Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

giovedì 26 maggio 2011

Tra tecnologia e mito, la «Lunga Marcia» della Cina verso il «Palazzo Celeste»

Naturalmente anche la Cina vuole competere alla conquista dello spazio: al di là di ogni valutazione politica o tecnica, colpisce la “terminologia” che i vari contendenti, Stati Uniti e Unione Sovietica prima, e la Cina oggi, utilizzano per denominare i loro mezzi di conquista.

Gli americani all’ inizio hanno attinto a piene mani alla mitologia greco-romana: chi non ricorda il progetto «Apollo», i vettori «Saturn», i programmi spaziali «Mercury» e «Gemini» nomi che richiamano la potenza degli dei dell’Olimpo, per poi passare a terminologie più “casalinghe” come «Explorer», «Ranger» e «Surveyor» o «Space Shuttle» e «Columbia», ma che comunque evocano sempre lo spirito di avventura e di conquista americano.

La Russia utilizzò termini un po’ meno fantasiosi e abbastanza formali come «Est» (Восто́к, Vostok ) e poi «Sorgere del Sole» (Восход, Voskhod ) e infine «Unione» (Союз, Soyuz ) per denominare i suoi programmi spaziale, chiamò «Compagno di Viaggio» (Спутник, Sputnik) il primo satellite artificiale in orbita attorno alla Terra, seguito subito dopo dall’ «Explorer» americano; «Pace» ( Мир, Mir ) è il nome della stazione spaziale russa il cui modulo centrale è stato denominato «Stella» (Звезда, Zvezda) mentre lo shuttle russo (che non fu mai operativo) si chiamava «Buran» ( буран nome di un «Vento freddo» che soffia negli Urali)

Ma vediamo come se la sono cavata i nostri amici cinesi…


il vettore "Lunga Marcia"
Il Programma spaziale della Repubblica Popolare Cinese è iniziato nel 1956, in cooperazione con l'allora Unione Sovietica ed è proseguito poi come un programma indipendente con scopi di deterrenza nucleare dopo la crisi sino-sovietica del 1960. L'utilità dal punto di vista militare dell'uso dello spazio fu il motivo centrale per cui la Cina si imbarcò in un proprio programma spaziale. Tra gli obiettivi del programma vi erano lo sviluppo dell'aviazione cinese, la necessità di missili guidati, razzi e sistemi di difesa missilistica. Per questo i primi prodotti del programma non furono dei vettori per satelliti, ma missili balistici, come la serie dei «Vento dell’Est» ( 东风dōng fēng). Di questi solo alcuni divennero poi dei vettori prendendo il nome di «Lunga Marcia» (长征cháng zhēng). Il primo satellite cinese, denominato «L’Oriente è Rosso I°» (東方紅一號一号dōng fāng hóng yī hào), fu lanciato solo 14 anni dopo l'inizio del programma, nel 1970, rendendo la Cina il quinto paese del mondo a raggiungere lo spazio.

Dopo il “divorzio” con l’Unione Sovietica, il formalismo vetero-comunista alla «l’Oriente e Rosso» o «Lunga Marcia» lascia il posto alla poetica tradizionale della vecchia Cina.

É stata davvero lunga la marcia per il «Grande Vuoto»: questo è infatti il significato letterale della parola太空 tài kōng, che significa «spazio»; [da qui il neologismo «Taikonauti» ad indicare gli astronauti cinesi n.d.a.] I primi sforzi per inviare uomini nello spazio nell'ambito del programma spaziale cinese risalgono al 1968. Il Progetto 714 aveva come obiettivo l'invio nello spazio di due astronauti entro il 1973 a bordo di una navetta «Luce dell’Alba» (曙光Shǔ guāng). Il programma fu cancellato ufficialmente nel 1972 per motivi economici, legati probabilmente alle politiche della Rivoluzione Culturale. Un nuovo programma fu avviato nel 1978 e cancellato nel 1980. Nel 1992 fu autorizzato e finanziato il Progetto 921 [non trascurate il numero del progetto, che la dice lunga sulla determinazione del popolo cinese nel conseguire i propri obiettivi… n.d.a], un nuovo tentativo di lanciare un veicolo spaziale con equipaggio. Il programma fu chiamato: «Vascello Divino» (神舟shén zhōu) [qui c’è un abile gioco di parole, tipico della polisemia cinese, perché神州shén zhōu – che ha la stessa pronuncia- è anche un nome letterario con cui viene indicata la Cina e che significa «Terra Divina» n.d.a.].


Yang Liwei
Nell’ambito di questo programma furono effettuati quattro test senza equipaggio. Il primo nel1999, il secondo nel 2001, con a bordo un coniglio, una scimmia e un cane, il terzo e il quarto nel 2002 con equipaggio di manichini. Il successivo tentativo fu il « Vascello Divino -5», coronato da successo, che trasportò in orbita, il 15 ottobre 2003, Yang Liwei, che restò nello spazio per 21 ore. La Cina divenne la terza nazione ad inviare un uomo in orbita. Altre missioni con equipaggio sono tuttora in programma: l’ultima missione in particolare portava in orbita contemporaneamente tre membri di equipaggio ma l'obiettivo più prestigioso è stato raggiunto il secondo giorno con la realizzazione della prima passeggiata spaziale del programma cinese. La Cina è quindi la terza nazione che ha compito una passeggiata spaziale dopo l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti.

Tutte le navette della serie « Vascello Divino » erano state progettate con strutture di attracco compatibili con la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), e tutte le piattaforme di lancio sono state collocate a latitudini appropriate per dei rendez-vous. A seguito del successo di «Vascello Divino-5» la Cina fece formale richiesta di accedere al programma ISS, ma gli Stati Uniti si opposero fermamente. La Cina ha quindi annunciato di avere intenzione di costruire una propria stazione spaziale, che prenderà il nome di «Palazzo Celeste» (天宫 tiān gōng):

Il nome «Palazzo Celeste» deriva dalla antica astrologia cinese: gli astrologi avevano diviso la sfera celeste in ventotto sezioni assegnando a ciascuna di esse una stella fissa e le avevano denominate « le 28 Case Lunari» attribuendo a ciascuna il nome di una costellazione. Le ventotto Case Lunari erano distribuite in «Quattro Palazzi Celesti» ai quali sono abbinate una direzione ed una stagione (La Tartaruga nera, La Tigre Bianca, la Fenice Rossa e il Drago Azzuro). Ogni palazzo, che prende il nome della costellazione principale, contiene sette Case Lunari, alle quali viene assegnato un nome simbolico, che rappresenta le fasi delle stagioni ed i compiti che avevano gli agricoltori nel lavorare i loro campi. La sintesi con la Scuola dei Cinque Elementi si manifestò nella necessità di integrare un simbolo aggiuntivo ai Quattro già presenti: così, legato al Centro, protetto ai Quattro Animali Celesti sta il Palazzo Centrale , in cui si raccoglie tutta l’energia del Cielo (tian) ed è la sede dell’Imperatore, il Figlio del Cielo , simboleggiato dal Drago Giallo (黃龍 huáng lóng): Al Palazzo Centrale, che ospita l’Orsa Maggiore e la Stella Polare.( vedi anche:"nel cielo cinese ci sono piu animali che stelle")

Ma i programmi della Cina sulla conquista dello spazio sono molto più ambiziosi: dal 2004 la Repubblica Popolare Cinese ha formalmente cominciato un progetto di esplorazione della Luna. La prima fase del programma lunare ha visto il lancio nel 2007 di una sonda denominata «Chang’e, Dea della Luna I°» (嫦娥一号Cháng'é yī hào) .


Infine, l’Amministrazione spaziale cinese ha annunciato un programma di esplorazione dello spazio profondo mirato alla conoscenza di Marte. L'invio di una prima sonda su Marte -denominata «Fuoco di Lucciola I°» (萤火一号yíng huǒ yī hào) - è previsto tra il 2014 ed il 2033, con una successiva fase di esplorazione umana del pianeta tra il 2040 ed il 2060.

La lucciola è un simbolo di bellezza femminile ma anche di tenacia: quest’ultima qualità viene esaltata in una delle infinite storie cinesi che racconta la vicenda di un famoso letterato Jiu Yin, che da giovane era così povero da dover studiare la notte alla luce delle lucciole: ciò nonostante superò con ottimi voti tutti gli esami… sicuramente la tenacia è una delle caratteristiche che contraddistinguono i cinesi…

Il nome della sonda lunare (Chang’è) è lo stesso di un personaggio della mitologia classica:tra i Cinesi, forse il più popolare di tutti i racconti inerenti alla festa di mezz’autunno è quello di Chang’é, la Signora della Luna.: ed ecco la sua storia.

Chang’é e suo marito Hou Yi, il prodigioso arciere, vivevano durante il regno del leggendario imperatore Yao (2000 a.C. circa). Hou Yi era un valente membro della Guardia Imperiale che maneggiava un arco magico e scoccava frecce magiche. Un giorno nel cielo apparvero dieci soli. La gente sulla terra non riusciva più sopportare il caldo e la siccità. L’imperatore decise allora di chiamare Hou Yi ordinandogli di tirare ai soli in soprannumero per eliminarli dal cielo e soccorrere così la popolazione. Facendo uso della sua abilità, Hou Yi ne abbatté nove lasciandone solo uno. La sua fama si diffuse, allora, fino giungere alla Regina Madre d’Occidente (Xi Wang Mu) nei lontani Monti Kunlun. Essa lo convocò al suo palazzo per ricompensarlo con la pillola dell’immortalità, ma avvertendolo così: "Non devi mangiare la pillola immediatamente. Prima devi prepararti per 12 mesi con la preghiera e il digiuno". Essendo un uomo diligente, egli prese a cuore il consiglio e iniziò i preparativi nascondendo, prima di tutto, a casa sua la pillola. Sfortunatamente fu chiamato d’improvviso per una missione urgente. In sua assenza, la moglie Chang’é notò una luce fioca e un dolce odore emanare da un angolo della stanza. Una volta presa la pillola nella mano, non riuscì a trattenersi dall’assaggiarla. Nel momento in cui la ingoiò la legge di gravità perse il suo potere su di lei. Poteva volare!

Non molto tempo dopo sentì suo marito ritornare e terrorizzata volò fuori della finestra. Arco e frecce in mano, Hou Yi la inseguì per mezzo cielo, ma un forte vento lo riportò a casa. Chang’é volò dritta sulla Luna , ma quando arrivò, ansimava così forte per lo sforzo compiuto, che sputò l’involucro della pillola, la quale si tramutò istantaneamente in un coniglio di giada, mentre Chang E divenne un rospo a tre zampe.

Da allora vive sulla luna respingendo le frecce magiche che il marito le tira. Hou Yi si costruì un palazzo sul sole ed essi si vedono l’un l’altro il 15° giorno di ogni mese. Chang’é e Hou Yi, simboli, rispettivamente della luna e del sole, sono divenuti espressione di yin e yang, negativo e positivo, buio e luce, femminile e maschile, ossia della dualità che governa l’universo.

Chiudo questa nota, a proposito della «Fuoco di Lucciola» - la sonda marziana - con una poesia del poeta Du Fu di epoca Tang:

Pensieri notturni

Dal bosco di bambù un fresco soffio
dolcemente penetra nella mia stanza;
i chiari raggi della luce lunare
danzano briosi nel cortile.
Le stelle scintillano qua e là nel buio,
le lucciole segnalano la loro presenza,
si chiamano più in là gli uccelli d'acqua.
Io triste penso nella dolce notte
che nel mondo tutto dipende
dall'atroce guerra più che dalla dolce pace


Riferimenti bibliografici
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giovedì 19 maggio 2011

La Danza di Shiva, il Libro dei Mutamenti e la Meccanica Quantistica.

«In un pomeriggio di fine estate, seduto in riva all’oceano, osservavo il moto delle onde e sentivo il ritmo del mio respiro, quando all’improvviso ebbi la consapevolezza che tutto intorno a me prendeva parte a una gigantesca danza cosmica …”vidi” scendere dallo spazio esterno cascate di energia, nelle quali si creavano e distruggevano particelle con ritmi pulsanti, “vidi” gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a questa danza cosmica di energia, percepii il suo ritmo e ne “sentii” la musica, e in quel momento “seppi” che questa era la danza di Shiva, il Dio dei Danzatori adorato dagli indù.»


Così si esprime lo scienziato statunitense, Fritjof Capra, un fisico specializzato nel campo delle alte energie, nella prefazione al suo libro Il Tao della fisica. Capra è stato forse il primo a mettere in luce gli svariati punti di contatto tra la concezione taoista del cosmo e i principi fondanti dell’attuale fisica subnucleare, ovvero quell’insieme di teorie scientifiche sviluppatesi in opposizione alla fisica classica newtoniana. I due temi fondamentali di questa concezione moderna della fisica sono l’unità, l’interdipendenza di tutti i fenomeni e la struttura intrinsecamente dinamica dell’universo. Anche l’antica concezione orientale del mondo, cui Capra fa riferimento, era essenzialmente unitaria e dinamica, e i principi di mutamento/movimento ne costituivano il tratto essenziale.

Shiva è anche chiamato Nataraja, il «Signore della Danza», la cui danza cosmica, detta Tandava, è ciò tramite cui l'universo viene manifestato, preservato e infine riassorbito. Essa è simbolo dell'eterno mutamento della natura, dell'universo manifesto, che attraverso una danza scatenata Shiva equilibra con armonia, determinando la nascita, il moto e la morte di un numero infinito di corpi celesti. Nell'ambito dell'iconografia più classica, il dio viene rappresentato con una folta chioma, con quattro braccia (una per ogni punto cardinale), mentre compie un passo di danza. Due delle braccia sono aperte, leggermente piegate, una delle mani sorregge un tamburello, lo strumento musicale con cui ritma la sua danza e l'altra una fiamma che rappresenta il fuoco con il quale genera la distruzione. Shiva danza all'interno di un cerchio di fuoco, raffigurato da tante piccole fiammelle, che rappresentano il rogo del mondo. Schiaccia sotto il suo piede destro la figura mitologica di un nano, il quale rappresenta l'oscuramento cui sono preda gli esseri umani, e che solo il dio è in grado di dissolvere; oscuramento dovuto all'illusione dell'esistenza di una qualche realtà immutabile del mondo, che invece è solo transitoria (maya).

Quando Shiva inizia a danzare, tutta la Terra trema, e la vibrazione si estende a tutto l'Universo che, bruciando, si sgretola sotto il ritmo della danza. L'Universo si dissolve e la sua energia diminuisce sempre di più fino a concentrarsi in un singolo punto, questo punto lentamente si dissolve, lasciando solo un tenue suono, una vibrazione primitiva, di intensità sempre più debole, che alla fine si annulla disperdendosi nel vuoto. E il vuoto rimane tale, fino al momento in cui il dio, riprendendo la sua danza, decide di creare un nuovo Universo, ripercorrendo in senso opposto tutti i passaggi della distruzione: il ritmo della danza fa vibrare il vuoto, da cui scaturisce un suono, che si concentra in un punto denso e di dimensioni infinitesime, il quale continuando a vibrare, aumenta di dimensione fino ad esplodere in un nuovo Universo. A questo punto, Shiva smette di danzare e la creazione è compiuta. (non vi sembra la teoria del big-bang ante litteram?!)

Il messaggio spirituale di tutto l’Induismo è l’idea che la moltitudine di eventi e oggetti che ci circondano sono differenti manifestazioni della stessa realtà ultima, detto Brahman, sorta di “energia” cosmica, impersonale, inconoscibile, dalla quale si forma - per emanazione e non per creazione - tutto l’universo. Confondere le diverse forme in cui questi si presenta, senza percepire un’unità alla loro base, significa ricadere nel cosiddetto «incantesimo di Maya», nell’illusione di pensare le forme e le strutture attorno a noi come realtà della natura, anziché frutti della mente umana, la quale misura e classifica.

La Teoria della Relatività ristretta (Einstein, 1905), oltre a fondere insieme i concetti di spazio e di tempo, ha dimostrato che la materia altro non è che una forma di energia. La meccanica (o fisica) quantistica (Planck, Bohr, Heisenberg, Schrödinger, Dirac e altri, 1900-1928) ha evidenziato inoltre che, a livello subatomico, tale forma di energia è composta da onde vibranti. Partendo da queste premesse, secondo Capra l’universo sarebbe la manifestazione di un “campo” d’intelligenza universale, in grado di dare origine, di far scaturire ogni forma della realtà.

Sulla stessa convinzione si basa il Taoismo, che chiama tale realtà soggiacente alle cose Tao, caratterizzata da un mutamento costante e ciclico, di andata e ritorno tra due polarità opposte, lo Yin e lo Yang. Questa caratteristica dinamica è rappresentata dal simbolo cinese chiamato Tai Ji. I due punti nel diagramma corrispondono all’idea che ogni volta una delle due forze arriva al suo massimo, contiene già in se il seme del suo opposto.

Il ritorno è il movimento del Dao

La debolezza è l’efficacia del Dao

I diecimila esseri sotto il Cielo nascono dal «c’è»

E il «c’è» nasce dal «non-c’è»

(Lao Zi,40)



Le varie scuole e tradizioni del misticismo orientale, sebbene differiscano fra loro su una moltitudine di questioni particolari, sottolineano però tutte l’unità fondamentale dell’universo; l’aspirazione più elevata dei loro seguaci – siano essi indù, buddisti o taoisti – è quella di diventare pienamente consapevoli dell’unità e dell’interconnessione reciproca di tutte le cose (nel taoismo si tratta della conciliazione degli opposti, Yin e Yang), di trascendere la nozione di sé come individuo singolo e d’identificarsi con il principio ultimo della realtà.

Il raggiungimento di questa consapevolezza non è solo un atto intellettuale, razionale, ma un’esperienza che coinvolge l’intera persona e che fondamentalmente è di natura mistica (illuminazione). Nella concezione orientale, quindi, la divisione della natura in corpi o oggetti separati non è considerata fondamentale e ciascuno di tali enti ha un carattere fluido e continuamente mutevole. Poiché il movimento e il mutamento sono proprietà essenziali delle cose, le forze che generano il movimento, l’evoluzione, il cambiamento, sono una proprietà intrinseca e insita nella materia. Capra nel suo testo ci fa osservare che «quanto più profondamente penetriamo nel mondo submicroscopico, tanto più ci rendiamo conto che il fisico moderno, parimenti al mistico orientale, è giunto a considerare il mondo come un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo, e che l’uomo è parte integrante di questo sistema».

Uno dei concetti più interessanti che accomunano moderna fisica quantistica dei campi e filosofia taoista è quello di «Vuoto»: la distinzione tra le particelle e lo spazio che le circonda si fa sempre più sfumata e il Vuoto è concepito come un “campo”, il cui ruolo “creativo” e “attivo” nella creazione della materia è cruciale.

La teoria dei campi elaborata dalla fisica moderna ci costringe dunque ad abbandonare l’opposizione classica tra particelle di materia e Vuoto, tra Essere e Non-Essere: il Vuoto è ben lungi dall’essere sterile, esso contiene al contrario un numero incommensurabile di particelle che si producono e scompaiono in un processo senza fine. In questo aspetto della fisica moderna risiede dunque la più stretta corrispondenza con il Vuoto del misticismo orientale.

Trenta raggi convergono nel mozzo

Ma è proprio dove non c’è nulla che sta l’utilità della ruota

Si plasma l’argilla per farne un recipiente

Ma è proprio dove non c’è nulla che sta l’utilità del recipiente

Si aprono porte e finestre per fare una stanza

Ma è dove non c’è nulla che sta l’utilità della stanza

Così il «c’è» presenta delle opportunità, che il «non c’è» trasforma in utilità

(Lao Zi,11)

La filosofia cinese, ha sviluppato la nozione di configurazioni dinamiche che si formano e si dissolvono continuamente nel flusso cosmico del Tao. Nel Yi Jing o Libro dei Mutamenti queste configurazioni sono state elaborate in un sistema di simboli archetipici, i trigrammi e gli esagrammi, che rappresentano le configurazioni del Tao generate dall’azione reciproca del Yin e del Yang, e che rispecchiano tutte le situazioni possibili, sia nelle sfera naturale che sociale, passate, presenti e future. Queste situazioni perciò non sono concepite come statiche, ma piuttosto come un flusso e un mutamento continui, passibili di trasformarsi l’una nell’altra in uno stato di continua transizione.

Nella introduzione alla sua traduzione dello Yi Jing, Richard Wilhelm ,presenta questa idea come il concetto fondamentale del Libro dei Mutamenti:

«I Mutamenti sono un libro

dal quale non bisogna stare lontani.

Costantemente muta il Senso suo,

alterazione e moto senza requie,

fluiscono per i sei vuoti posti,

salendo e ricadendo senza dimorare,

i solidi e i teneri si mutano.

Racchiuderli non vale in una norma;

è solo alteramento quello che qui opera.»

Il principio fondamentale che permette di ordinare le configurazioni, nel Yi Jing, è l'azione reciproca degli opposti polari yin e yang. Lo yang è rappresentato da una linea continua , lo yin da una linea tratteggiata , e l’intero sistema degli esagrammi è costituito in maniera naturale a partire da queste due linee. Combinandole in coppia, si possono ottenere quattro configurazioni:

e aggiungendo una linea a ciascuna di esse, si generano otto « trigrammi »

Nell'antica Cina, si riteneva che i trigrammi rappresentassero tutte le possibili situazioni cosmiche e umane. Vennero designati con nomi che ne riflettevano le caratteristiche fondamentali — ad esempio, « Il Creativo », « Il Ricettivo », « L'Eccitante », ecc. — e furono associati a molte immagini prese dalla natura e dalla vita sociale. Essi rappresentavano, per esempio, cielo, terra, fulmine, acqua, ecc., come pure una famiglia formata da padre, madre, tre figli e tre figlie. Inoltre, furono associati ai punti cardinali e alle quattro stagioni dell'anno, ed erano spesso disposti come nella figura. In questa disposizione, gli otto trigrammi sono raggruppati in cerchio nell'« ordine naturale » secondo il quale furono generati, a partire dall'alto (dove i Cinesi pongono sempre il sud). Questa disposizione presenta un alto grado di simmetria, in quanto i trigrammi opposti hanno le linee yin e yang scambiate.

Al fine di aumentare ulteriormente il numero delle possibili combinazioni, gli otto trigrammi vennero uniti a coppie disponendoli uno sull'altro. In questo modo, si ottennero sessantaquattro esagrammi, ognuno formato da sei linee intere o tratteggiate. Gli esagrammi furono disposti secondo diverse figure regolari tra cui una sequenza circolare che presenta la stessa simmetria che si ha nella disposizione circolare dei trigrammi.

Da quando Democrito ha parlato dell’ atomo (dal greco ἄτομος - àtomos -, indivisibile) ne sono successe di cose: alla base dell'ontologia di Democrito c’erano i due concetti di atomo e di vuoto. Democrito per certi aspetti sostituì l'opposizione logica eleatica tra essere e non essere con l'opposizione fisica tra atomo e vuoto: l’atomo costituiva l'essere, il vuoto rimandava in un certo senso al non essere. Ma che cos'era un atomo per Democrito? La realtà degli atomi costituiva per Democrito l'arché, quindi l’essere immutabile ed eterno. Gli atomi erano concepiti come particelle originarie indivisibili: essi cioè erano quantità o grandezze primitive e semplici (= non composte), omogenee e compatte, la cui caratteristica principale è l'indivisibilità.

I grandi fisici del Novecento, prima hanno smontato l’atomo nei suoi componenti, protoni, elettroni, neutroni (l’atomo di Bohr era concepito come un piccolo sistema solare dove, attorno al nucleo, costituito da protoni e neutroni, orbitava un numero variabile di elettroni, a secondo della complessità dell’ atomo stesso) poi la ricerca ha dimostrato che i costituenti dell'atomo, le particelle subatomiche, sono configurazioni dinamiche che non esistono in quanto entità isolate, ma in quanto parti integranti di una inestricabile rete di interazioni. Queste interazioni comportano un flusso incessante di energia che si manifesta come scambio di particelle; un'azione reciproca dinamica in cui le particelle sono create e distrutte in un processo senza fine, in una continua variazione di configurazioni di energia. Le interazioni tra particelle danno origine alle strutture stabili che formano il mondo materiale, il quale a sua volta non rimane statico, ma oscilla in movimenti ritmici. L'intero universo è quindi impegnato in un movimento e in un'attività senza fine, in una incessante danza cosmica di energia.

Il “non-essere” indica l’inizio del Cielo e della Terra

I’ “essere” indica la madre dei diecimila esseri

Così, grazie al costante alternarsi del “non-essere” e dell’ “essere” che si vedranno

dell’uno il prodigio, dell’altro i confini.

Questi due, sebbene abbiano un’origine comune, sono designati con nomi diversi.

Ciò che essi hanno in comune, io lo chiamo il Mistero,

il Mistero Supremo, la porta di tutti i prodigi.

(Lao Zi,1)

Lo stesso può dirsi dei « mutamenti » del mondo delle particelle. Anch'essi rispecchiano le tendenze interne delle particelle che sono espresse, (in una astrusa teoria detta della “matrice S”, su cui per onestà intellettuale non oso avventurarmi …) in termini di probabilità di reazione. I mutamenti nel mondo delle particelle subatomiche danno luogo a strutture e a configurazioni che hanno uno stupefacente aspetto di simmetria.

Come avviene nel mondo delle particelle, le strutture generate dai mutamenti possono essere ordinate in varie figure simmetriche, per esempio la figura ottagonale formata dagli otto trigrammi, nella quale i trigrammi opposti hanno le linee yin e yang scambiate.

Questa figura è persino vagamente simile all'ottetto dei mesoni , nel quale particelle e antiparticelle occupano posizioni opposte. Il punto importante, tuttavia, non è questa somiglianza fortuita, ma il fatto che sia la fisica moderna sia l'antico pensiero cinese considerano il mutamento e la trasformazione l'aspetto principale della natura, e giudicano secondarie le strutture e le simmetrie generate dai mutamenti.

In fisica l’idea di simmetria ha un ruolo basilare nella concezione dello spazio-tempo della teoria delle relatività e nello studio delle particelle elementari. Un sistema si dice dotato di simmetria se si conserva inalterato in seguito a trasformazioni quali ad esempio il ribaltamento speculare, l'inversione temporale, la traslazione spazio-temporale. Sulla base di questo principio è stato possibile immaginare l’esistenza di certe particelle subatomiche: ad esempio nel 1930 Paul Dirac ipotizzò, in base a considerazioni puramente teoriche, che a ogni particella elementare fosse associata una antiparticella con caratteristiche simili, ponendo le basi per la teoria dell'antimateria. L'ipotesi di Dirac trovò le prime conferme sperimentali con la scoperta del positrone, l'antiparticella dell'elettrone, che fu individuata nel 1932 dal fisico americano Carl D. Anderson, e dell'antiprotone, scoperto nel 1955 dai fisici Owen Chamberlain ed Emilio Segré.

A livello atomico le proprietà di un oggetto hanno senso solo nel contesto dell’interrelazione con l’osservatore. Come disse Heisenberg “ciò che osserviamo non è la natura in se stessa ma la natura esposta ai nostri metodi di indagine”. Avviene una trasformazione del ruolo umano, da osservato e ‘partecipatore’.

Il misticismo osa spingersi più a fondo, abbattendo la distinzione tra osservatore e osservato, portando alla fusione del soggetto e dell’oggetto. Percepire tutte le cose come unicità non significa però affermare che esse siano tutte uguali. I mistici orientali riconoscono l’individualità delle cose, convinti però che le opposizioni e i contrasti sono relativi all’interno della unità che tutto comprende. Gli opposti infatti sono concetti astratti che appartengono al pensiero umano, categorie apparenti, in realtà estremi di un tutto. Poiché tutti gli opposti sono interdipendenti, il loro conflitto non può risolversi nella vittoria di un polo sull’altro, ma sarà caratterizzato dall’azione reciproca, un equilibri dinamico, che trova il suo simbolo negli archetipi di yin e yang.

Nella fisica moderna unificazioni di concetti opposti si possono trovare nel subatomico, dove le particella sono sia distribuite sia «indistribuite», dove la materia è continua e discontinua, dove forza e materia sono solo aspetti diversi dello stesso fenomeno. La risoluzione di tali opposti avviene tramite l’innalzamento ad una dimensione superiore, lo spazio-tempo quadridimensionale. Anche la via dei mistici prevede una multidimensionalità, percepita in modo diretto e concreto attraverso uno stato di profonda meditazione. Quando questi provano ad esprimere la loro esperienza attraverso le parole incorrono nelle stesse problematiche dei fisici moderni nel riferire di una realtà a quattro dimensioni.


Niels Bohr
Una caso esemplare dell’unificazione tra concetti opposti è sicuramente la duplice natura della materia come onda e come particella, a seconda delle situazioni. Un’onda è estesa nello spazio, è la propagazione di una perturbazione, mentre la particella sottintende una posizione spaziale precisa e definita. Nella meccanica quantistica si ha un una concezione di onda ancora più astratta, legata alla natura statistica dei fenomeni atomici, che possono essere descritti solo mediante la probabilità. Tali informazioni compongono la funzione di probabilità che a livello matematico viene rappresentata con formule analoghe a quelle per la descrizione di altri tipi di onde. Questa introduzione pone in un contesto totalmente nuovo il problema confrontando due concetti ancora più radicali: l’esistenza e la non-esistenza. La particella ha una tendenza probabilistica ad esistere in diversi luoghi, e quindi si manifesta in uno stato fisico ibrido tra esistenza e non-esistenza. Per permettere una più facile comprensione di questa relazione tra coppie di opposti classici, Niels Bohr introdusse l’idea di complementarietà. Egli considerò le due rappresentazioni come descrizioni complementari della realtà, ciascuna delle quali solo parzialmente corrette e valide per un campo ristretto di applicazione. Durante il suo viaggio in Cina, avvenuto successivamente all’elaborazione della sua teoria, lo scienziato fu colpito profondamente dall’analogia tra la propria intuizione e l’idea cinese di opposti polari. Da allora conservò un profondo interesse per la tradizione mistica, tanto da inserire il Tai Ji all’interno del suo stemma nobiliare, assieme al motto Contraria sunt complementa.

Accanto alla corrispondenza tra la concezione del mondo dei mistici e quello dei fisici moderni appaiono le numerose altre analogie tra queste due categorie. Il metodo per esempio, empirico in entrambi i casi, ovvero basato su osservazioni riconosciute come l’unica fonte di conoscenza. L’oggetto di tali osservazioni è molto diverso: il mistico guarda dentro la propria coscienza e i suoi livelli, giungendo al corpo come manifestazione fisica della mente; il fisico parte dallo studio del mondo materiale e giunge alla consapevolezza dell’unità di tutte le cose e di tutti gli eventi penetrando negli strati più profondi di essa.

Un ultimo punto in comune – e qui concludo, sperando che chi mi sta leggendo sia ancora sveglio - risiede nel fatto che le osservazioni di entrambi sono condotte in ambiti inaccessibili ai sensi comuni, dal mondo subatomico agli stati di coscienza non ordinari. Scienza e misticismo hanno molte cose in comune, ma sarebbe sbagliato ipotizzate una possibile sintesi. Semplicemente rappresentano aspetti complementari della mente umana e della sua facoltà di indagine, completamente differenti ma necessarie entrambe, per comprendere il mondo: i mistici conoscono le radici del Tao, ma non i suoi rami; i fisici al contrario conoscono i rami ma non le radici.


Riferimenti bibliografici:

Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Adelphi,Mi, 1990
I Ching il Libro dei Mutamenti, a cura di R.Wilhelm, Adelphi, Mi, 1991
Tao Te Ching il Libro della Via e della Virtù, a cura di J.J.L.Duyvendak, Adelphi, Mi, 1990

giovedì 12 maggio 2011

Così è se vi pare: La strana storia di un imperatore che diventò un comune cittadino

Chi non ha visto il bellissimo film di Bertolucci L’Ultimo Imperatore?: non tutti sanno però che il film è stato ispirato a Bertolucci dal libro From Emperor to citizen, la autobiografia di Aisin-Gioro Puyi (溥仪 pǔ yí), l’ultimo imperatore della Cina. Ancora meno persone sanno che questa autobiografia è un falso e anche Bernardo Bertolucci, che l'ha presa a spunto per il suo film è stato ingannato. E’ quanto racconta Giampaolo Visetti, corrispondente da Pechino di Repubblica, in un suo recente articolo: « A rivelarlo, dopo quasi mezzo secolo, è la casa editrice che ideò il clamoroso falso, su incarico di Mao Zedong … la Casa Editrice delle Masse, tutt'ora braccio ideologico del ministero della Pubblica Sicurezza, ha appena pubblicato la "versione grigia" dell'opera. È il presunto "testo originale", da cui emerge che quella universalmente conosciuta era una "copia politica" riscritta dagli storici maoisti: una scoperta destinata a riscrivere la storia dell'Ultimo Imperatore e della Cina contemporanea … Da Imperatore a Cittadino, scritto da un redattore della Casa editrice delle Masse, fu inviato a venti censori ufficiali. Centomila parole furono tagliate, interi capitoli inventati, decine di episodi-chiave falsificati costruendo prove capaci di certificarli ….La domanda ora è perché Pechino abbia deciso di rivelare la grande falsificazione, chiarendo metodi e obiettivi di una propaganda politica ancora pienamente attiva. La versione ufficiale è che i protagonisti della vita di Puyi stanno morendo e che lo Stato vuole "salvare un pezzo della storia nazionale". La verità è che la Cina non ha più bisogno del suo falso e positivo Ultimo Imperatore, ma di quello vero e negativo, estremo antidoto alla tentazione della nostalgia. Nessuno sa chi fu l'Imperatore divenuto Cittadino. Ora sappiamo chi non è stato e quale simbolo, per due volte, si vorrebbe che fosse. »

Ma al di là della propaganda e delle immagini patinate del film, una cosa che credo non si possa negare è che le donne abbiano giocato un ruolo essenziale nella vita dell’Ultimo Imperatore: proviamo a ripercorrere quegli anni turbolenti della prima metà del Novecento assieme ai personaggi “reali” di quell’epoca …

La dinastia Qing (清 qīng o Ch'ing) a volte nota anche come dinastia Manciù (满族 mǎn zú), fu fondata dal clan Manciù degli Aisin Gioro, nell'attuale Manciuria, espansasi poi nella Cina vera e propria e nei territori circostanti dell'Asia interna, costituendo così l'impero del grande Qing ( 大清帝國 dà qīng dì guó).

Traendo vantaggio dall'instabilità politica e dalle ribellioni popolari che sconvolgevano la dinastia Ming (明 míng), le forze militari dei Manciù occuparono nel 1644 la capitale dei Ming, Pechino, e vi rimasero fino alla detronizzazione della dinastia Qing nel corso della Rivoluzione Xinhai (辛亥 xīn hài ) del 1911, quando l'ultimo imperatore abdicò all'inizio del 1912.

Nell’Ottocento il controllo dei Qing si indebolì, e la prosperità dell'intera Cina diminuì di conseguenza. La nazione soffriva di un enorme squilibrio sociale, di stagnazione economica, e di un esplosivo tasso demografico che complicò sempre più la fornitura di cibo. Gli storici offrono varie spiegazioni a questi avvenimenti, ma generalmente si è d'accordo che il potere dei Qing era, nel corso dei secoli tormentato da problemi interni e da una pressione esterna che era semplicemente esagerata per il vetusto governo cinese, la burocrazia e gli affari economici.

Quando, nel 1815, finirono le guerre napoleoniche, il commercio mondiale crebbe rapidamente e la vasta popolazione cinese offrì mercati illimitati alle merci europee. La crescita di questo commercio, tuttavia, creò una sempre più crescente ostilità tra governi europei e il regime dei Qing. Alla fine del 1830 i governi di Gran Bretagna e Francia erano profondamente preoccupati per l'accumulo dei metalli preziosi (i cinesi volevano essere pagati solo in argento) e cercarono schemi commerciali alternativi con la Cina - il più estremo dei quali fu di rendere la Cina dipendente dall'oppio. Quando il regime dei Qing cercò di bandire la tratta dell'oppio nel 1838, la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Cina.

La prima guerra dell'oppio rivelò lo stato fatiscente dell'esercito cinese che, sebbene superasse di gran lunga quello britannico per numero, la loro tecnologia e le tattiche erano inadeguate per una guerra contro la potenza mondiale dominante dal punto di vista tecnologico. I Qing nel 1842 si arresero e ciò segnò un colpo decisivo e umiliante per la nazione cinese. Il Trattato di Nanchino, che richiedeva pagamenti di riparazione di danni di guerra, permise l'accesso senza restrizioni agli Europei nei porti cinesi e cedette l'isola di Hong Kong alla Gran Bretagna, rivelando molte inadeguatezze nel governo Qing e provocando ribellioni sparse contro il regime.

Nel 1854 la Gran Bretagna tentò di negoziare di nuovo il Trattato di Nanchino inserendo clausole che permettessero l'accesso commerciale ai fiumi cinesi e la creazione di un'ambasciata britannica permanente a Pechino. Quest'ultima clausola offese il regime dei Qing che si rifiutò di firmare e provocando così un'altra guerra contro la Gran Bretagna. La seconda guerra dell'oppio terminò con un'altra cocente sconfitta cinese, mentre il Trattato di Tianjin conteneva clausole che insultavano ampiamente i Cinesi, quali la richiesta che tutti i documenti ufficiali cinesi venissero scritti in inglese e una provvigione che garantisse alle navi da guerra britanniche accesso illimitato a tutti i fiumi navigabili cinesi.

Alla fine del XIX secolo emerse un nuovo leader. L'imperatrice Cixi (慈禧太后 cí xǐ tài hòu) , concubina dell'imperatore Xianfeng (咸丰 xián fēng) , madre dell'imperatore bambino Tongzhi (同治 tóng zhì) morto poi prematuramente di vaiolo all’età di 18 anni. Non essendoci successori naturali Cixi fece eleggere imperatore suo nipote Guangxu (光緒 guāng xù) di soli quattro anni, lo adottò come figlio e nel ruolo di “Regina Madre” , riuscì con successo a controllare il governo Qing e fu di fatto leader della Cina per 47 anni.

Dopo 10 anni di reggenza nel regno dell'imperatore Guangxu, la pressione occidentale era così forte che Cixi fu costretta a rinunciare ad ogni sorta di potere. Nel 1898 Guangxu tentò la cosiddetta “Riforma dei Cento Giorni” , nei quali vennero approvate nuove leggi e vennero aboliti alcuni vecchi regolamenti. Ma Cixi riuscì riprendere il controllo della situazione e a reprimere gli ideali del giovane Guangxu, facendolo imprigionare nel suo palazzo, con la scusa di una cospirazione.

Cixi era vecchia e malata, ma sul suo letto di morte la imperatrice aveva chiamato a succederle, il 7 febbraio 1906, Puyi, figlio del fratello dell’ imperatore incarcerato. Per assicurarsi che il vero imperatore non interferisse nei suoi progetti, lo aveva fatto poi avvelenare. Puyi aveva quasi tre anni quando l’imperatrice vedova morì ed assunse il titolo di imperatore con il nome Xuan Tong (宣統 xuān tǒng): il padre, principe Zaifeng (载沣 zài fēng) assunse il ruolo di reggente.

Zaifeng col piccolo Puyi

La rivolta di Wuchang nel 1911 portò alla proclamazione di indipendenza e della Repubblica di Cina, e all’abdicazione dell’imperatore bambino Puyi. Si concludeva così la storia imperiale bimillenaria della Cina.

Ma qui si apre uno degli infiniti paradossi del mondo cinese: a Puyi fu consentito di vivere nella città proibita “come se” fosse ancora imperatore, assieme a tutta la sua corte, purché non interferisse con la vita politica della nuova repubblica.

La città proibita è situata in centro a Pechino sul fronte della famosa piazza di Tian An Men. Il suo nome deriva dal fatto che ai comuni cittadini non era permesso l’accesso all’area riservata ai palazzi imperiali. La città, costruita fra 1406 e 1420 dagli imperatori della dinastia Ming, era circondata da una alto muro e da un profondo fossato. Si estende su di una superficie di 720.000 metri quadrati e consiste di 800 edifici, divisi in 8.886 stanze.

Le pareti della città sono rosse ed il tetto è oro -- i colori della corte imperiale. Ogni dinastia imperiale in Cina aveva assunto uno dei cinque colori come proprio emblema: l Qing avevano scelto il giallo. A nessuno era permesso di usare il colore giallo tranne che l'imperatore. Quasi tutto intorno lui era giallo: le mattonelle del pavimento, i piatti, il suo cuscino e le coperte.

La città proibita era gestita esclusivamente dagli eunuchi di corte: e queste sono alcuni aspetti della “fantastica” vita di un imperatore cinese … dal momento in cui fu riconosciuto imperatore, fu posto sotto la tutela di quattro concubine del precedente imperatore ed ebbe la opportunità di incontrare la vera madre solo dopo aver compiuto dieci anni: Puyi diceva infatti a proposito: «anche se ho avuto molte madri, non ho mai conosciuto l’amore materno». la sua vera madre, dopo inutili discussioni con le concubine imperiali su come allevare il figlio, disperata si suicidò col veleno. Col padre le cose andavano un po’ meglio: il principe chun visitava il figlio ogni due mesi, ma non più di due/tre minuti per volta …

Puyi non è venuto a contatto di un altro bambino fino all’età di sette anni, quando ha ricevuto in visita suo fratello e sua sorella. I bambini avevano giocato assieme divertendosi fino a che Puyi non notò il colore del rivestimento del manicotto del suo fratello. Era giallo! Oltraggiato, Puyi ha sgridato suo fratello, che levatosi in piedi ha risposto «esso non è giallo, è albicocca, vostra Maestà imperiale.»

Gli eunuchi inoltre trattavano Puyi con grande formalità. Dovunque egli andasse nella città proibita era accompagnato da una enorme processione. Quando usciva per giocare, era sempre seguito da eunuchi silenziosi, alcuni armati da antiche alabarde per difenderlo da improbabili pericoli, altri portavano con se medicine tradizionali cinesi da usare se lui si fosse fatto male, altri infine portavano delle prelibatezze in recipienti di lacca nel caso avesse avuto fame. Quando l’imperatore chiedeva di “portare alimento” si scatenava il gruppo degli eunuchi di cucina: venivano mostrate all’imperatore sei liste con il menù del giorno: due liste con le portate principali, una per le verdure ed altre tre con i le preparazioni di riso e i dolci. Un menù “ristretto” a sole 25 possibilità … il pasto degli imperatori precedenti era sempre stato di almeno 100 piatti diversi!


Puyi adolescente
Nel 1917, quando Puyi aveva nove anni, un signore della guerra, Chang Xun, tentò di ripristinare l’impero e rimettere sul trono Puyi. Dopo avere circondato Pechino col proprio esercito Chang Xun fece pubblicare un decreto che dichiarava Puyi nuovamente imperatore, scatenando le ire dei repubblicani che accusarono i monarchici di usare Puyi come un burattino.

Sei giorni dopo un aereo lasciava cadere tre bombe sulla città proibita … era la prima incursione dall’aria nella storia cinese: Puyi era nel sua aula quando ha sentito le esplosioni e in seguito aveva commentato « ero talmente terrorizzato che i miei insegnati privati erano sbiancati in volto..». Pochi giorni dopo i repubblicani avevano ripreso il controllo della situazione e la vita di Puyi riprese esattamente come prima, alternando lunghe ore di studio ai suoi giochi “solitari” circondato da decine di eunuchi … Puyi ha ricevuto una formazione irregolare. Ha studiato i classici, storia e la poesia, ma non ha imparato la matematica, geografia o la scienza. Le sue lezioni erano in cinese e Manciù.


Reginald Johnston
I mancesi tuttavia speravano sempre di riportare Puyi al trono, e tentarono dei contatti con le potenze occidentali che avrebbero potuto aiutarli a raggiungere il loro scopo. Con la scusa di fargli imparare l’inglese gli eunuchi chiesero infatti ad un ufficiale dell’Ufficio Coloniale inglese, tal Reginald Johnston, di diventare il tutore di Puyi. Johnston non era in realtà un vero insegnante: la sua funzione era quella fare da intermediario tra l’entourage dell’ imperatore ed il governo britannico. Tuttavia, non solo Puyi imparò l’inglese, ma tra i due si sviluppò presto una buona amicizia: la presenza di Johnston influenzò profondamente il giovane imperatore che fu subito affascinato dalla cultura occidentale. Fu Johnston che notò che Puyi aveva bisogno degli occhiali. I consiglieri di Puyi erano fortemente contrari alla cosa, considerando li occhiali una cosa troppo “occidentale” per un imperatore cinese, ma Puyi non li ascoltò e portò gli occhiali per il resto della sua vita.

Puyi chiese a Johnston di aiutarlo a scegliere un nome inglese per sé: Johnston gli diede una lista dei nomi dei re britannici e Puyi ha scelto “Henry”: ecco perché potete trovare l'ultimo imperatore della Cina elencato in enciclopedie come Henry Puyi.

Nella misura in cui Puyi prendeva coscienza del mondo tramite i suoi studi, si rendeva conto di essere un prigioniero nella città proibita. All'età di 15 provò a uscire corrompendo le guardie di protezione al cancello. Ma i gendarmi (molto cinesi …) presero i suoi soldi, quindi lo denunciarono.
Puyi e Wan Rong


Quando Puyi compì 16 anni, i suoi tutori decisero che fosse arrivato il momento per lui di prendere moglie: gli mostrarono delle fotografie di quattro giovanette – rigorosamente mancesi – e lui optò per Wen Xiu. Naturalmente i suoi tutori non furono d’accordo, sostenendo che Wen Xiu non fosse sufficientemente raffinata per diventare imperatrice: Puyi quindi “scelse liberamente” Wan Rong (婉容 Wǎn Róng) (nome occidentale: Elizabeth) molto più di bella presenza. Sembra che la prima notte di nozze Puyi sia stato assalito da una crisi di panico e che sia fuggito dalla camera da letto … è possibile che non abbia mai avuto rapporti: sicuramente non ha avuto figli. Puyi tuttavia riuscì, col consenso di Elizabeth a sposare anche Wen Xiu.

Nel 1924 il conflitto tra i signori della guerra continuava sempre più forte: di fronte alle pressioni di Jiang Jieshi (più noto come Chang Kaishek) perché il titolo imperiale fosse definitivamente abolito, e Puyi fosse cacciato dalla Città Proibita: temendo per la sua vita Puyi fu indotto dagli eunuchi a trovare rifugio nella ambasciata giapponese, dove trovò un calda accoglienza.

Puyi e Wen Xiu

Qualche mese dopo Puyi e la sua corte vennero trasferiti nella concessione giapponese di Tianjin. Quello che Puyi aveva definito inizialmente “volo verso la libertà” venne poi commentato dallo stesso imperatore come “sono entrato nelle fauci della tigre”. È rimasto là per alcuni anni, sperando di riguadagnare il suo trono. Tianjin era una città cosmopolita ed Henry Puyi e la sua moglie Elizabeth hanno avuto intensa vita di società. Il loro rapporto intimo era comunque molto freddo. Elizabeth ha soprannominato il suo marito “eunuco”. Le cose andavano invece un po’ meglio con l’altra consorte, Wen Xiu. Ma Wen Xiu probabilmente gelosa della posizione di Elizabeth come imperatrice, alla fine chiese il divorzio. Il divorzio era un fatto senza precedenti nella storia della famiglia imperiale, e Puyi non desiderando uno scandalo pubblico, acconsentì che Wen Xiu ritornasse a Pechino. Lei ha vissuto fino al 1950 e non si è più risposata.

Nel 1931 il Giappone occupò la provincia della Manciuria e a Puyi fu chiesto di collaborare per la istituzione di uno stato indipendente, il Manchukuò (满洲国 mǎn zhōu guó). Accettò l'offerta dell'esercito di introdursi segretamente in Manciuria: una notte indossando un'uniforme militare giapponese e nascosto nel bagagliaio di un automobile raggiunse il porto dove fu caricato su una barca che, raggiunto il mare aperto lo imbarcò su una nave giapponese che lo ha condusse in Manciuria. (peccato che Puyi fosse all’oscuro che in caso di attacco cinese, la sua barca era destinata ad esplodere …)

Elizabeth lo ha raggiunto successivamente là, ma i rapporti con Puyi erano sempre più freddi. Scoperta una relazione con una sua guardia del corpo Puyi la aveva punita segregandola nelle sue stanze. Fu così che l’imperatrice gradualmente è diventato una persona dedita dell'oppio e si deteriorò mentalmente e fisicamente.

Puyi fu nominato inizialmente “solo” reggente del nuovo stato, con sua grande delusione si accorse gradualmente di essere uno strumento nelle mani dei giapponesi … gli unici paesi che riconobbero l'esistenza del Manciukuò erano, guarda caso, il Giappone, la Germania e.. l’Italia (ricordate il famoso Asse Roma-Tokio-Berlino?).

Tan Yuling

Solo 1934 i giapponesi concessero a Puyi il titolo di imperatore del Manchukuò con il nome Kang Te (Tranquillità e Virtù): I giapponesi gli fornirono un palazzo ed finanziarono la sua corte. Tuttavia Puyi si rese ben presto conto di essere un figurante nelle mani dei giapponesi che prendevano tutte le decisioni, non solo riguardo alla sua vita pubblica ma interferivano pesantemente anche in quella privata. I giapponesi pretesero che Puyi si convertisse allo Shintoismo. Anche in questa occasione la ribellione di Puyi è stata molto personale. Ha abbracciato pubblicamente la religione giapponese, ma in realtà si era convertito segretamente alla religione buddhista.

Puyi, di nuovo imperatore, decise di prendere un nuova consorte Manchu chiamata Yuling (Liuto di Giada). Originaria del clan mancese Tatala, Tan Yuling (谭玉龄 tán yù líng, che significa “Anni di Giada”)) nel 1927, a soli sette anni era entrata a servizio di corte Nel 1937 fu scelta da Puyi come concubina imperiale di Quinto Livello (祥贵人 xiáng guì rén ,cioè “Persona di Prezioso Auspicio”). Morì sei anni dopo stroncata da una febbre tifoide: Puyi sospettò di quella morte, essendo la moglie deceduta poco dopo una iniezione fatta da un medico giapponese. Yuling infatti si era mostra sdegnata del fatto che l’imperatore fosse sotto il controllo dei giapponesi. Dopo la sua morte Yuling fu elevata al grado di “Concubina di Secondo Livello” (贵妃, guì fēi cioè “Nobile Consorte” ) con il nome di Ming Xian (明显 míng xiǎn, cioè “persona luminosa”). Per la cronaca, nel 2004, i discendenti della casa imperiale Qing la hanno elevata al rango di “Concubina di Primo Livello” (皇贵妃 huáng guì fēi = Nobile Consorte Imperiale).

Puyi e Li Yuqin

I giapponesi in seguito, gli fecero pressioni perché scegliesse un donna giapponese in sua sostituzione, ma Puyi, stranamente resistette ed optò per Li Yuqin (李玉琴 lǐ yù qín). Yuqin, il cui nome significa “Liuto di Giada” nota anche come “l’ultima concubine imperiale” è stata la quarta moglie di Puyi : aveva 15 anni nel 1943, quando fu scelta come concubina imperiale: fu poi abbandonata dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando il Giappone, nel 1945 capitolò. Li Yuqin restò in Manciuria dopo che Puyi fu preso prigioniero dalle truppe sovietiche. Dopo la presa del potere in Cina del partito Comunista, lei continuò a vivere in Cina a Changchun lavorando in una libreria. Nel 1957 divorziò formalmente da Puyi ed in seguito si sposò con un tecnico da cui ebbe due figli. Le autorità locali tentarono di dissuaderla dal chiedere il divorzio, sostenendo che Puyi era diventato una persona nuova … In seguito suo figlio, commentò l’evento dicendo “mia madre aveva il diritto di perseguire la propria felicità”. Li Yuqin è deceduta a Changchun nel 2001 di cirrosi epatica.

Dopo la sua abdicazione i Soviet avevano detto a Puyi che avrebbe potuto volare in Giappone assieme ad otto persone del suo seguito: lui scelse suo fratello, tre nipoti, due cognati un medico ed un servo e … nessuna moglie! Non rivide più Elizabeth, che ormai distrutta dalla droga, morì in una prigione cinese a soli 40 anni.

Ultimo colpo di scena: Puyi ed il suo seguito non furono trasferiti in Giappone - come concordato - bensì trasportati in Russia dove furono posti agli arresti domiciliari. In Russia, dove rimase cinque anni, Puyi è stato trattato relativamente bene: Stalin pensava che l'imperatore cinese potesse rivelarsi utile ai Soviet successivamente.

Infine, in 1950, i Soviet hanno ceduto il controllo di Puyi ai cinesi. Costretto a lasciare la sua comoda villa russa, è stato rinchiuso in una prigione cinese in cui è rimasto per nove anni. Ha dormito in una cella con altri prigionieri, ha fatto umili lavori ed ha resistito al costante lavaggio del cervello. I comunisti lo hanno incitato a denunciare la sua credenza buddista costringendolo ad uccidere volatili e topi. Puyi è si è sottomesso umilmente alle richieste dei suoi carcerieri, sapendo che doveva fare quanto richiestogli nella speranza di essere liberato un giorno.

Puyi prigioniero

Nel dicembre del 1959 infine è stato liberato: aveva 50 anni. È andato vivere con la sua famiglia nella casa di suo padre a Pechino. La Città Proibita a ora era aperta al pubblico e Puyi la ha visitata come un comune cittadino. Il governo cinese gli ha assegnato un lavoro da giardiniere presso il parco dell'Istituto di Scienza della Botanica.


Puyi con Li Shuxian
Nel 1962 il presidente Mao ha consentito a Puyi di sposare un membro del partito comunista, Li Shuxian (李淑賢 Lǐ Shū Xián). Shuxian, il cui nome significa “Gentile e Virtuosa”, era stata un'infermiera in un ospedale in cui Puyi è stato ricoverato durante la sua prigionia. Era la prima volta nella storia che un imperatore Manchu avesse sposato una donna cinese. Li Shuxian è stata la quinta ed ultima moglie di Puyi: un amico comune aveva fatto conoscere Li Shuxian a Puyi: si sposarono lo stesso anno con gli auguri del premier Zhu Enlai. Puyi non ebbe figli da questa donna, che però lo accompagnò fino ai suoi ultimi giorni. Dopo la morte del marito, Li Shuxian si ritirò a vita privata: poiché non aveva un impiego regolare all’ospedale, ebbe delle difficoltà economiche, che furono compensate da un intervento del premier Zhu Enlai che le fece assegnare un aiuto finanziario speciale. Morta di tumore all’età di 73 anni, aveva lasciato nel suo testamento il desiderio di essere tumulata assieme a Tan Yuling (la seconda moglie di Puyi), ma a tutt’oggi questo suo desiderio non è stato ancora realizzato.

Nel 1965 Mao scatenò la famosa Rivoluzione Culturale, per eliminare gli intellettuali che gli si opponevano: quando Puyi morì nel 1967, si è detto che fosse stato assassinato dai rivoluzionari. La relazione ufficiale della sua morte ha detto che aveva problemi cardiaci, soffriva si uricemia e negli ultimi tempi era stato colpito da un tumore ad un rene.

Il suo corpo venne cremato e le sue ceneri vennero poste a Pechino nel Cimitero della Rivoluzione Babaoshan:  ironia della sorte, dopo una nonna terribile, una madre disperata, quattro madri adottive, eunuchi come tutori, ben cinque concubine... il mausoleo dove è stato sepolto era, prima della rivoluzione comunista,  un cimitero per concubine e eunuchi imperiali.

Riferimenti bibliografici


G.Visetti, Piccole storie cinesi. Il falso ultimo imperatore,
http://d.repubblica.it/dmemory/2011/04/16/rubriche/rubriche/040chi73840.html

Five Wives of The Last Emperor Puyi
http://history.cultural-china.com/en/48History6760.html

Yasumi Matsumoto, the last Emperor
http://www.csuchico.edu/~cheinz/syllabi/fall99/matsumoto/index.html

http://it.wikipedia.org/wiki/L'ultimo_imperatore

http://it.wikipedia.org/wiki/Pu_Yi