Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

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martedì 21 febbraio 2012

Ibn Battuta: il Marco Polo arabo

«Uscii da Tangeri, mia città natale il giovedì 2 del mese di Rajab 725 [14 giugno 1325] con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta...»

Così inizia il libro Rihla, cioè Viaggio (arabo: ﺭﺣﻠـة‎), il racconto dei viaggi straordinari di Ibn Battuta: l’islam medievale ha avuto numerosi viaggiatori arabi, ma nessuno è stato cosi importante come Ibn Battuta. Egli ha viaggiato per una trentina d’anni attraverso il mondo nella stessa epoca in cui visse Marco Polo. Pur avendo intrapreso viaggi avventurosi e temerari, tali da competere con quelli del più noto viaggiatore italiano e da farli meritare l’appellativo di «Marco Polo arabo», egli rimane incredibilmente sconosciuto in Europa e forse non abbastanza apprezzato nello stesso mondo arabo.


Abū ‘Abd Allāh Muḥammad Ibn ‘Abd Allāh al-Lawātī al-Tanjī Ibn Baṭṭūṭa, (questo è il suo nome completo!) noto semplicemente come Ibn Baṭṭūṭa (ابن بطوطة) era nato a Tangeri, in Marocco nel 1304, all’epoca della dinastia dei Marinidi e apparteneva ad una famiglia di giuristi musulmani. Il racconto di dei suoi viaggi straordinari non è stato redatto da lui personalmente, ma da uno scriba del sultano merinide Abu Inan, un mecenate come molti sovrani arabi. Nel 1354, lo scriba iniziò ufficialmente la stesura del racconto completo di Ibn Battuta e lo terminò un anno dopo. Ibn Juzay, il giovane scriba di origine Andalusa diede al racconto un titolo molto lungo, la cui traduzione risultò pesante e poco estetica. Il titolo suona infatti in arabo:

تحفة النظار في غرائب الأمصار وعجائب الأسفار‎

Tuḥfat al-naẓār fī gharāʾib al-amṣār wa ʿajāʾib al-asfār,

che è traducibile come: "Il dono per chi osserva le peculiarità dei centri abitati e le meraviglie che si parano di fronte ai viaggiatori".

Questo titolo è stato spesso sostituito più efficacemente dall’unica parola Rihla, che divenne anche il nome di un genere letterario molto apprezzato in Nord Africa tra il XII e XIV secolo, le cronache di viaggio appunto. Solo nel XIX secolo l’Europa si interessò al nostro etno-geografo quando due studiosi tedeschi pubblicarono separatamente due traduzioni di alcune parti della Rihla. La traduzione completa fu eseguita da Defrèmy e Sanguinetti, due studiosi arabisti francesi. Il lavoro durò dal 1853 al 1858 e apparse con il titolo di: Viaggio di Ibn Battuta.

Nel suo racconto, egli ci parla della parte più estesa del mondo abitato a quel tempo riferendosi all’Arabia, Siria, Egitto, Maghreb, Sudan, Afghanistan, India, Cina, Indonesia ecc ...

Ma vediamo brevemente il contenuto della Rihla. Il viaggio di Ibn Battuta inizia con il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, che ogni islamico dovrebbe fare almeno una volta nella vita. Parte da solo e con pochi soldi, confidando nella rete di istituzioni che l'islam prevede a favore di chi viaggia. Ma l’inizio del viaggio è molto faticoso: arriva ad Algeri unendosi ad una carovana di mercanti, ma a Bejaia lo assale una forte febbre e verso Costantina alcuni briganti cercano di derubarlo. Dopo mille peripezie, non piacevoli, arriva ad Alessandria nell’aprile del 1326, dieci mesi dopo aver lasciato Tangeri. Là rimane per alcuni giorni con un venerato sufi, Burhan al-Din, il quale gli propone di estendere il suo pellegrinaggio andando a visitare un suo confratello nella lontana India.

Attraversato l’Egitto, sosta per qualche mese in Siria e poi lascia Damasco per l’Arabia. In una puntata a Gerusalemme, prima di proseguire alla Mecca, Ibn Battuta conosce un altro maestro sufi della confraternita Rifa'i, Abd al-Rahman ibn Mustafa che lo prende a ben volere e gli regala una khirqa, il mantello rattoppato dei sufi, simbolo della povertà dall'orgoglio mondano. Dai frequenti riferimenti agli incontri con i sufi per tutta la durata dei suoi viaggi, si capisce che Ibn Battuta era un affiliato o aveva comunque una certa dimestichezza in quell’ambiente: in effetti anche in Marocco e nella sua Tangeri il sufismo era ben radicato ed amato sia dal popolo sia dagli intellettuali, un po’ meno dal potere, in quanto i sufi sono noti per la loro incorruttibilità.

Sono i primi giorni del mese di Settembre 1326 ed ecco il nostro giovanotto arriva alla Mecca: dopo essersi tagliato i capelli ed aver indossato lo ihram, una veste bianca a simboleggiare l'uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, bacia la pietra nera, già allora levigata dall'uso, nell'angolo destro esterno della Ka'ba. Compiuti tutti i riti, sosta alla Mecca, in un ospizio dei sufi, per studiare, riposarsi, guardarsi intorno. Nota i mercati pieni di frutta d'ogni genere pur nel mezzo del deserto, e come «le donne della Mecca siano di rara ed incomparabile bellezza, pie e virtuose ».


Dopo il soggiorno alla Mecca per Ibn Battuta ritornare indietro significava rinnegare la promessa fatta allo shaik di Alessandria di andare in India. Inoltre aveva preso gusto a viaggiare, a esplorare le terre dell'Islam più lontane di cui sentiva parlare quando era ragazzo. Qui inizia una specie di vagabondaggio, senza una precisa meta, che ci mostra quanto fosse importante per Ibn Battuta non tanto la destinazione quanto il viaggio in sé.

Ed eccolo a Baghdad, a Bassora a Esfahan, [oggi in Iran] dove non manca mai di sostare presso le comunità sufi. Poi è la volta dello Yemen. Sotto scorta di un fratello sufi tra i sentieri di montagna, prosegue verso Aden e poi verso la costa africana visitando Zeila, Mogadiscio e Kilwa, situata ad ovest della punta settentrionale del Madagascar. Da Kilwa, con i venti propizi, salpa verso le coste del sud est della penisola arabica e precisamente a Zafar. Con un'altra imbarcazione prosegue verso il golfo di Oman facendo numerosi scali tra cui ad al-Hallaniya, un'isola dove su una collina vive un periodo di ritiro un anziano sufi: ovviamente, il nostro protagonista, non manca di andarlo a trovare. Il resto del viaggio è però per lui un tormento, in quanto vede i marinai e gli altri viaggiatori cibarsi di uccelli marini arrosto, però non sgozzati, e quindi contro i precetti islamici. Lui si accontenta di qualche galletta rancida comprata a Zafar. Ibn Battuta disgustato da questo fare barbaro, decide di proseguire a piedi assoldando come guida uno dei marinai: pessima scelta, in quanto il marinaio, cercherà di ammazzarlo per rubargli i vestiti. Arrivato a Qalhat dopo aver superato aridi territori, coi piedi gonfi e sanguinanti, si concede una settimana per riprendersi. Nell'inverno ritorna finalmente alla Mecca.

Rimaneva sempre aperto il progetto del viaggio India: così Ibn Battuta, sul finire del 1330, si imbarcò a Latakia in Siria su una nave mercantile genovese diretta in Anatolia. Nulla di strano per lui, non nuovo a stravaganze: Ibn Battuta afferma di avere sempre evitato, laddove possibile, di passare due volte per la stessa strada, fu così che si diresse verso l'India non per la via più breve, ripassando dalla Persia, bensì per quella più difficile tra le steppe dell'Asia centrale, dalla regione del Volga alle coste del lago d'Aral. Ma vediamo i dettagli del viaggio.

A Sinope, sul mar nero, si imbarca su un mercantile, probabilmente genovese, diretto in Crimea. Furiose tempeste portano l'imbarcazione sul punto di affondare, ma i passeggeri se la cavano soltanto con una buona dose di paura. Sbarcano a Kaffa, [oggi Fedosiya] dove i genovesi avevano la loro colonia più numerosa. Qui Ibn Battuta mostra un aspetto deplorevole di fanatismo, soprattutto per un seguace del sufismo, i cui valori si ispirano alla tolleranza. Forse stressato dal viaggio e bisognoso di riposare monta su tutte le furie quando le campane delle chiese cominciano una dopo l'altra a martellare le sue orecchie: preso da un impeto di vendetta, sale di corsa con i suoi sulla cima del minareto per recitare a squarciagola il Corano. Il qadi [giudice] del luogo si precipita, armato fino ai denti, sul minareto per fare star zitta quella comitiva sul punto di far scoppiare una guerra religiosa. Per fortuna tutto finisce lì, in quanto i genovesi non avrebbero avuto niente da guadagnare con delle baruffe.




Dopo questo episodio, il nostro si sposta ad al Qiram, dove, secondo lui, c'erano meno campane, alloggiando in una tekke [abbazia] sufi. Qui compra tre carri e muli per tirarli, ed una giovane schiava greca. La squinternata carovana incrocia ad un certo punto quella più dignitosa e sfarzosa del khan mongolo in persona. Fatta in fretta amicizia, prega con lui alla festa della rottura del digiuno, dopodiché tutti a tavola! Qui ne combina un’altra delle sue, perché, in barba ai precetti islamici, non rifiuta il vino del banchetto, prendendosi una sbornia colossale. Sorvolando ipocritamente sulla sua mancanza, si sofferma invece a commentare il fatto che sia la moglie del khan, sia le altre donne, pur essendo musulmane girano senza velo. Nella Rihla riferisce con dovizia sulla libertà e sul rispetto che godono le donne mongole e turche, con costumi così diversi da quelli arabi.

Sicuramente Ibn Battuta è dotato di grandi capacità di relazione e sa vendersi molto bene: naturalmente la sua carovana viene inglobata in quella più grande e, dopo diverse vicissitudini, si trova a viaggiare, vestito di una bellissima tunica, su un carro fuoriserie trainato da tanti e bellissimi cavalli, insieme alla principessa Bayalun. Essa, incinta di qualche mese, aveva chiesto il permesso al marito di andare a partorire da suo padre, l'imperatore Andronico III re di Bisanzio. Il sultano, che aveva sposato la figlia dell'imperatore bizantino per motivi diplomatici, non ebbe nulla da obiettare. Ovviamente Ibn Battuta non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione di visitare la corte di Bisanzio ed ottiene, pure lui, il permesso di accodarsi alla nuova carovana, con tanto di regali. L'india poteva aspettare.

Ibn Battuta fa dei bei commenti su Costantinopoli, ma in realtà, dietro e fuori le mura, si trattava di un mondo in crisi, pronto a crollare come in effetti successe. Bayalun, una volta giunta in città, decide di rimanervi (pare che sia ritornata dal marito diversi anni dopo...) e rimanda indietro la comitiva, Ibn Battuta compreso. Ma il terribile inverno asiatico era alle porte: il ritorno fu durissimo. Egli ricorda che quando si lavava la faccia l'acqua gli si gelava tra la barba e ricadeva in frammenti di ghiaccio. Per quanto si coprisse aveva sempre freddo: tre pellicce una sopra l'altra, doppio paio di calzoni e mutandoni, doppie calze lunghe e spesse, stivali in cuoio foderati di pelliccia d'orso. Il gruppo semi-ibernato riuscì comunque ad arrivare a Nuova Sarai, sul Volga, dove stava alloggiando il khan, per riferirgli ogni accaduto.

Evidentemente Ibn Battuta aveva capitalizzato la sua lunga digressione: quando ripartì dal Volga per dirigersi, questa volta veramente, in India, era ricchissimo. Cavalli a non finire, gioielli, schiavi ed almeno tre giovani donne nel suo carro (si comincia qui a intuire l’attrazione che il nostro provava per il gentil sesso...). Tutte donazioni fatte, oltre dal khan, anche dai nobili via via incontrati. Sicuramente Ibn Battuta aveva imparato a gestire la sua immagine, a farla valere, ed il mondo è «una immagine» [concetto di modernità impressionante!]: proprio per questo, dicono i sufi, non vale un soldo bucato. In ogni caso se Ibn Battuta non avesse avuto una buon livello d'istruzione, delle capacità fuori dal comune, non avrebbe potuto gestire la sua immagine come ha fatto. Non era solo fumo negli occhi. All'inizio era un pellegrino a cui si donava una ciotola per pietà, a poco a poco divenne uno studioso abbastanza importante a cui i sovrani si sentivano in dovere di rendere omaggi. Ed Ibn Battuta ci prese gusto. Forse un po’ troppo, come vedremo.

Il tragitto verso Delhi del nostro attento viaggiatore, fu ricco di incontri con fratelli sufi , ma tra tutti spicca la sua visita a Multan allo shaik Rukn al Din Abu l'Fatah, proprio quello che il mistico di Alessandria d'Egitto sette anni prima gli aveva chiesto di incontrare!

Anche a Delhi entrò rapidamente nelle grazie del sultano che gli affidò la carica di qadi. Egli amministrò vasti territori ma sembra essersi dimostrato poco sensibile nei riguardi della povera gente: invischiato nei cerimoniali e negli intrighi di corte, aveva poco tempo per accorgersi del prossimo. Ma nonostante tutti gli accorgimenti adottati per rimanere a galla, cadde in disgrazia a causa della sua amicizia con lo shaik Shihab al Din, il quale, trattava apertamente con distacco il sultano, che cercava l'impossibile: sottomettere i sufi al suoi volere come se fossero comuni ulama ed imam religiosi.

A causa dell'amicizia con Shihab, Ibn Battuta rischiò l'esecuzione come traditore. Egli racconta di aver digiunato ininterrottamente per diversi giorni, recitato giornalmente tutto il Corano e le parole ispirate in cuor suo: «Sufficiente ed eccellente è per noi Dio come protettore». E venne la grazia. Si ritirò dunque in una caverna con un sufi, da molto impegnato in uno stile di vita rigorosissimo. Dopo cinque mesi di astinenze e dopo aver rischiato il collasso, Ibn Battuta decise di aver espiato a sufficienza. Stava per ripartire per la Mecca quando il Sultano lo chiamò, come se niente fosse successo, per dargli l'incarico di ambasciatore in Cina. Doveva portare una nave di doni per l'imperatore e scortare una delegazione di 15 cinesi. Qui si ricordò che il saggio di Alessandria, venti anni prima, gli aveva predetto che un giorno avrebbe visitato anche la Cina: era un'occasione unica da non poter lasciare, eppoi, una volta in Cina... chi s'è visto s'è visto.

A proposito di questa ultima fase dei viaggi di Ibn Battuta, c’è da dire che non tutto sembra affidabile: mancano episodi vivi e le descrizioni sono spesso lacunose e incerte. Nessuno ha dimostrato che Ibn Battuta non abbia visitato la Cina anche se, le imprecisioni del racconto, mettono a dura prova il tentativo di far chiarezza sulla struttura di questa fase del viaggio. Forse non andò oltre Canton: qui riferisce di aver comprato una bellissima giovane schiava (!) e di aver soggiornato presso una famiglia veneziana, nel quartiere musulmano. Le descrizioni di Fuzhou, Hangzhou e Pechino sono così storicamente vaghe da renderle inattendibili: non è improbabile che Ibn Battuta riporti qui informazioni avute da altri commercianti arabi che avevano visitato quei posti.



A questo punto viene spontaneo il confronto con il nostro Marco Polo: Marco aveva visitato la Cina una sessantina di anni prima del viaggiatore arabo: dal confronto tra Il Milione e Rihla emergono due sguardi che, pur avendo tratti comuni, appaiono profondamente radicati nelle matrici storico-culturali e religiose di appartenenza. Entrambi furono favoriti da quella pax mongolica che all'epoca facilitava i collegamenti; entrambi soggiornarono nella Cina della dinastia mongola degli Yuan, che si dimostrò molto aperta verso gli stranieri.

Sia Marco Polo che Ibn Battuta sono ben consapevoli dell'eccezionalità della propria impresa ed entrambi credono nella necessità del narrare per poter condividere un patrimonio di scoperte. Gran parte della narrazione delle due opere è dedicata alla descrizione delle città e della loro popolazione, commercio, alimentazione, abbigliamento, abitazioni e mezzi di trasporto. E' vero che le informazioni forniteci su questi contesti di vita, come prevedibile, combaciano raramente, ma il ricercare le tante piccole differenze presenti nelle descrizioni degli stessi scenari urbani non è l'aspetto più interessante su cui soffermarsi.

Appare invece molto più interessante capire il modo, quasi opposto, in cui i due si avvicinano alle diverse culture che incontrano durante i loro viaggi. Ibn Battuta ha come sicuro ed incrollabile punto di riferimento la cultura araba del Corano e ciò che per lui conta nei viaggi è la rilevazione di ciò che è simile: la presenza dell'Islam. Ciò gli rende faticoso vivere nel diverso ed egli soffre visibilmente a contatto di tradizioni, usanze e leggi tanto diverse dalle sue. Il vero e proprio «shock culturale» non è invece sentito dall' europeo e cristiano Marco Polo che applica al diverso le elasticità tipiche della gente veneziana, abituata al contatto con mondi stranieri, mentre invece lascia ampio spazio alla curiosità.

Questi diversi modi di rapportarsi sono ben visibili anche nel loro avvicinarsi alle religioni dei popoli incontrati. Marco Polo chiama idolatre le religioni diverse dal Cristianesimo, ma è comunque molto attento ad annotarne tutti i riti. Ibn Battuta, primo viaggiatore arabo a fare del viaggio una scelta esistenziale non al comando di sovrani, è totalmente interessato solo a ciò che è espressione del mondo musulmano, mondo che invece Marco Polo, pur non avendo basi conoscitive, critica aspramente.

Lo sguardo dei due viaggiatori si fa molto più simile solo nella descrizione di aneddoti e leggende. Qui non esiste più la differenza tra uomo cristiano e uomo musulmano, ma solo due uomini ugualmente figli della mentalità medievale. Ibn Battuta elogia le bellezze della seta, nota che in Cina la porcellana fine costa meno del vasellame comune in India o in Arabia, elogia la sicurezza sociale giacché non v'erano ladri e banditi, i giochi di illusionismo, la dolcezza dei frutti, le distese sconfinate, i polli enormi. Descrive l’uso diffuso di carta moneta: «se qualcuno va al bazar con dei dirham d’argento o dei dinari, nessuno li accetta a meno che non vengano cambiati in balish [la moneta di carta]». Tuttavia scrive «La Cina, con tutte le sue magnificenze, non mi è piaciuta... non mi davo pace che questo paese fosse in mano ai pagani...ho visto tante cose spiacevoli in giro che me ne stavo in casa ed uscivo solo per le necessità. Quando incontravo un musulmano avevo l’impressione di incontrare un famigliare...». Dopo un soggiorno di quasi un anno, in Cina scoppiò una rivolta popolare, fornendogli la scusa per lasciare il paese. I monsoni autunnali del 1346 cominciavano già a soffiar: era il momento di ritornare, con una ventina d'anni in più, a casa.


Nel frattempo, in occidente era scoppiata una terribile epidemia di peste: Ibn Battuta si trovò nel mezzo di questo clima apocalittico, vedendo ogni giorno centinaia di morti. Riuscì comunque ad arrivare alla Mecca nel 1348, dove rimase per quasi cinque mesi, ringraziando Iddio di non essere stato ancora toccato dalla morte nera. Si diresse poi, soggiornando presso i sufi, a Medina, Gerusalemme, nel Sinai ed infine al Cairo. Ritrovò questa città disastrata dalla peste e dalle lotte intestine di potere. Salpò dall'Egitto su una imbarcazione tunisina e seguendo le coste nordafricane arrivò a Tunisi, ed infine, passando nell'entroterra per Fez, a Tangeri. Ibn Battuta quasi sorvola il suo ritorno al paese natale, dice solo di aver visitato la tomba della madre. Non ci parla dei suoi sentimenti e delle emozioni provate nel non trovare più, nella propria vita, tante persone care.

Ma ritornato in patria, il demone del viaggio si impadronisce ancora di lui e lo vediamo in Spagna, nel Sahara, in Sudan, nel Mali. Nel 1353, a quasi cinquant’anni, ritorna a Fes. La Rihla era durata circa trent’anni ed egli aveva percorso 120.000 kilometri. Nulla si sa della vita di Ibn Battuta dopo la stesura del libro. Ma conoscendo il suo passato c'è da credere che non si ritenne mai un...pensionato.

Tutto vero ciò che è raccontato nella Rihla? Già tra i contemporanei di Ibn Battuta c'era chi metteva in dubbio la sua buona fede: alcuni episodi ora accertati o considerati verosimili, sembravano stranezze incredibili e sbruffonerie. Di certo Ibn Battuta non manca di incensarsi come illustre studioso e giurista in un narcisismo che, come sempre, nasconde la realtà. Egli era istruito, ma nulla più. In una madrasa [scuola coranica] affermata, a confronto dei luminari del tempo, i suoi limiti culturali sarebbero balzati evidenti. Gli incarichi prestigiosi che ebbe, come a Delhi ed alle Maldive, sono dovuti a circostanze particolari e soprattutto perché mancavano professionisti di rilievo in campo accademico, giuridico e amministrativo. Inoltre Ibn Battuta si rende poco attendibile incensandosi spesso e volentieri, soprattutto come difensore della moralità, custode integerrimo della legge coranica raccontando episodi autobiografici in cui rivela invece una buona dose di bigottismo e ristrettezza mentale.


Che poi abbia disseminato tutto il dar al-Islam di suoi figli, mogli e concubine usa e getta, che si sia servito di amicizie e conoscenze solo per i suoi scopi ambiziosi ed abbia tramato nell'ombra per temporanee paranoie di potere, non lo turba minimamente. Nei suoi racconti si preoccupa di mostrarsi uomo devoto, ed effettivamente, la Rihla può essere vista come un via vai di pellegrinaggi a luoghi sacri, abbazie sufi, a maestri ed eremiti. Personaggio dunque contraddittorio questo Ibn Battuta, pio e severo musulmano per mantenere una immagine esemplare davanti a sé e agli altri, ma in diverse circostanze poco attento al suo prossimo, se non ai nobili (operazione di facciata naturalmente) per poterne sfruttare l'amicizia. La Rihla descrive anche il viaggio di un avventuriero alla ricerca di successo che, quando raggiunto, viene ostentato pesantemente. Può emergere una figura detestabile e spocchiosa da quanto detto, ma non è così. Nonostante tutto è proprio la sua simpatia, la capacità di entrare subito in relazione con gli altri, l'intraprendenza, l'intelligenza di trovare quello che serve al momento giusto a portarlo in un'avventura meravigliosa da un grande oceano all'altro, piacevole da rivivere, anche oggi.

Fonti:

http://www.arab.it/ibnbattouta.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Ibn_Battuta
http://www.elec-intro.com/ibn-battuta
http://www.arab.it/ibnbattouta_marcopolo.htm
http://www.lettera22.it/showart.php?id=6563&rubrica=80
http://www.puntosufi.it/battuta1.htm
http://www.misterdann.com/mildistravelers.htm

mercoledì 4 gennaio 2012

Sándor Csoma de Körös, un grande sogno... distrutto da una zanzara.

Come ricordava suo cugino Joseph, Sándor aveva un animo inquieto «come una rondine, che quando arriva l’autunno, è spinta a migrare» ed aggiungeva «da ragazzi, non potevamo competere con lui nelle camminate, perché quando gli capitava di raggiungere la vetta di una collina, non era soddisfatto e voleva vedere cosa c’era oltre quella successiva e poi oltre quella ancora e spesso girovagava per vasti territori.»

Körösi Csoma Sándor, era nato in Ungheria il 4 Aprile 1784 in una famiglia appartenente ai cosidetti Szeklers, una casta semi-militare dei Magiari Ungheresi che si consideravano discendenti degli Unni di Attila e che per secoli avevano custodito le frontiere meridionali della Transilvania contro i Turchi non cristiani. Sándor era destinato a farsi carico della gestione del patrimonio familiare, ma fino da ragazzo cominciò a manifestare desiderio di viaggiare. Tuttavia, Sándor non era uno sconsiderato: nella sua famiglia c’era una tradizione di studio ed apprendimento - uno dei suoi zii era un distinto professore e suo cugino un pastore protestante – e Sándor sentì prima di tutto la necessità di dotarsi di una opportuna educazione. Studente coscienzioso e determinato, a 15 anni entrò al Bethlanianum, una famosa scuola protestante del tempo nella città di Nagyanyes, e dal 1807 partecipò ad un corso avanzato di tutoraggio in quella scuola. Folgorato dalle letture del professor Adam Herepei sulla storia ungherese e da un crescente senso di coscienza nazionale, Sándor ed altri due studenti fecero voto di scoprire, prima o poi, le origini del popolo ungherese che si credeva essere da qualche parte nelle lontane regioni dell’Asia orientale. Gli altri due dimenticarono presto il loro patto: Sándor resterà fedele a questo impegno per il resto della sua vita. «Si preparò deliberatamente per questa impresa – scriverà un suo biografo – con un impegno sistematico negli studi portato avanti per anni».

Ma Sándor aveva anche un’altra passione: le lingue. Già fluente in latino, greco, ebraico, tedesco, francese, rumeno e turco, vinse una borsa di studio alla università di Göttingen in Germania dove, oltre ad iniziare lo studio dell’ inglese, fu affascinato dall’antropologo J.D.Blumenbach e dal teologo e orientalista J.C.Eichhorn. Una considerazione di Eichhorn su «certi manoscritti arabi che debbono contenere informazioni molto importanti sulla storia medievale e sulle origini del popolo ungherese quando ancora era in Asia» stimolò Sándor ad iniziare anche lo studio dell’arabo. Immerso nella famosa biblioteca della università, trovò un testo del VII secolo dello storico greco Teofilatto Simocatta che sosteneva che nel 597 i turchi avevano sconfitto un popolo chiamato Ugars. Alcuni scrittori avevano fatto l’ipotesi che la somiglianza tra le parole Ugor, Ungri, Hungar, Hongrois, etc. indicasse la possibilità che queste tribù dimenticate potessero essere gli antenati degli odierni ungheresi. Altri storici avevano fatto provocatori riferimenti agli Unni e a popolazioni dell’Asia centrale noti come Ouars, Oigurs o Yugrasa, cioè gli odierni Uiguri, la minoranza etnica stanziata nella provincia più occidentale della Cina, lo Xinjiang. La ipotesi che gli Unni fossero chiamati anticamente Oigur indusse però Sándor a credere che gli antenati del popolo ungherese provenissero da qualche regione dell’Asia centrale e probabilmente fossero da identificare con gli Uiguri.

Fu così che, completato il suo apprendistato scolastico, si ritenne pronto per iniziare le sue ricerche. All’inizio di Febbraio del 1819 era tornato in Ungheria dove aveva confidato il suo piano al suo vecchio mentore, il professor Hegedüs. Avrebbe intrapreso il suo fantastico viaggio tutto da solo. «Se volessi partire per Londra, potrei farlo con sicurezza con un bastone da passeggio in mano e nessuno mi darebbe fastidio – lo aveva ammonito il suo professore – ma viaggiare nell’Asia centrale è un problema duro da risolvere per un singolo individuo».

Sordo agli avvertimenti di Hegedüs, Sándor andò a salutarlo il 20 Febbraio. «Il lungo tempo trascorso – ricordava in seguito il professore – non ha cancellato dalla mia memoria l’espressione di gioiosa serenità che emanava dai suoi occhi; sembrava come un raggio di luce che pervadeva la sua anima, vedendo che volgeva i suoi passi verso un obiettivo tanto a lungo desiderato». Al conte Teleky capitò di incontrarlo per strada subito dopo la sua partenza, vestito di un abito leggero di cotone giallo, con un bastone in mano ed un piccolo bagaglio; «Dove state andando, signor Körösi?» «Vado in Asia in cerca dei miei parenti» rispose Sándor . Ma il viaggio che stava per intraprendere lo avrebbe portato dove lui non avrebbe mai immaginato...

All’ inizio, la via verso l’Oriente fu molto tortuosa e non priva di difficoltà: dopo nove mesi trascorsi a studiare le lingue slave in Croazia, - ne avrebbe avuto bisogno, sosteneva, per consultare autori slavi sulla storia antica degli ungheresi - si diresse a Bucharest, dove pensava di perfezionare il suo turco e poi si trasferì a Costantinopoli. Di lì pensava di andare a Mosca, ma una epidemia di peste nel territorio di Odessa lo costrinse a cambiare i suoi programmi. Con l’obiettivo di migliorare le sue conoscenze della lingua araba, prese una nave per Alessandria d’Egitto, ma ancora una volta a fermarlo fu una epidemia di peste. La sua nave girovagò alcune settimane lungo il Mediterraneo alla ricerca di un porto non infestato dalla peste e finalmente sbarcò a Latakai in Siria: di là proseguì a piedi fino a Mosul, passando per Aleppo, dove acquistò abiti locali, e poi giù fino a Baghdad su una zattera lungo il fiume Tigri. Là si unì ad una carovana che andava a Theran, dove fece amicizia con il console inglese, il maggiore Henry Willock. Nella capitale persiana trascorse quattro mesi studiando la lingua locale.



Il 1°Marzo 1821 Sándor ripartì alla volta delle misteriose città della antica Via della Seta, che erano state raramente visitate da viaggiatori europei da quando la«pax mongolica» - che aveva garantito una certa sicurezza - era finita. Nel novembre di quell’anno raggiunse Bukhara, dove i russi catturati ai confini meridionali dell’ impero russo venivano ancora venduti come schiavi nella piazza del mercato. Dopo pochi giorni, passò per Balkh, la città ai tempi rasa al suolo dalle truppe di Gengis Khan e poi per Bamiyan, in Afghanistan, dove scoprì due immense statue di Buddha, alte più di 50 metri, scolpite sulla viva roccia di un dirupo (si, proprio quelle recentemente distrutte dai talebani... e sembra che Sándor sia stato proprio il primo europeo a vederle, checché ne dicesse l’esploratore inglese William Moorcroft che sosteneva di averle scoperte nel 1824, cioè ben due anni dopo il passaggio di Sándor ). Il 6 Gennaio 1822, Sándor arriva a Kabul: quello che appare strano è che nei suoi scritti non si preoccupa mai di chiarirci come lui, un europeo cristiano che viaggiava da solo, fosse riuscito ad attraversare indenne queste terre pericolose. Avrebbe potuto fare la sua fortuna e diventare famoso come esploratore e narratore di viaggi: tuttavia non si è preso la briga di prendere nota di questa parte dei suoi viaggi. Ma al nostro eroe interessava soltanto di raggiungere il bacino del Tarim, terra degli Uiguri, e casa putativa del popolo ungherese. Sándor lasciò Kabul tredici giorni dopo e verso la metà di Marzo giunse a Lahore, nell’odierno Pakistan.




Karakorum
Viaggiando attraverso Amristar e Srinagar, in Giugno diventò uno dei cinque o sei europei che avessero mai raggiunto Leh, la principale città del Ladakh. Rimaneva un ultima grande prova: raggiungere il bacino del Tarim, dove lui pensava di trovare tracce dei suoi antenati. La strada per Yarkhand (oggi Shache) che si trova al confine meridionale del bacino del Tarim fu, a suo dire, «molto difficoltosa, costosa e pericolosa per un cristiano». E questo era certamente un eufemismo, perché nessun europeo aveva mai tentato quel cammino che comportava l’attraversamento di ben cinque passi molto difficoltosi su sentieri pericolosi e traditori, incluso il massiccio del Karakorum con un passo ad oltre 4500 m di altezza e la catena dei monti Kun Lun.


Sándor non riuscì nell’impresa di arrivare nei luoghi tanto agognati: le difficoltà, i pericoli di quel viaggio estremo furono tali da indurlo ad abbandonare l’impresa ed a ritornare verso Srinagar.

Dopo questa disavventura, ci vollero altri vent’anni perché Sándor riprendesse le sue ricerche sulla origine del popolo ungherese. Vediamo perché...

Poco prima arrivare a Srinagar, nella città di Dras, Sándor incontrò colui che avrebbe completamente cambiato la sua vita: veterinario, sovrintendente della Compagnia delle Indie Orientali, un certo William Moorcroft (si, proprio quello che sosteneva di avere scoperto i Buddha di Bamiyan...) stava passando da quelle parti, apparentemente alla ricerca di depositi di foraggio per le stalle della Compagnia, ma in realtà raccogliendo informazioni di tipo commerciale e militare di interesse per i suoi datori di lavoro britannici. Moorcroft stava andando a Leh e Sándor, che non aveva nessun particolare obiettivo in quel momento, decise di cambiare nuovamente direzione e di accompagnare il veterinario-avventuriero.

Leh

Arrivati a Leh, Moorcroft venne in possesso di una lettera che un presunto agente russo ed incallito intrigante, tale Agha Mehdi, aveva portato a Ranjit Singh, il sovrano sikh del Punjab e del Kashmir. Il corriere che portava la missiva era morto sui monti del Karakorum «di improvvisa e violenta malattia» come ebbe a sostenere Moorcroft, e la lettera era «provvidenzialmente» caduta nelle sue mani. Scritta in russo e firmata dal conte Nesselrode di San Pietroburgo, la lettera aveva comprensibilmente destato la curiosità di Moorcroft, che sospettava qualche intrigo dei russi in quella che era considerata zona di influenza inglese. Il compagno di viaggio ungherese di Moorcroft, che aveva dedicato tanto tempo allo studio delle lingue slave, non ebbe difficoltà a tradurre la lettera in inglese; ne preparò anche una versione in latino, che fu spedita a Calcutta. Moorcroft pensava che il latino la avrebbe resa incomprensibile se per disavventura fosse caduta nelle mani degli agenti di Ranjit Singh. Rendendosi conto di essere in presenza di un prodigio linguistico, Moorcroft, pensò bene di utilizzare ancora i notevoli talenti di Sándor.

Gli inglesi in India erano a quel tempo molto interessati al Tibet: George Bogle , il primo inglese che era riuscito a penetrare in quella regione nel 1774, era stato ospite per cinque mesi del Panchen Lama nel monastero Tashilhumpo di Shigaste e nel 1783 Samuele Turner era stato uno dei primi europei a raggiungere Lhasa: queste visite avevano in qualche modo aperto le porte del Tibet, ma pochissimi passi avanti erano stati fatti successivamente per stabilire, relazioni commerciali, diplomatiche o culturali tra i due mondi. Il problema maggiore era la completa ignoranza della lingua tibetana, totalmente assente dagli sforzi degli inglesi di comprendere le lingue del sub-continente indiano. Il solo dizionario di tibetano in una lingua europea era un lavoro fatto dal missionario cappuccino Georgi, intitolato Alphabetum Tibetanum, che era stato pubblicato a Roma nel 1762. Incoraggiato e sponsorizzato da Moorcroft, Sándor ritornò a Srinagar e passò cinque lunghi mesi nella stagione invernale studiando questa lingua aiutato da un tibetano che parlava persiano, lingua che il nostro conosceva bene. Alla fine Sándor arrivò alla conclusione che il testo di Georgi era tristemente carente! Molto colpito dallo zelo che il suo amico transilvano aveva messo in questo compito, Moorcroft gli propose di redarre lui stesso un dizionario della lingua tibetana. E fu così che con gli incoraggiamenti del veterinario, commerciante di cavalli ed incallito vagabondo quale era Moorcroft, che fu avviata la carriera del primo grande tibetologo europeo.

Con i fondi della Società Asiatica del Bengala e con gli aiuti dello stesso Moorcroft, Sándor ritornò a Leh nel maggio del 1823 e di là si rinchiuse nel monastero di Yangla nella valle del fiume Zanskar, dove dedicò 16 mesi allo studio intenso del tibetano. Suo istruttore fu un lama di nome Bandé Sangs-rgyas-phun-tshogs che oltre ad essere l’autorità medica del Ladakh, aveva passato sei anni viaggiando in Nepal, Bhutan e Tibet, dove aveva visitato il monastero Tashilhumpo di Shigaste ed altri monasteri a Lhasa. «Durante la mia residenza a Zanskar – scriverà Sándor – ho imparato la grammatica del tibetano e conosciuto molti tesori letterari composti da 320 grandi volumi stampati, che sono alla base della religione e cultura tibetana». 
Monastero di Yangla


Sándor passò i successivi undici anni assorto negli studi tibetani. Nel 1825 il governo indiano mise il suo imprimatur sulle sue attività e gli garantì un modesto stipendio di 50 rupie: in cambio egli si impegnò a produrre un dizionario tibetano, una grammatica, e dei sommari sulla storia e la letteratura del Tibet. Ritornò a Zanskar nell’agosto del 1825 ma il lama che lo aveva precedentemente aiutato non era più interessato a collaborare: tuttavia riuscì a raccogliere una grande quantità di manoscritti tibetani che riuscì a riportare in India. Dal 1827 al 1830 si ritirò in un cottage nel villaggio di Kanum, dove si immerse nuovamente nello studio della lingua tibetana e dei testi buddisti. Ma Sándor, pur avendo raggiunto elevati livelli conoscenza della lingua e cultura tibetana, non era ancora soddisfatto: il suo prossimo obiettivo era quello di andare a Shigatse e a Lhasa, dove sperava di avere accesso alle biblioteche dei monasteri per trovare informazioni sugli antenati degli ungheresi ed iniziare lo studio della lingua mongola, che lui pensava di poter apprendere dai lama di quelle città. E proprio in Mongolia Sándor era convinto di trovare ciò che cercava.

Completato finalmente il suo lavoro a Kanum, nel 1830 Sándor tornò a Calcutta dove sperava di preparare per la pubblicazione il suo dizionario e la grammatica tibetana. Tuttavia fu per prima cosa impegnato a catalogare una grande quantità di manoscritti tibetani che lo studioso del buddhismo Brian Hodgson gli aveva inviato dal Nepal: questo lavoro lo impegnò per ben 18 mesi!

Si potrebbe pensare che Sándor, dopo aver completato il Dizionario e la Grammatica, sarebbe tornato in Tibet per riprendere le sue ricerche sulla origine degli ungheresi ed invece no: pensando di non essere sufficientemente preparato, in una lettera al segretario della Società Asiatica del Bengala scriveva «poiché non ho raggiunto ancora il mio obiettivo, per cui sono venuto in oriente, vi chiedo di concedermi il permesso del Governo di rimanere ancora tre anni in India allo scopo di migliorare la mia conoscenza del sanscrito e dei vari dialetti locali e ,se il Governo è d’accordo, di concedermi un passaporto in duplice copia, in inglese e in persiano, per potermi recare nelle regioni nord-occidentali dell’India.»

Ottenuto il permesso, Sándor si trasferì a Titalya nel Bengala, dove rimase dal marzo 1836 al novembre 1837. Il maggiore Lloyd, di stanza a Titalya, che era divenuto suo amico riferiva che «per tutto il tempo che rimase là, fu assorbito nello studio del sanscrito e della lingua del Bengala» aggiungendo che a lui «sembrava miseramente fuori di testa». Lloyd, che conosceva gli interessi di Sándor, lo spinse a proseguire per Lhasa passando per il Sikkim, ma lui era riluttante perché riteneva quel viaggio molto pericoloso.

Tornato a Calcutta nel 1838, continuò a lavorare nella biblioteca della Società Asiatica: ma non aveva dimenticato il Tibet. Rifiutò infatti due incarichi uno in Bhutan e uno in Nepal perché da quei luoghi non era possibile proseguire per il Tibet. All’inizio del 1842, a 57 anni di età, si rese conto che se voleva concludere qualcosa doveva muoversi: aveva qualche presentimento però che il viaggio nell’Asia centrale poteva essere l’ultimo per lui. Così lasciò Calcutta per dirigersi a Darjeeling ai piedi dell’Himalaya.

Sándor era felice per essere riuscito ad ottenere un permesso per entrare in Tibet dal Sikkim, ma ecco che il destino bussò alla sua porta: poco prima di partire venne assalito dalla febbre. Lungo la strada per Darjeeling si era fermato qualche giorno nella giungla del Terai, dove probabilmente aveva contratto la malaria: poco tempo dopo, la malattia che peggiorava di giorno in giorno, pose fine alla sua vita ed al suo sogno. Fu sepolto a Darjieeling, dove un considerevole monumento fu eretto sulla sua tomba.

Una delle cose più curiose lasciateci da Sándor - sempre che tutto il resto della sua vita vi sia sembrato banale – è un articolo di tre pagine, preparato per la Società Asiatica del Bengala intitolato Note on the Origins of the Kalachakra and Adi-Buddha Systems in cui riassumeva le informazioni che aveva raccolto su Shambhala mentre era a Yangla: pubblicato sul giornale della Società nel 1833, fu la prima volta che la leggenda di Shambhala venne portata a conoscenza del mondo occidentale. Scrive il nostro:

«Il peculiare sistema religioso chiamato Kalachakra [ che significa Ruota del Tempo, ed appartiene al sistema più elevato del buddhismo tantrico] si suppone derivato da Shambhala (in tibetano “dé-jung”, che significa “sorgente della felicità”) un regno favoloso nel Nord, la cui capitale era Kàlapa, una splendida città residenza di molti famosi re di Shambhala, situata tra il 45° e il 50° parallelo nord, tra Sita o Jaxartes,..».

Il Kalachakra era stato introdotto nell’India Centrale nella seconda metà del decimo secolo d.C. e successivamente, attraverso il Kashmir, era arrivato in Tibet, introdotto a Shambhala da un suo mitico sovrano, tal Suchandra. La dottrina del Kalachakra ed i suoi numerosi testi sarebbero stati conservati, praticati e tramandati senza interruzione dai re sacerdoti di Shambala per diverse successioni e l'intero regno, grazie alla realizzazione spirituale dei suoi sudditi, divenne sempre più etereo e si trasformò in una terra pura.

In seguito, un maestro tantrico indiano del X secolo un sant’uomo chiamato Tsilu ( detto anche Tilupa) riuscì, grazie ai suoi poteri mistici, a raggiungere Shambala dove apprese il Tantra di Kalachakra. Tilupa aveva portato poi gli insegnamenti Kalachakra a Nalanda, il grande centro buddhista di apprendimento dell’India Centrale. Arrivato a Nalanda, Tsilu aveva messo i simboli dei cosiddetti “dieci guardiani del mondo”, con sotto iscritti i sei principi del Kalachakra, sopra la porta di ingresso del tempio. Inizialmente uno dei più influenti pensatori di Nalanda, un certo Narotapa, aveva contestato Tilupa assieme ad altri 500 pandit del luogo ma alla fine tutti “si e erano prostrati ai suoi piedi” accettando il suo insegnamento. Purtroppo il Kalachakra scomparve poco dopo dall’India in seguito alle devastazioni operate dai musulmani. La tradizione venne però preservata in Tibet, giungendo così fino a noi.

Tilupa era stato piuttosto preciso riguardo alla localizzazione di Shambhala, posizionandola tra il 45° e il 50° parallelo nord; “Jaxartes” era poi il nome dato da un antico geografo greco al fiume ora noto col nome Syr Daria, che inizia alla confluenza dei fiumi Naryn e del Qoredaryo nella valle Ferghana (Uzbekistan) e che scorre verso nord-est attraverso il Kazakhstan per poi sfociare nel lago Aral. Includendo il Naryn, che inizia in Kyrgyzstan, l’intero fiume è lungo più di 3.000 km, il più lungo dell’Asia Centrale. Solo il corso inferiore del Syr Darya, sotto la città di Qaraghandy, si estende a nord del 45° parallelo. In quest’area il fiume scorre attraverso la periferia nord-orientale del deserto Qizilqum (Kyzylkum). A nord del Syr Darya – la regione tra il Sita o Jaxartes – il deserto si trasforma nella steppa del Kazakh; quindi il deserto di Qizilqum potrebbe essere quello che Csoma chiama “grande deserto” o “pianure di bianca sabbia” nella sua lettera del 1825 e che deve essere attraversato per raggiungere Shambhala. Secondo Sándor, la leggenda di Shambhala e dei suoi mitici re era basata su posti e popoli realmente esistenti ma che per qualche misteriosa ragione erano stati poi relegati nel regno del mito.
( vedi anche: I missionari gesuiti primi esploratori del Tibet ed il mito di Shambhala)


La tragedia di Sándor Csoma de Körös è che la ipotesi che lo ha spinto per tutta la vita a ricercare le origini del popolo ungherese negli Uighuri era sbagliata. L’ironia della sorte è che in seguito gli studiosi di Shambhala avrebbero identificato nell’antico regno Uighuro di Khocho, localizzato nella depressione di Turfan,nel bacino del Tarim, come uno dei più probabili luoghi dove fosse stanziata Shambhala.

Pare che nel 1933 sia stato avviato un progetto con l'obiettivo di ripristinare il vecchio palazzo reale di Zangla dove Csoma de Körös ha vissuto e compilato il suo dizionario tibetano-inglese. Chiunque può collaborare e offendo una piccola donazione può avere il suo nome scritto su un mattone incorporato nel nuovo monastero. Chissà se il lavoro è stato finito o se c’è ancora possibile aggiungere un mattone col nostro nome...


Fonti:


http://www.shambhala.mn/Files/csoma.html
http://en.wikipedia.org/wiki/S%C3%A1ndor_K%C5%91r%C3%B6si_Csoma

sabato 5 novembre 2011

La Cina alla ricerca di Roma: il prode Ban Chao e l'ingenuo Gan Ying


Ban Chao
Uno delle migliaia di chengyu cinesi [frasi idiomatiche, motti, proverbi, entrati nel linguaggio comune] recita: 投筆從戎 [pronuncia: tóu bǐ cóng róng] che vuol dire «Getta il pennello e arruolati». Questa frase allude ad una situazione in cui bisogna abbandonare la vita tranquilla di chi se ne sta chiuso nel suo studio a scrivere, per realizzare sé stessi e le proprie ambizioni tramite una vita attiva ed avventurosa.


Il chengyu si riferisce alla persona di Ban Chao: Chao era nato a Pingling ( l’odierna Xianyang nella provincia dello Shaanxi) nel 32 d.C. Suo padre, Ban Biao, era un storico ufficiale presso l’imperatore ed anche suo fratello, Ban Hu, aveva scritto un libro sulla dinastia Han Occidentale.

[vedi anche: Chengyu: pillole di saggezza cinese]


Zhang Qian
A 30 anni, Ban Chao faceva lo scrivano per il governo locale : Ma a lui non interessava “scrivere” la storia, lui voleva “fare” la storia! Uno dei miti di Ban Chao era il grande Zhang Qian e sognava di compiere delle grandi imprese. Un giorno, mentre copiava dei documenti, pensò ai suoi progetti grandiosi e si agitò talmente da gettare il pennello a terra con uno scatto, dicendo tra sé e sé dopo aver tirato un sospiro: « Un uomo valoroso non ha altro scopo che seguire le orme di Zhang Qian e fare qualcosa per diventare qualcuno in un paese straniero. Come potrei sprecare la mia vita scrivendo?»


[vedi anche: L'incredibile Zhang Qian, che cercando i Yuezhi, trovò la Via della Seta]

E fu così che 73 si arruolò nell’esercito sotto il generale Dou Gu per combattere contro gli Xiongnu. Ben presto fu promosso per l’eroismo dimostrato in battaglia, ma anche per la sua intelligenza e le sue doti nel trattare con i nemici. Il suo motto era: «Se non entri nella tana della tigre, come potrai catturare i suoi piccoli?»

L’imperatore He Di ammirato dal suo talento in campo, lo promosse ben presto generale lo inviò in missione diplomatica nelle regioni occidentali. Ban Chao operò inizialmente nella regione del Tarim combattendo varie popolazioni locali; riuscì a fare quello che a Zhang Qian non era stato possibile: collaborò militarmente con i Yuezhi ( o Kushan), contro incursioni nomadiche dei Sogdiani nell'84 d.C., quando questi ultimi stavano cercando di appoggiare una rivolta del re di Kashgar. Attorno all'85, aiutarono il generale cinese anche in un attacco su Turfan, ad est del Bacino di Tarim. Purtroppo però le cose cambiarono rapidamente: in riconoscimento del loro aiuto ai cinesi, i Kushan richiesero, vedendosela negata, una principessa Han, anche dopo che inviarono dei doni alla corte cinese. Per rappresaglia, marciarono su Ban Chao nell'86 con una forza di 70.000 uomini, ma esausti per la spedizione, vennero infine sconfitti dalla più piccola forza cinese. I Yuezhi si ritirarono e pagarono un tributo all'Impero Cinese durante il regno dell'imperatore He Di .

Ban Chao operò per 30 anni nell’Asia Centrale, sedando numerose ribellioni e stabilendo relazioni diplomatiche con più di 50 stati della regione, che hanno garantito una durevole pace ed armonia lungo la Via della Seta. Nel 91 Ban Chao aveva pacificato le Regioni Occidentali dell’impero ed era stato insignito del titolo di «Grande Protettore delle Regioni Occidentali»

Uno degli episodi più curiosi della vita di Ban Chao fu il tentativo di contattare addirittura l’Impero Romano: allo scopo di stabilire relazioni commerciali dirette con Roma: l’impresa purtroppo non ebbe successo, ma vediamo come è andata.

Nel 97 d.C. Ban Chao attraversò le montagne del Pamir con un esercito di 70.000 uomini in una campagna contro gli Xiongnu [gli Unni] spingendosi a ovest fino al Mar Caspio e all'Ucraina. Giunto fin sulle sponde del Lago d’Aral, il generale decise di inviare un suo ufficiale, Gan Ying, a esplorare il regno persiano e l’Estremo Occidente, cioè l’impero romano di cui i Cinesi avevano conoscenza indiretta. L’emissario partì e, come ci raccontano le cronache cinesi ufficiali del periodo Han, giunse nei pressi del Mar Nero. Qui, deciso a proseguire il viaggio per portare a termine la missione, interrogò i marinai persiani sulla lunghezza della traversata, i quali gli risposero:

«Il mare è vasto e grande, con i venti in favore è possibile attraversarlo in tre mesi, ma se incontrerete la bonaccia può darsi che impiegherete due anni. È per questo che chi si imbarca porta a bordo provviste per tre anni. Per di più c’è qualcosa in questo mare che riesce a rendere un uomo cosí malato di nostalgia, che molti hanno perduto la vita in questo modo. Se l’ambasciatore Gan vuole dimenticarsi la famiglia e la patria, può imbarcarsi».

Gan Ying

Spaventato da queste parole, Gan Ying decise di riprendere la strada del ritorno senza rendersi conto che i Parti avevano deliberatamente esagerato i pericoli della traversata proprio per evitare che l’emissario continuasse il proprio viaggio: era infatti nell’interesse dei mercanti del Vicino Oriente, intermediari delle transazioni commerciali tra l’Asia e il Mediterraneo, che la Cina e l’Impero Romano non entrassero in contatto diretto, anche perché Roma era, a quel tempo, uno dei principali mercati d’esportazione delle sete cinesi.

Gan Ying riportò comunque notizie dell'Impero romano che deve aver ricavato da fonti persiane: egli situava Roma nell'ovest del mare:

«Il suo territorio copre diverse migliaia di lǐ [un li corrisponde a circa 500m], è composto da circa 400 città fortificate. Ha assoggettato molte decine di piccoli stati. Le mura delle città sono di pietra. Hanno istituito una rete di stazioni di posta... Ci sono pini e cipressi ».


Gan Ying descriva anche il sistema “democratico”, l'aspetto fisico e le ricchezze:

«Per quanto riguarda il re, non è una figura permanente ma viene scelto fra gli uomini più degni... La gente è alta e di fattezze regolari. Assomigliano ai cinesi ed è per questo che questa terra è chiamata «Da Qin» [che significa "Grande Cina"]... Il suolo fornisce grandi quantità d'oro, argento e rari gioielli, compreso un gioiello che splende di notte... Hanno tessuti con inserti in oro per formare arazzi e damaschi multicolori e fabbricano vestiti dipinti d'oro e un vestito-lavato-nel-fuoco ».

Infine Gan Ying determina correttamente Roma come il polo principale, posto al terminale occidentale della Via della seta:

«È da questa terra che arrivano tutti i vari e meravigliosi oggetti degli stati stranieri »

E così, per l’ingenuità di Gan Ying sfumò una occasione storica: una eventuale corrispondenza tra Roma e l'Impero cinese avrebbe potuto sconvolgere completamente gli equilibri geopolitici mondiali. Le immense distanze dell'Asia centrale scongiuravano ogni possibile minaccia militare reciproca tra le due superpotenze, che, d'altro canto erano accomunate dall'interesse di eliminare ogni intermediario nella più importante via commerciale dell'antichità, cioè la Via della seta.


Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Ban_Chao
http://en.wikipedia.org/wiki/Ban_Chao
http://en.wikipedia.org/wiki/Gan_Ying
http://en.wikipedia.org/wiki/Sino-Roman_relations

martedì 25 ottobre 2011

L'incredibile Zhang Qian, che cercando i Yuezhi, trovò la Via della Seta


Il bacino del Tarim
Alla fine del 1980, nel remoto deserto Taklamakan, nel bacino del Tarim (oggi provincia cinese dello Xinjiang) vennero rivenute delle mummie perfettamente conservate di 3000 anni che avevano lunghi capelli biondo-rossicci, caratteri europei e nessuna caratteristica dell’odierno popolo cinese, tanto che gli archeologi pensano che possono essere stati i cittadini di un’antica civiltà sconosciuta che esisteva nel crocevia tra l’Asia e l’Europa.

Molte delle mummie sono state trovate in buone condizioni, grazie alla secchezza del deserto che ha indotto il disseccamento dei cadaveri. Le mummie condividono molte caratteristiche tipiche dei Caucasici, e molti di loro hanno i capelli fisicamente intatti, hanno colori che vanno dal biondo al rosso al marrone e, in generale, lunghi, riccio e intrecciati. I loro costumi e vesti indicano una comune origine indo-europea neolitica: ad esempio l’uomo di Charchan indossava una tunica rossa e gambali di tartan. Il tessuto trovato con le mummie e uno dei primi tessuti europei e sono simili ai prodotti tessili trovati sui corpi nelle miniere di sale in Austria di circa 1300 a.C. Recentemente un team di ricercatori americani e cinesi ha confermato grazie alla sequenza dei dati del DNA, che le mummie hanno caratteristiche della zona del sud della Russia e dell’Europa occidentale.
L'uomo di Charchan

Gli studiosi in materia hanno elaborato diverse ipotesi sulla origine di queste popolazioni: l'opinione dominante è che fossero Indoeuropei, e potrebbe trattarsi del popolo noto come Tocari nelle fonti classiche, o di un popolo affine. Di questi Tocari non è chiara né la lingua né l'appartenenza etnica. È stato ipotizzato che fossero popolazioni iraniche dell'Asia Centrale affini agli Sciti, ma è anche possibile fossero di origine proto-turca. È verosimile che questi indoeuropei occidentali siano stati i fondatori e primi abitatori delle città-oasi nel deserto di Taklamakan, in Uigur, tra cui si possono citare: Turfan, Kucha, Aksu, Karashahr, Cherchen.



I cinesi chiamavano Yuezhi gli abitanti del bacino del Tarim: diverse fonti storiche in lingua cinese, infatti, fanno cenno all'esistenza di un «popolo bianco dai lunghi capelli» che viveva oltre i confini nord-occidentali della Cina. La prima testimonianza cinese del popolo Yuezhi risale al 645 a.C. per opera del letterato Guan Zhong che nel suo Guan Zi (Scritti del Maestro Guan), fa menzione di un popolo Yuzhi (禺氏) , un popolo del nord-ovest, esportatore di giada, estratta dalle montagne di Yuzhi nella provincia di Gansu. Il commercio della giada dal Bacino del Tarim è documentato sin dall'antichità, anche con il supporto di specifici ritrovamenti archeologici. Secondo il sinologo sovietico Yury Zuev intorno al III secolo a.C. i Yuezhi conquistarono le terre dei Tocari presso le sorgenti del Fiume Giallo. Sempre secondo Zuev le cronache cinesi dell'epoca si riferiscono a questo popolo i Yuezhi Maggiori (Da Yuezhi), in contrapposizione agli Yuezhi Minori (Xiao Yuezhi) con cui indicava il popolo Tocari. Le due popolazioni venivano poi considerate un tutt'uno con il nome appunto di Yuezhi.


Zhang Qian

Fino a qui niente di straordinario:storie di scoperte archeologiche, di teorie sulle origini dei popoli. Ma ecco la incredibile storia di Zhang Qian: nel 138 a.C l'imperatore Wudi della dinastia Han , inviò nelle regioni a nord-ovest, oltre i confini dell’impero, un oscuro funzionario di nome Zhang Qian con cento uomini di scorta alla ricerca del popolo degli Yuezhi al fine di stipulare un'alleanza militare contro i comuni nemici Xiongnu.

Da sempre i cinesi erano minacciati a nord da una popolazione formata da tribù nomadi, gli Xiongnu, che antichissimi resoconti storici cinesi riferiscono discendere dalla prima dinastia cinese, la mitica dinastia Xia. Il loro territorio si estendeva dalla Siberia meridionale, la moderna Mongolia, la Manciuria occidentale e le odierne province cinesi di Gansu e Xinjiang. Questi nomadi erano considerati così pericolosi e distruttivi, che la dinastia Qin iniziò la costruzione della Grande Muraglia per proteggere la Cina dai loro attacchi. Le relazioni fra le prime dinastie cinesi e gli Xiongnu erano complesse, con ripetuti periodi di confronti militari e intrighi alternati a scambi di tributi, commercio e matrimoni combinati a scopo politico. Alcuni storici ipotizzano che gli Unni che invasero l’Europa ne IV secolo d.C. siano parte degli Xiongnu migrati verso ovest dopo la definiva sottomissione delle tribù orientali da parte dei cinesi.



Ovviamente anche gli Yuezhi erano in conflitto continuo con gli Xiongnu: gli Yuezhi praticavano frequentemente lo scambio di ostaggi con i loro nemici. una volta ebbero l’occasione di detenere prigioniero Modu Shanyu, figlio del capo tribù degli Xiongnu. Il padre di Modu decise di sferrare un attacco a sorpresa contro i Yuezhi, che cercarono quindi di ucciderlo per rappresaglia. Modu riuscì fortunosamente a fuggire e tornato in patria uccise suo padre e divenne leader del suo popolo.

In questa veste, intorno al 177 a.C., Modu guidò una poderosa spedizione per invadere il territorio degli Yuezhi nella regione di Gansu, ottenendo importanti successi militari. Fu così che si vantò con l'imperatore cinese Han che «grazie al valore in combattimento dei suoi uomini e alla forza dei suoi cavalli, era riuscito a scacciare gli Yuezhi dalle loro terre, massacrando o costringendo alla sottomissione gran parte delle loro tribù». Il figlio di Modu, Jizhu, riuscì a sua volta ad uccidere il sovrano Yuezhi e, secondo le leggi delle tribù nomadi, ricavò un boccale dal teschio del suo nemico.

Secondo fonti della tradizione storica cinese, da allora una parte del popolo Yuezhi fu sottomesso al dominio degli Xiongnu, mentre una vasta porzione del popolo Yuezhi riuscì a migrare dalla regione di origine verso nord-ovest, insediandosi prima nella valle del fiume Ili subito a nord della catena montuosa dei Tian Shan[ I Monti Celesti] , dove si scontrarono con il popolo dei Sai (o Saci). Secondo il classico della storiografia cinese, Han Shu: «Il popolo Yuezhi attaccò il re del popolo Sai che fuggì molto lontano verso sud, cosicché gli Yuezhi occuparono le sue terre.»

Dopo il 155 a.C la popolazione nomade dei Wusun, nemica degli Yuezhi, si alleò con gli Xiongnu, per scacciare gli antichi nemici ancora più a sud. Fu così che il popolo Yuezhi fu costretto a un nuovo esodo verso le terre della civiltà Dayuan, nella Valle di Fergana, insediandosi lungo la riva settentrionale dell'Osso, nella regione di Transoxiana, fra l'odierno Tagikistan e l'Uzbekistan, poco a nord del regno ellenistico greco-battriano

Nelle cronache cinesi Shi Ji (Memorie Storiche) dello storico Sima Qian, risalente al II-I secolo a.C. Nello Shi Ji si narra che:

«Gli Yuezhi originariamente vivevano nella regione che si trova tra i Monti Qilian e la città di Dunhuang, tuttavia dopo essere stati sconfitti dal popolo degli Xiongnu essi migrarono lontano a occidente, oltre le regioni abitate dagli Dayuan, dove essi attaccarono e conquistarono il popolo Daxia e la loro terra e posero la corte del loro sovrano lungo la sponda settentrionale del fiume Amu Darya. Una piccola parte di questo popolo, tra coloro che non furono in grado di intraprendere il lungo viaggio verso occidente, si rifugiarono fra le popolazioni barbare dei Qiang e vengono detti Yuezhi minori.»

Nel 124 a.C. gli Yuezhi furono impegnati in un conflitto con i Parti, nel quale venne ferito e ucciso il sovrano Artabano I di Partia. Subito dopo questo conflitto, forse per le continue incursioni dei loro nemici da nord, o forse per le rinnovate ostilità dei Parti gli Yuezhi si spostarono ulteriormente a sud verso la Battria.

Questa regione era stata conquistata intorno al 330 a.C. dalle truppe di Alessandro Magno, che vi aveva fondato un regno ellenico. Dopo la sua morte (323 a.C.), il potere effettivo era passato nelle mani dei suoi generali, che si erano divisi le sue immense conquiste. La Persia era stata suddivisa tra vari satrapi macedoni, tra i quali era emersa presto la figura di Seleuco, satrapo di Babilonia, che aveva regnato con il titolo persiano di «Gran Re» su un impero che si estendeva dall'Afghanistan al Mar Egeo.

Durante quegli anni l'attenzione dei Seleucidi era stata concentrata a occidente per le ripetute guerre con L’ Egitto tolemaico e un'invasione di Galli in Asia Minore. Ne avevano approfittato i satrapi delle province più orientali per rendersi indipendenti: Diodoto aveva fondato il regno della Battria, che tuttavia sopravvisse poco a causa dell'invasione degli Yuezhi. La tradizione vuole che la città greca di Alessandria sull’Osso sia stata rasa al suolo dai Yuezhi durante la loro conquista.

E fu proprio durante la loro permanenza in Transoxiana, che i Yuezhi ricevettero l'ambasciata cinese guidata dell'inviato imperiale Zhang Qian: ma come mai l’ambasciatore cinese arrivò solo allora?

il viaggio di Zhang Qian
Ricordate? Zhang Qian, funzionario imperiale, aveva lasciato la capitale Chang’an nel 136 a.C. con cento uomini di scorta con la missione di tentare un’alleanza con i Yuezhi per contrastare i Xiongnu. Purtroppo, attraversando il territorio dei Xiongnu, era stato fatto prigioniero e trattenuto come schiavo per quasi dieci anni. In quel periodo tuttavia era riuscito a guadagnare la fiducia del capo tribù ed aveva anche sposato una donna Xiongnu che gli aveva dato un figlio maschio. Ma il fedele Zhang Qian non aveva mai dimenticato la missione che l’imperatore gli aveva affidato: capitatagli una occasione propizia, fuggì con la moglie e il figlio e attraversando il bacino del Tarim costeggiando i monti Kunlun aveva inseguito gli spostamenti dei Yuezhi e finalmente era giunto ai loro territori dopo ben dodici anni dall’inizio del suo viaggio.

Ma la cosa più beffarda fu che la missione diplomatica si rivelò un insuccesso: l'alleanza con i cinesi venne rifiutata in quanto i Yuezhi, essendosi spostati molto ad ovest, non erano più interessati a contrastare i Xiongnu. Tuttavia la missione di Zhang Qian non fu priva di conseguenze [serendipità …]. L'inviato imperiale ebbe tempo per studiare a fondo la cultura del popolo Yuezhi, del quale fece un dettagliato resoconto nel suo scritto Shiji, considerato un documento fondamentale per la conoscenza della situazione dell'Asia Centrale in questa epoca storica. Zhang Qian trascorse circa un anno ospite degli Yuezhi e fece diverse escursioni in Battria. Nel suo scritto ci rivela che:

«Gli Yuezhi Maggiori vivono a circa 2.000 o 3.000 "li" (circa 1.247 kilometri) a ovest di Dayuan, a nord del fiume Gui (l'Osso). Essi confinano a sud con i Daxia, a ovest con gli Anxi (i Parti), e a nord con i Kangju. Sono una nazione di nomadi, e si spostano da un pascolo all'altro con il loro bestiame, ed hanno costumi molto simili a quelli degli Xiongnu. Il loro esercito è composto da circa 100.000 o 200.000 arcieri.»

Organizzati in cinque tribù principali, ognuna di esse era guidata da un capo tribù detto yabgu.
Sempre grazie alla testimonianza scritta di Zhang Qian, abbiamo anche una descrizione del regno greco-battriano dopo la conquista da parte degli Yuezhi. Scrive il diplomatico cinese:

« Daxia si trova a circa 2.000 li a sud-ovest di Dayuan, a sud del fiume Gui. La sua popolazione è dedita alla coltivazione ed hanno città e abitazioni. I loro costumi sono come quelli dei Dayuan. Essi non hanno un sovrano ma piuttosto piccoli regnanti che governano le varie città. La popolazione non è addestrata a combattere e non ama la guerra, ma è molto abile nel commercio. Dopo che i Yuezhi Maggiori si spostarono a occidente e attaccarono questo popolo, tutta la loro terra è finita nelle mani degli invasori. La popolazione è numerosa, circa 1.000.000 di persone, e la loro capitale è la città di Lanshi (la moderna Balk) dove si trova un grande mercato dove è possibile comprare ogni sorta di mercanzia.»



Ripresa la via del ritorno, Zhang Qian fu nuovamente catturato dai Xiongnu, ma anche questa volta gli fu risparmiata la vita perché fu apprezzato il suo senso del dovere e la compostezza dimostrata di fronte alla morte. Due anni dopo, nel 115 a.C. approfittando della morte del capo dei Xiongnu e dei disordini che si erano creati tra le tribù, Zhang Qian riuscì nuovamente a fuggire ed a tornare in Cina, dove fu accolto con grandi onori, insignito del titolo di «Grande Messaggero» e nominato ministro. Un anno dopo il suo ritorno in patria, Zhang Qian morì.


Zhang Qian
Zhang Qian quindi è stato il primo diplomatico ufficiale di riportare informazioni affidabili su Asia Centrale alla corte imperiale cinese, e ha giocato un importante ruolo pionieristico nella colonizzazione cinese e la conquista della regione ora conosciuta come Xinjiang. Oggi Zhang Qian è considerato un eroe nazionale e riverito per il ruolo fondamentale ha giocato in apertura della Cina verso il mondo degli scambi commerciali.

La sua missione ha portato i cinesi a contatto con gli avamposti orientali della cultura ellenistica; questi contatti portarono immediatamente all'invio di diverse ambasciate da parte della Cina: con il successivo controllo stabilito dall’impero Han sull’Asia Centrale con l’assoggettamento dei Xiongnu venne favorito lo sviluppo dei traffici con l’Occidente che si svolgevano lungo quella che diventò poi la «Via della Seta».


Ma Il contributo dei Yuezhi allo sviluppo dei contatti tra Oriente ed Occidente non finisce qui: nel secolo successivo, la tribù Yuezhi del Guishuang (貴霜) ottenne la supremazia sugli altri, e unificò la regione formando una solida confederazione. Il nome Guishuang fu adottato ad occidente e modificato in Kushan o Kusana per designare la confederazione, per quanto i cinesi continuassero a chiamarli Yuezhi.

Ottenendo gradualmente il controllo dell'area dalle tribù indo-scitiche, i Kusana si espansero a sud nella regione tradizionalmente nota come Gandhara, un'area che copre principalmente il Potohwar pakistano ma che si stende anche in un arco che include la valle di Kabul e parte di Kandahar in Afghanistan. Fondarono capitali gemelle nei pressi delle odierne Kabul e Peshawar allora note come Kapisa e Pushklavati.


I Kusana fecero loro molti elementi della cultura ellenica della regione della Battriana, in cui si erano insediati. Adattarono l'alfabeto greco (spesso alterandolo) per rispondere alle esigenze del loro linguaggio (sviluppando la lettera Þ "sh", come in "Kushan") e ben presto cominciarono a coniare monete di foggia greca. Poi gradualmente iniziarono ad adottare anche la cultura indiana come gli altri gruppi nomadi che avevano invaso l'India. Il primo grande imperatore Kusana sembra avesse adottato lo Sivaismo, come indicato dalla sue monete. I successivi imperatori incarnarono un'ampia varietà di dei Indiani o dell'Asia Centrale, così come Buddha.

All'apice della dinastia i Kushan controllavano un territorio che si estendeva dal Mare di Aral, attraverso gli odierni Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan, fino all'India Settentrionale.

L'unità non stringente e la relativa pace di un tale vasto territorio incoraggiarono i commerci a lunga distanza, portò le sete cinesi a Roma e creò file di centri urbani fiorenti. Il dominio dei Kushan collegò le rotte commerciali marine dell'Oceano Indiano con quella della Via della Seta, attraverso la valle dell’Indo. Fiorirono anche gli scambi culturali, incoraggiando lo sviluppo del Buddhismo greco, una fusione di elementi culturali ellenistici e buddhisti, che si sarebbe espanso nell'Asia centrale e settentrionale come buddhismo Mahayana.

I Kusana furono infine un elemento di cerniera tra l’Impero Romano e quello cinese. Diverse fonti romane descrivono la visita di ambasciatori dei re di Bactria e India, durante il II secolo, riferendosi probabilmente ai Kushan. Elio Spartiano, parlando dell'imperatore Adriano (117-138 d.C.) nella sua Historia Augusta scrive:

«Reges Bactrianorum legatos ad eum, amicitiae petendae causa, supplices miserunt»
«I re dei Bactriani gli inviarono ambasciatori supplici, per ottenere la sua amicizia»

Anche nel 138, secondo Sesto Aurelio Vittore (Epitome‚ XV, 4),Antonino Pio, successore di Adriano, ricevette ambasciatori indiani, bactriani (Kushan).

La cronaca storica cinese dell'Hou Hanshu descrive inoltre lo scambio di merci tra l'India nord-occidentale e l'Impero Romano dell'epoca:

«Ad ovest (Tiazhu, India nord-occidentale) comunica con Da Qin (l'Impero romano). Cose preziose dal Da Qin si possono trovare qui, così come fini vesti in cotone, eccellenti tappeti di lana, profumi di ogni sorta, pani dolci, pepe, zenzero e sale nero.»

Durante i I e il II secolo, l'Impero Kushan si espanse militarmente verso nord e occupò parti del Bacino del Tarim, loro luogo di origine, mettendole al centro del redditizio commercio centro-asiatico con l'Impero Romano. Viene riportato che collaborarono militarmente con i cinesi, contro incursioni nomadiche, in particolare quando collaborarono con il generale cinese Ban Chao contro i Sogdiani nell'84 d.C., quando questi ultimi stavano cercando di appoggiare una rivolta del re di Kashgar. Attorno all'85, aiutarono il generale cinese anche in un attacco su Turfan, ad est del Bacino di Tarim. In riconoscimento del loro aiuto ai cinesi, i Kushan richiesero, vedendosela negata, una principessa Han, anche dopo che inviarono dei doni alla corte cinese. Per rappresaglia, marciarono su Ban Chao nell'86 con una forza di 70.000 uomini, ma esausti per la spedizione, vennero infine sconfitti dalla più piccola forza cinese. I Yuezhi si ritirarono e pagarono un tributo all'Impero Cinese durante il regno dell'imperatore Han He (89–106 d.C.). Più tardi, attorno al 116, i Kushan fondarono un regno incentrato su Kashgar, prendendo inoltre il controllo di Khotan e Yarkand, che erano dipendenze cinesi nel Bacino del Tarim.

Seguendo queste interazioni, gli scambi culturali aumentarono ulteriormente, e i missionari buddhisti kushan come Lokaksema, Zhigian e Dharmaraksa, divennero attivi nelle città capitali cinesi di Luoyang e talvolta di Nanjing, dove si distinsero particolarmente per i loro lavori di traduzione delle scritture Hinayana e Mahayana in Cina, contribuendo enormemente alla diffusione del Buddhismo sulla Via della Seta.

A partire da Chang’an attraversava il corridoio del Gansu e a Dunhuang si divideva in due strade: una si volgeva verso nord-ovest e costeggiava il bordo settentrionale del bacino del Tarim, toccando Turfan, Karashahr, Kucha e Kashgar, quindi raggiungeva il Fergana, attraversando i monti del Pamir e si dirigeva verso il mediterraneo passando per Merv, Ctesifonte e Palmira. L’altra volgeva verso sud-ovest e costeggiava il bordo meridionale del bacino del Tarim, toccando Shanshan (Loulan), Kotan e Yarkand, quindi attraversava i monti del Pamir e giungeva a Bactra (Balkh); di qui partivano due percorsi, uno diretto verso l’India, l’altro diretto verso il Mediterraneo

E  come tutte le parabole umane,a partire dal III secolo l'Impero Kushan iniziò a frammentarsi in vari sottoregni fino a che i resti dell’ impero Kushan vennero definitivamente spazzati via dall’invasione degli Unno Bianchi nel V secolo e successivamente dall’espansione dell’Islam … ma intanto avevano cambiato in modo irreversibile le relazioni Oriente-Occidente.

Fonti:

http://ilfattostorico.com/2010/03/16/le-mummie-del-bacino-del-tarim/
http://salinguerra.wordpress.com/2009/08/11/le-mummie-di-tarim/
http://en.wikipedia.org/wiki/Zhang_Qian
http://monkeytree.org/silkroad/zhangqian.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Xiongnu
http://it.wikipedia.org/wiki/Yuezhi
http://it.wikipedia.org/wiki/Dinastia_Han