yuezhi al fine di stipulare un'alleanza militare contro i comuni nemici Xiongnu.

Da sempre i cinesi erano minacciati a nord da una popolazione formata da tribù nomadi, gli Xiongnu, che antichissimi resoconti storici cinesi riferiscono discendere dalla prima dinastia cinese, la mitica dinastia Xia. Il loro territorio si estendeva dalla Siberia meridionale, la moderna Mongolia, la Manciuria occidentale e le odierne province cinesi di Gansu e Xinjiang. Questi nomadi erano considerati così pericolosi e distruttivi, che la dinastia Qin iniziò la costruzione della Grande Muraglia per proteggere la Cina dai loro attacchi. Le relazioni fra le prime dinastie cinesi e gli Xiongnu erano complesse, con ripetuti periodi di confronti militari e intrighi alternati a scambi di tributi, commercio e matrimoni combinati a scopo politico. Alcuni storici ipotizzano che gli Unni che invasero l’Europa ne IV secolo d.C. siano parte degli Xiongnu migrati verso ovest dopo la definiva sottomissione delle tribù orientali da parte dei cinesi.



Ovviamente anche gli Yuezhi erano in conflitto continuo con gli Xiongnu: gli Yuezhi praticavano frequentemente lo scambio di ostaggi con i loro nemici. una volta ebbero l’occasione di detenere prigioniero Modu Shanyu, figlio del capo tribù degli Xiongnu. Il padre di Modu decise di sferrare un attacco a sorpresa contro i Yuezhi, che cercarono quindi di ucciderlo per rappresaglia. Modu riuscì fortunosamente a fuggire e tornato in patria uccise suo padre e divenne leader del suo popolo.

In questa veste, intorno al 177 a.C., Modu guidò una poderosa spedizione per invadere il territorio degli Yuezhi nella regione di Gansu, ottenendo importanti successi militari. Fu così che si vantò con l'imperatore cinese Han che «grazie al valore in combattimento dei suoi uomini e alla forza dei suoi cavalli, era riuscito a scacciare gli Yuezhi dalle loro terre, massacrando o costringendo alla sottomissione gran parte delle loro tribù». Il figlio di Modu, Jizhu, riuscì a sua volta ad uccidere il sovrano Yuezhi e, secondo le leggi delle tribù nomadi, ricavò un boccale dal teschio del suo nemico.

Secondo fonti della tradizione storica cinese, da allora una parte del popolo Yuezhi fu sottomesso al dominio degli Xiongnu, mentre una vasta porzione del popolo Yuezhi riuscì a migrare dalla regione di origine verso nord-ovest, insediandosi prima nella valle del fiume Ili subito a nord della catena montuosa dei Tian Shan[ I Monti Celesti] , dove si scontrarono con il popolo dei Sai (o Saci). Secondo il classico della storiografia cinese, Han Shu: «Il popolo Yuezhi attaccò il re del popolo Sai che fuggì molto lontano verso sud, cosicché gli Yuezhi occuparono le sue terre.»

Dopo il 155 a.C la popolazione nomade dei Wusun, nemica degli Yuezhi, si alleò con gli Xiongnu, per scacciare gli antichi nemici ancora più a sud. Fu così che il popolo Yuezhi fu costretto a un nuovo esodo verso le terre della civiltà Dayuan, nella Valle di Fergana, insediandosi lungo la riva settentrionale dell'Osso, nella regione di Transoxiana, fra l'odierno Tagikistan e l'Uzbekistan, poco a nord del regno ellenistico greco-battriano

Nelle cronache cinesi Shi Ji (Memorie Storiche) dello storico Sima Qian, risalente al II-I secolo a.C. Nello Shi Ji si narra che:

«Gli Yuezhi originariamente vivevano nella regione che si trova tra i Monti Qilian e la città di Dunhuang, tuttavia dopo essere stati sconfitti dal popolo degli Xiongnu essi migrarono lontano a occidente, oltre le regioni abitate dagli Dayuan, dove essi attaccarono e conquistarono il popolo Daxia e la loro terra e posero la corte del loro sovrano lungo la sponda settentrionale del fiume Amu Darya. Una piccola parte di questo popolo, tra coloro che non furono in grado di intraprendere il lungo viaggio verso occidente, si rifugiarono fra le popolazioni barbare dei Qiang e vengono detti Yuezhi minori.»

Nel 124 a.C. gli Yuezhi furono impegnati in un conflitto con i Parti, nel quale venne ferito e ucciso il sovrano Artabano I di Partia. Subito dopo questo conflitto, forse per le continue incursioni dei loro nemici da nord, o forse per le rinnovate ostilità dei Parti gli Yuezhi si spostarono ulteriormente a sud verso la Battria.

Questa regione era stata conquistata intorno al 330 a.C. dalle truppe di Alessandro Magno, che vi aveva fondato un regno ellenico. Dopo la sua morte (323 a.C.), il potere effettivo era passato nelle mani dei suoi generali, che si erano divisi le sue immense conquiste. La Persia era stata suddivisa tra vari satrapi macedoni, tra i quali era emersa presto la figura di Seleuco, satrapo di Babilonia, che aveva regnato con il titolo persiano di «Gran Re» su un impero che si estendeva dall'Afghanistan al Mar Egeo.

Durante quegli anni l'attenzione dei Seleucidi era stata concentrata a occidente per le ripetute guerre con L’ Egitto tolemaico e un'invasione di Galli in Asia Minore. Ne avevano approfittato i satrapi delle province più orientali per rendersi indipendenti: Diodoto aveva fondato il regno della Battria, che tuttavia sopravvisse poco a causa dell'invasione degli Yuezhi. La tradizione vuole che la città greca di Alessandria sull’Osso sia stata rasa al suolo dai Yuezhi durante la loro conquista.

E fu proprio durante la loro permanenza in Transoxiana, che i Yuezhi ricevettero l'ambasciata cinese guidata dell'inviato imperiale Zhang Qian: ma come mai l’ambasciatore cinese arrivò solo allora?

il viaggio di Zhang Qian
Ricordate? Zhang Qian, funzionario imperiale, aveva lasciato la capitale Chang’an nel 136 a.C. con cento uomini di scorta con la missione di tentare un’alleanza con i Yuezhi per contrastare i Xiongnu. Purtroppo, attraversando il territorio dei Xiongnu, era stato fatto prigioniero e trattenuto come schiavo per quasi dieci anni. In quel periodo tuttavia era riuscito a guadagnare la fiducia del capo tribù ed aveva anche sposato una donna Xiongnu che gli aveva dato un figlio maschio. Ma il fedele Zhang Qian non aveva mai dimenticato la missione che l’imperatore gli aveva affidato: capitatagli una occasione propizia, fuggì con la moglie e il figlio e attraversando il bacino del Tarim costeggiando i monti Kunlun aveva inseguito gli spostamenti dei Yuezhi e finalmente era giunto ai loro territori dopo ben dodici anni dall’inizio del suo viaggio.

Ma la cosa più beffarda fu che la missione diplomatica si rivelò un insuccesso: l'alleanza con i cinesi venne rifiutata in quanto i Yuezhi, essendosi spostati molto ad ovest, non erano più interessati a contrastare i Xiongnu. Tuttavia la missione di Zhang Qian non fu priva di conseguenze [serendipità …]. L'inviato imperiale ebbe tempo per studiare a fondo la cultura del popolo Yuezhi, del quale fece un dettagliato resoconto nel suo scritto Shiji, considerato un documento fondamentale per la conoscenza della situazione dell'Asia Centrale in questa epoca storica. Zhang Qian trascorse circa un anno ospite degli Yuezhi e fece diverse escursioni in Battria. Nel suo scritto ci rivela che:

«Gli Yuezhi Maggiori vivono a circa 2.000 o 3.000 "li" (circa 1.247 kilometri) a ovest di Dayuan, a nord del fiume Gui (l'Osso). Essi confinano a sud con i Daxia, a ovest con gli Anxi (i Parti), e a nord con i Kangju. Sono una nazione di nomadi, e si spostano da un pascolo all'altro con il loro bestiame, ed hanno costumi molto simili a quelli degli Xiongnu. Il loro esercito è composto da circa 100.000 o 200.000 arcieri.»

Organizzati in cinque tribù principali, ognuna di esse era guidata da un capo tribù detto yabgu.
Sempre grazie alla testimonianza scritta di Zhang Qian, abbiamo anche una descrizione del regno greco-battriano dopo la conquista da parte degli Yuezhi. Scrive il diplomatico cinese:

« Daxia si trova a circa 2.000 li a sud-ovest di Dayuan, a sud del fiume Gui. La sua popolazione è dedita alla coltivazione ed hanno città e abitazioni. I loro costumi sono come quelli dei Dayuan. Essi non hanno un sovrano ma piuttosto piccoli regnanti che governano le varie città. La popolazione non è addestrata a combattere e non ama la guerra, ma è molto abile nel commercio. Dopo che i Yuezhi Maggiori si spostarono a occidente e attaccarono questo popolo, tutta la loro terra è finita nelle mani degli invasori. La popolazione è numerosa, circa 1.000.000 di persone, e la loro capitale è la città di Lanshi (la moderna Balk) dove si trova un grande mercato dove è possibile comprare ogni sorta di mercanzia.»



Ripresa la via del ritorno, Zhang Qian fu nuovamente catturato dai Xiongnu, ma anche questa volta gli fu risparmiata la vita perché fu apprezzato il suo senso del dovere e la compostezza dimostrata di fronte alla morte. Due anni dopo, nel 115 a.C. approfittando della morte del capo dei Xiongnu e dei disordini che si erano creati tra le tribù, Zhang Qian riuscì nuovamente a fuggire ed a tornare in Cina, dove fu accolto con grandi onori, insignito del titolo di «Grande Messaggero» e nominato ministro. Un anno dopo il suo ritorno in patria, Zhang Qian morì.


Zhang Qian
Zhang Qian quindi è stato il primo diplomatico ufficiale di riportare informazioni affidabili su Asia Centrale alla corte imperiale cinese, e ha giocato un importante ruolo pionieristico nella colonizzazione cinese e la conquista della regione ora conosciuta come Xinjiang. Oggi Zhang Qian è considerato un eroe nazionale e riverito per il ruolo fondamentale ha giocato in apertura della Cina verso il mondo degli scambi commerciali.

La sua missione ha portato i cinesi a contatto con gli avamposti orientali della cultura ellenistica; questi contatti portarono immediatamente all'invio di diverse ambasciate da parte della Cina: con il successivo controllo stabilito dall’impero Han sull’Asia Centrale con l’assoggettamento dei Xiongnu venne favorito lo sviluppo dei traffici con l’Occidente che si svolgevano lungo quella che diventò poi la «Via della Seta».


Ma Il contributo dei Yuezhi allo sviluppo dei contatti tra Oriente ed Occidente non finisce qui: nel secolo successivo, la tribù Yuezhi del Guishuang (貴霜) ottenne la supremazia sugli altri, e unificò la regione formando una solida confederazione. Il nome Guishuang fu adottato ad occidente e modificato in Kushan o Kusana per designare la confederazione, per quanto i cinesi continuassero a chiamarli Yuezhi.

Ottenendo gradualmente il controllo dell'area dalle tribù indo-scitiche, i Kusana si espansero a sud nella regione tradizionalmente nota come Gandhara, un'area che copre principalmente il Potohwar pakistano ma che si stende anche in un arco che include la valle di Kabul e parte di Kandahar in Afghanistan. Fondarono capitali gemelle nei pressi delle odierne Kabul e Peshawar allora note come Kapisa e Pushklavati.


I Kusana fecero loro molti elementi della cultura ellenica della regione della Battriana, in cui si erano insediati. Adattarono l'alfabeto greco (spesso alterandolo) per rispondere alle esigenze del loro linguaggio (sviluppando la lettera Þ "sh", come in "Kushan") e ben presto cominciarono a coniare monete di foggia greca. Poi gradualmente iniziarono ad adottare anche la cultura indiana come gli altri gruppi nomadi che avevano invaso l'India. Il primo grande imperatore Kusana sembra avesse adottato lo Sivaismo, come indicato dalla sue monete. I successivi imperatori incarnarono un'ampia varietà di dei Indiani o dell'Asia Centrale, così come Buddha.

All'apice della dinastia i Kushan controllavano un territorio che si estendeva dal Mare di Aral, attraverso gli odierni Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan, fino all'India Settentrionale.

L'unità non stringente e la relativa pace di un tale vasto territorio incoraggiarono i commerci a lunga distanza, portò le sete cinesi a Roma e creò file di centri urbani fiorenti. Il dominio dei Kushan collegò le rotte commerciali marine dell'Oceano Indiano con quella della Via della Seta, attraverso la valle dell’Indo. Fiorirono anche gli scambi culturali, incoraggiando lo sviluppo del Buddhismo greco, una fusione di elementi culturali ellenistici e buddhisti, che si sarebbe espanso nell'Asia centrale e settentrionale come buddhismo Mahayana.

I Kusana furono infine un elemento di cerniera tra l’Impero Romano e quello cinese. Diverse fonti romane descrivono la visita di ambasciatori dei re di Bactria e India, durante il II secolo, riferendosi probabilmente ai Kushan. Elio Spartiano, parlando dell'imperatore Adriano (117-138 d.C.) nella sua Historia Augusta scrive:

«Reges Bactrianorum legatos ad eum, amicitiae petendae causa, supplices miserunt»
«I re dei Bactriani gli inviarono ambasciatori supplici, per ottenere la sua amicizia»

Anche nel 138, secondo Sesto Aurelio Vittore (Epitome‚ XV, 4),Antonino Pio, successore di Adriano, ricevette ambasciatori indiani, bactriani (Kushan).

La cronaca storica cinese dell'Hou Hanshu descrive inoltre lo scambio di merci tra l'India nord-occidentale e l'Impero Romano dell'epoca:

«Ad ovest (Tiazhu, India nord-occidentale) comunica con Da Qin (l'Impero romano). Cose preziose dal Da Qin si possono trovare qui, così come fini vesti in cotone, eccellenti tappeti di lana, profumi di ogni sorta, pani dolci, pepe, zenzero e sale nero.»

Durante i I e il II secolo, l'Impero Kushan si espanse militarmente verso nord e occupò parti del Bacino del Tarim, loro luogo di origine, mettendole al centro del redditizio commercio centro-asiatico con l'Impero Romano. Viene riportato che collaborarono militarmente con i cinesi, contro incursioni nomadiche, in particolare quando collaborarono con il generale cinese Ban Chao contro i Sogdiani nell'84 d.C., quando questi ultimi stavano cercando di appoggiare una rivolta del re di Kashgar. Attorno all'85, aiutarono il generale cinese anche in un attacco su Turfan, ad est del Bacino di Tarim. In riconoscimento del loro aiuto ai cinesi, i Kushan richiesero, vedendosela negata, una principessa Han, anche dopo che inviarono dei doni alla corte cinese. Per rappresaglia, marciarono su Ban Chao nell'86 con una forza di 70.000 uomini, ma esausti per la spedizione, vennero infine sconfitti dalla più piccola forza cinese. I Yuezhi si ritirarono e pagarono un tributo all'Impero Cinese durante il regno dell'imperatore Han He (89–106 d.C.). Più tardi, attorno al 116, i Kushan fondarono un regno incentrato su Kashgar, prendendo inoltre il controllo di Khotan e Yarkand, che erano dipendenze cinesi nel Bacino del Tarim.

Seguendo queste interazioni, gli scambi culturali aumentarono ulteriormente, e i missionari buddhisti kushan come Lokaksema, Zhigian e Dharmaraksa, divennero attivi nelle città capitali cinesi di Luoyang e talvolta di Nanjing, dove si distinsero particolarmente per i loro lavori di traduzione delle scritture Hinayana e Mahayana in Cina, contribuendo enormemente alla diffusione del Buddhismo sulla Via della Seta.

A partire da Chang’an attraversava il corridoio del Gansu e a Dunhuang si divideva in due strade: una si volgeva verso nord-ovest e costeggiava il bordo settentrionale del bacino del Tarim, toccando Turfan, Karashahr, Kucha e Kashgar, quindi raggiungeva il Fergana, attraversando i monti del Pamir e si dirigeva verso il mediterraneo passando per Merv, Ctesifonte e Palmira. L’altra volgeva verso sud-ovest e costeggiava il bordo meridionale del bacino del Tarim, toccando Shanshan (Loulan), Kotan e Yarkand, quindi attraversava i monti del Pamir e giungeva a Bactra (Balkh); di qui partivano due percorsi, uno diretto verso l’India, l’altro diretto verso il Mediterraneo

E  come tutte le parabole umane,a partire dal III secolo l'Impero Kushan iniziò a frammentarsi in vari sottoregni fino a che i resti dell’ impero Kushan vennero definitivamente spazzati via dall’invasione degli Unno Bianchi nel V secolo e successivamente dall’espansione dell’Islam … ma intanto avevano cambiato in modo irreversibile le relazioni Oriente-Occidente.

Fonti:

http://ilfattostorico.com/2010/03/16/le-mummie-del-bacino-del-tarim/
http://salinguerra.wordpress.com/2009/08/11/le-mummie-di-tarim/
http://en.wikipedia.org/wiki/Zhang_Qian
http://monkeytree.org/silkroad/zhangqian.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Xiongnu
http://it.wikipedia.org/wiki/Yuezhi
http://it.wikipedia.org/wiki/Dinastia_Han