Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

Visualizzazione post con etichetta imperatori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta imperatori. Mostra tutti i post

venerdì 20 marzo 2015

Teodorico Pedrini, missione e musica alla corte di Kang Xi





Inviato a Pechino dal Papa in qualità di ambasciatore, Teodorico Pedrini, meno noto di Marco Polo e Matteo Ricci, è però stato ugualmente una figura fondamentale nell’integrazione culturale tra Cina e Italia.

Teodorico Pedrini, figlio del principale notaio di Fermo nelle Marche,  nato nel 1671, prese la tonsura nel 1687 e gli Ordini minori nel 1690. Frequentò l'Università di Fermo, laureandosi in Diritto Civile e Canonico il 26 giugno 1692. Nel dicembre 1897 ricevette il suddiaconato e nel marzo 1698 fu ordinato dapprima diacono e poco dopo  presbitero nella Basilica di San Giovanni in Laterano in Roma. A Roma il giovane Teodorico, insieme alla sua vocazione, incrementa anche la sua passione per la musica, che aveva coltivato quando studiava dai Padri Filippini a Fermo, sicuramente incontrando e forse seguendo le lezioni di Arcangelo Corelli, molto legato agli ambienti marchigiani della capitale.

Tournon
Parallelamente alla musica, la vita di Pedrini è scandita dai passaggi della sua vita di sacerdote e missionario. Il 24 febbraio 1698 entra nella Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli, fondata a Parigi nel 1625, chiamata anche dei Lazzaristi, due anni dopo prende i voti e poco dopo la Congregazione lo indica tra i possibili missionari per la Cina. Probabilmente in questa indicazione non fu estraneo il fatto che il Card. Carlo Maillard de Tournon, Legato Papale in Cina nel 1702, era procuratore a Roma del Vescovo di Fermo Cardinale Baldassarre Cenci.

Ed infatti, dietro mandato di Papa Clemente XI, marchigiano anche lui, nel Gennaio 1702 parte per la Cina, ma passando dall’altro lato del mondo, non secondo la rotta tradizionale intorno al Capo di Buona Speranza e poi Madagascar, India, la penisola di Malacca e Macao, ma andando in Francia e partendo da lì per l’America del Sud e quindi le Filippine. Si può pensare che prese la rotta “francese” piuttosto che quella “portoghese”, già marcando così metaforicamente il percorso di avvicinamento all’universo cinese da lui scelto, o a lui destinato. Ma in realtà non si tratta tanto di una metafora se si pensa che il transito "portoghese" comportava una preventiva accettazione delle direttive e dell'autorità del Re di Portogallo, il cosiddetto Padroado, che Pedrini, come si vedrà, non aveva alcuna intenzione di seguire.




Il suo viaggio, iniziato da Roma il 12 gennaio 1702, fu lunghissimo e avventuroso: attraverso la via francigena, fino a Siena e Livorno, quindi per nave a Tolone, e poi a Parigi. Benché selezionato per far parte della prima legazione papale del Patriarca Tournon, non riuscì ad incontrarlo e, dopo un anno e mezzo di permanenza a Parigi, il 26 dicembre 1703 partì con altri missionari da Saint-Malo su una nave francese diretta nell'America del sud. Il suo viaggio toccò la Terra del Fuoco, dove i passeggeri del “Saint Charles”, così si chiamava il galeone su cui viaggiava, passarono dei momenti piuttosto brutti tra le tempeste; e quindi il Cile e poi il Perù, dove arrivò solo alla fine del 1704 e rimase per più di un anno, ospite prima del Viceré Conte di Monclova e poi dei Filippini. Nel 1705 si recò in nave in Guatemala poi via terra fino in Messico; ma era troppo tardi per prendere il “Galeon de Manila” che viaggiava annualmente da Acapulco verso le Filippine; e dal momento che quello del 1706, come riferiscono le cronache, non partì affatto, dovette fermarsi ancora molto tempo, fino al marzo 1707, per effettuare il viaggio che lo portò a Manila, dove giunse solo il 9 agosto.

Nel frattempo il Legato Tournon, alla cui missione era destinato anche Pedrini, era arrivato in Cina già nel 1705 e lo stava cercando in giro per il mondo, rimproverandogli il suo ritardo. Ma non è che Teodorico non ci provasse. Nell’ottobre 1707 tenta di andare anche lui a Macao ma il mare lo rimanda indietro nelle Filippine; effettua un secondo vano tentativo nel 1708, e solo nel novembre 1709 riesce ad imbarcarsi per Macao, e sarà la volta buona.

Teodorico arriva a Macao il 5 gennaio del 1710. Finalmente è in terra di Cina, anche se molto portoghese, ma ben otto anni dopo essere partito! In Cina nel frattempo era successo tutto senza di lui, la missione di Tournon era fallita, c'erano stati decreti contrastanti tra l'Imperatore ed il Legato, che era ora ristretto in cattività e sarebbe morto di lì a pochi mesi, ed il suo collega lazzarista Ludovico Antonio Appiani era stato rinchiuso in una galera da cui sarebbe uscito solo nel 1726.

Teodorico, in una sua lettera del 1712, dissimula un comprensibile sospiro di sollievo dietro il ringraziamento alla Divina Provvidenza che, facendolo arrivare in clamoroso ritardo, gli aveva risparmiato queste brutte esperienze e lo aveva tenuto in vita, affinché proprio lui raccogliesse quel testimone e continuasse la missione di Cina. Con la morte di Tournon, cui anch'egli assistette nel giugno 1710, quando aveva 39 anni, più o meno esattamente nel mezzo della sua vita, inizia per Teodorico Pedrini quella che si può chiamare senza dubbio la sua seconda esistenza.
Kang Xi

Su designazione dello stesso Tournon, l’Imperatore Kang Xi lo chiamò a Pechino, non senza fargli prima studiare un po’ di cinese a Canton. A Pechino arrivò il 6 febbraio 1711, e lì si stabilì, concretizzando un doppio primato: fu il primo missionario lazzarista, ed il primo sacerdote non gesuita, a stabilirsi nella capitale cinese.

Quando si dice il caso: da quando Padre Matteo Ricci, partendo anche lui dalle Marche, giunse a Pechino nel 1601, nessun altro missionario non gesuita era riuscito ad avvicinarsi all’Imperatore. La vita di questi due preti, nati a una quarantina di chilometri di distanza l’uno dall’altro, doveva trovare un destino analogo, e in un certo senso - si vedrà - contrapposto, nello stesso luogo, alla stessa corte, ma ad un secolo e a migliaia di chilometri di distanza, o meglio, a “più di diecimila lì”, come diceva l’Imperatore.



Quando entrò nella grande sala del trono di Kang Xi. L’Imperatore stava seduto su una grande pedana coperta da un tappeto, vicino aveva un tavolino con tutto il necessario per scrivere, e “alla destra e alla sinistra vi stavano quattro gesuiti: cioé li padri Suarez, Stumpf, Parrenin, Giartù, con i piedi giunti e colle braccia pendenti, secondo richiede la modestia e rispetto della Cina” (scrive Matteo Ripa – un confratello - nel suo diario). Già da questo primo approccio con la corte, Teodorico deve aver messo a fuoco il rapporto dei missionari lì presenti con l’Imperatore e forse già immaginato i problemi a cui sarebbe andato incontro di lì a pochi anni.

E’ bene chiarire subito un aspetto: Teodorico Pedrini aveva un carattere un po’ ostico e spinoso. Era un tipo sincero ma intransigente, passionale ma severo; non è vero che fosse poco diplomatico, come da più parti si è sostenuto, sapeva quando era il momento di cedere. Aveva un notevole sense of humor e una grande cultura. Le sue lettere sono piene di citazioni dai classici, ma anche di sarcasmo e di battute di spirito e portate in giro. Se anche le persone a lui più vicine non poterono esimersi dal criticare alcuni suoi comportamenti forse impulsivi o draconiani, possiamo immaginare le critiche di chi invece era a lui avverso.

Ma per sua fortuna Pedrini godette subito della stima e dell’interesse di Kang Xi che, da principe aperto e colto quale era, volle vicino a sé il valente musicista finalmente giunto a Pechino più di due anni dopo la morte di Tomas Pereira, altro missionario musicista morto nel 1708, e gli affidò l’insegnamento di tre dei suoi numerosi figli e il compito di continuare l’opera lasciata incompiuta dal Pereira, e cioè il primo trattato di teoria musicale occidentale pubblicato in Cina: il LǜlǚZhèngyì-Xùbiān (律呂正義續編 - 1714), in seguito confluito nella monumentale opera enciclopedica, denominata Siku Quanshu, pubblicata integralmente nel 1781


Diventando precettore dei figli dell'imperatore, Pedrini acquisì grandi favori a corte ed il diritto di fregiarsi del titolo di docente presso la corte imperiale. Pedrini si occupò anche della costruzione e del restauro di strumenti musicali dell'Imperatore.
Scrive il confratello Matteo Ripa nel suo diario:“…andava il sig. Pedrini colla sua abilità nella musica […] sempre più crescendo nell’affetto di quel gran monarca, tanto che se avesse avuto meno fuoco e più prudenza […] avrebbe ottenuto da quel potentato tutto quello ch’avesse voluto…”.

Teodorico fu il primo missionario occidentale a parlare all'imperatore cinese del contenuto dei decreti papali in materia di riti cinesi; le sue relazioni riferiscono a Roma la reazione di pacifica tolleranza da parte di Kang Xi verso le decisioni papali; questo gli procurò l'ostilità dei missionari gesuiti, che erano contrari a tali decreti.

Le vicende dottrinali che investirono la missione in Cina tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento, ebbero infatti in Pedrini uno dei principali protagonisti. La cosiddetta “Controversia dei riti cinesi” riguardò il modo di intendere la pratica religiosa cristiana, specialmente in rapporto alle pratiche cinesi di derivazione confuciana, che i gesuiti, sulla scia dell'insegnamento di Matteo Ricci, erano disposti a tollerare per i cristiani convertiti.  [si trattava dei rituali di culto degli antenati (attraverso le  cosiddette "tavolette dei defunti"), in uso in Cina da secoli, dei riti legati ai cicli stagionali (riti equinoziali), e del nome con cui definire il Dio dei cristiani (“Tiān Zhu”, Signore del Cielo, “Shang Di”, Signore supremo, o “Tiān”, Cielo)]. Pedrini fu tra quei pochissimi missionari che in quel contesto rimasero sostenitori delle posizioni della Santa Sede, la quale ripetutamente aveva proibito  la commistione delle liturgie cristiane con le pratiche confuciane.


A partire dalla metà del ‘600 gli ordini predicatori prima ed i missionari di Propaganda poi, tra cui i Lazzaristi, sostennero una maggiore osservanza, pretendendo che si adottasse il solo nome “Tiān-zhu” per il Dio cristiano e non ammettendo i rituali di omaggio ai defunti nelle modalità tipiche della civiltà cinese, né la partecipazione ai riti stagionali di derivazione confuciana.
La Santa Sede fu investita diverse volte del problema e prese diverse decisioni nel corso del tempo: ad un primo decreto contrario del 1645, seguì un decreto tollerante del 1656. Nel 1693 il Vicario Apostolico del Fujian Charles Maigrot emanò una direttiva molto precisa e nettamente proibitiva di queste pratiche; fino a che Papa Clemente XI, con tre successivi atti (le Costituzioni Apostoliche del 1704 e del 1710, e la bolla Ex Illa Die del 1715) dichiarò la inammissibilità dei cosiddetti “Riti Cinesi” e impose a tutti i missionari di proibirli. La parola fine sulla discussione fu quindi posta da Benedetto XIV nel 1742 con la Bolla Ex Quo Singulari.

Questa divergenza di vedute fu il filo conduttore di tutta l'esperienza missionaria di Pedrini, che lo portò, tra alterne vicende, al drammatico episodio del 1721, quando, al termine della seconda legazione papale guidata da monsignor Carlo Ambrogio Mezzabarba, si rifiutò di firmare la relazione sugli eventi chiamata Diarium Mandarinorum, e fu per questo punito dall'imperatore e successivamente rinchiuso fino al 1723, nella casa dei gesuiti francesi di Pechino.
Yong Zheng
Il drammatico periodo terminò con la morte dell’Imperatore Kang Xi nel dicembre 1722, e con l’ascesa al trono di Yong Zheng, che era stato suo allievo e che, agli inizi del 1723, lo fece subito liberare.
Una delle sfaccettature del suo carattere vulcanico era una notevole dose di ironia e sarcasmo; come quello rivolto al fratello Priore di S.Michele Arcangelo: “S’ella vuol venire a starci [in Cina], e lasciar il boccone da Prete del suo Priorato, potrà qui ergersi a Priore, e Posteriore come vuole, stando solo; s’abbi cura però delle bastonate Cinesi, e delle Prigioni de’ Giesuiti; Io hò provato l’une, e le altre…” (Lettera al fratello Eraclito, 31 ottobre 1724, C.M. Roma).

Ma il periodo di “clausura” di Teodorico non fu infecondo: è proprio durante la detenzione che  Pedrini scrisse le uniche composizioni di musica occidentale conosciute in Cina nel XVIII secolo, le “Dodici Sonate a Violino Solo col Basso del Nepridi – Opera Terza”, il cui manoscritto originale è tutt'oggi conservato nella Biblioteca nazionale della Cina. Le musiche di Pedrini sono state incise nel 1996 dal gruppo francese XVIII-21 Musique des Lumières (ora XVII-21 Le Baroque Nomade), diretto da Jean-Chrisophe Frisch, con il titolo Concert Baroque à la Cité Interdite (CD ed. Audivis Astrée E 8609).


La redazione del trattato di teoria musicale, unitamente alle composizioni musicali rimaste in Cina, pone storicamente Teodorico Pedrini tra i principali artefici dell'introduzione della musica occidentale in Cina.

La prima preoccupazione di Teodorico, non appena riacquistata la libertà, fu quella di comprare una casa e di farne una residenza per i missionari di Propaganda Fide ed una chiesa. Giudicò insufficiente quella scelta da Matteo Ripa e per circa 1.900 taels ne acquistò una più grande, con sessanta stanze, lunga 270 piedi (circa 80 metri), nel quartiere di Xitang, lungo una grande strada di accesso ad ovest della Città Proibita, ed in questo luogo aprì la “sua” chiesa, dedicata alla Nostra Signora dei Sette Dolori. Era questo un altro piccolo ma importante primato stabilito da Pedrini, essendo la prima chiesa non gesuitica aperta a Pechino, sin dai tempi di Matteo Ricci, chiamata la “Chiesa dell’Ovest” (le altre essendo denominate Nantang “Chiesa del Sud”, Dongtang “la Chiesa dell’Est” e Beitang “la Chiesa del Nord”). Più tardi ebbe modo di riferire in una sua lettera, con un certo, peraltro comprensibile, compiacimento che tra i cristiani cinesi si diceva “andare alla chiesa di Pedrini” con il significato di ‘rispettare le Costituzioni della Santa Sede’ (lettera a Matteo Ripa del 4 settembre 1744).

Qian Long
Purtroppo, all’età di 59 anni, i suoi problemi non erano ancora finiti. Questa volta però non vennero dagli uomini, ma dalla natura. Il 30 settembre 1730 ci fu a Pechino un tremendo terremoto che fece più di centomila vittime, e danneggiò seriamente la chiesa-residenza così faticosamente costruita da Pedrini. La caparbietà del prete fermano trovò il modo di ricostruire la chiesa, ed il fatto che fosse concepita come una chiesa all’interno di una residenza missionaria, fornì all’imperatore Qian Long, il successore di Yong Zheng nel 1735, la scusa per non requisirla e eventualmente distruggerla, come fece con tutte le altre chiese cristiane in Cina, e questo perché il nuovo imperatore, il terzo nella vita di Pedrini, era stato molti anni prima suo allievo di musica e conservava ancora un affettuoso ricordo del suo maestro.
Ed infatti Qian Long lo richiamò a corte nel 1741, a riparare e riaccordare i vecchi clavicembali, e magari a fare ancora musica per lui. Ma Pedrini era ormai vecchio e stanco. A settant’anni passati, aveva visto passare otto Papi a Roma e tre Imperatori a Pechino, aveva sfidato la sorte e si era fatto molti nemici, ma aveva costruito una chiesa ed aveva anche molti fedeli i Cina ed a Roma   godeva di un prestigio incrollabile.

Negli ultimi tempi forse percepì i segni della fine di un’epoca: i suoi avversari, come i suoi amici, erano quasi tutti morti, ed anche la Compagnia di Gesù di lì a pochi anni sarebbe stata soppressa; ed allora chissà perché volle distruggere tutti i suoi documenti e tutte le lettere che sicuramente ricevette dall’Italia e in particolare da Fermo. Ed anche la sua chiesa – il “sogno di Pedrini” - fu distrutta nel 1811: quella che si vede oggi sulla Xizhimen è un rifacimento successivo.


Teodorico Pedrini morì, senza aver mai fatto ritorno in Italia, il 10 dicembre 1746 nella sua residenza di Xitang e fu sepolto a Pechino, nel cimitero di Propaganda Fide. La sua stele funeraria, presente a Pechino fino alla metà del secolo scorso, oggi non esiste più.
L’Istituto Confucio di Pisa ha sta promuovendo una serie di eventi sul tema della diffusione e integrazione tra due culture geograficamente e concettualmente lontane quali quella cinese e la nostra, uno dei quali è stato un concerto dell’Ensemble Alraune dal titolo “Un Violinista in Cina” interamente dedicato alla figura di Teodorico Pedrini.

Un concerto interessante che ha offerto uno spunto di riflessione sulla figura di Pedrini, che già 300 anni fa ha avvicinato due culture geograficamente molto lontane, quella italiana e quella cinese, e che sfida il luogo comune su come dialogare con la Cina” – spiega ad AgiChina Nicola Bellini, Co-Direttore dell’Istituto Confucio di Pisa e docente ed economista presso l’Università Sant’Anna di Pisa. Ma Pedrini rappresenta un punto di vista particolare nel tema dell’integrazione e contaminazione tra culture diverse. “La musica di Teodorico Pedrini  - continua Bellini –per quanto stampata, pubblicata e scritta in gran parte a Pechino, è una musica ostinatamente occidentale, che non entra in compromessi né acustici, né armonici con la Cina”. Pedrini diventa quindi “un ponte culturale importante nei confronti della Cina, ma un ponte che ha tenuto ben distinte le due culture e che non ha accettato la contaminazione” - spiega il direttore dell’Istituto Confucio di Pisa.

Sitografia:





martedì 9 dicembre 2014

Il grande Kublai Khan sconfitto dai … Kamikaze!




Kamikaze: questa parola l’abbiamo sentita associata agli attacchi suicidi dei piloti giapponesi contro le navi americane durante la seconda guerra mondiale: oggi si continua a parlarne riferendosi agli attentati terroristici nel Medio Oriente. Non tutti sanno il significato di questa parola e pochi ne sanno l’origine, che risale ad un antico conflitto tra mongoli e giapponesi svoltosi nel 1200.
E’ dell’anno scorso la notizia che un’équipe di archeologi napoletani ha ritrovato, nei fondali al largo della piccola isola di Takashima, parte della flotta dell’imperatore Kublai Khan, nipote del condottiero mongolo Gengis Khan. L’area si trova a sud del Giappone e più precisamente nell’isola del Kyushu, nei pressi della baia di Hakata, che per ben due volte fu scelta dai Mongoli come area idonea per l’invasione del paese nipponico, in quanto sede del “Korokan” (il palazzo Imperiale).

La spedizione Italo – nipponica, dopo due anni di incessanti ricerche, condotte dall’archeologo Daniele Petrella, direttore dell’Iriae (international research institute of archaeology and etnology) e dal prof. Hayashida Kenzo presidente e fondatore dell’Ariua (asian research institute of underwater archaeology), con la partecipazione del prof. Sebastiano Tusa della soprintendenza del mare della regione Sicilia, è riuscita ad individuare ed a riportare alla luce parte della flotta salpata dall’antica Happo (Corea) e spazzata via da un tifone il 15 agosto del 1281. Il violento impatto frantumò gli scafi delle navi che affondarono l’una dopo l’altra, ricoprendo il fondale dell’isola. Dopo più di 600 anni, i tesori custoditi sulle imbarcazioni sono tornati alla luce. Anfore, armi, elmi, ed armature ancora rinchiuse all’interno di solidi bauli hanno raccontato agli archeologi la tragedia di quel giorno. Il ritrovamento è di quelli veramente importanti che vanno a conferma delle cronache e delle leggende antiche. Un po’ come il ritrovamento della città di Troia, considerata un mito non storico fino a quando Schlieman non la riportò alla luce ed alla storia. Anche in questo caso il contributo degli italiani alla conoscenza dell’Estremo Oriente è stato rilevante… ma vediamo i fatti.

Kublai Khan (1215-1294), gran khan dei mongoli, primo imperatore della dinastia mongola Yuan della Cina. Nipote di Gengis Khan, portò a termine la conquista della Cina iniziata dal nonno. Dal 1252 al 1259 aiutò il fratello Mongke Khan a conquistare la Cina meridionale, penetrando fino in Tibet e nel Tonchino. Alla morte di Mongke (1259), Kublai gli succedette nella carica di khan. Nel 1264 fondò una nuova capitale nel luogo dell'attuale Pechino, chiamandola Khanbalik (o Cambaluc, cioè “città del Khan”, come riporta Marco Polo che visse ben 17 anni alla sua corte). La fama della potenza di Kublai Khan si diffuse in tutta l'Asia e in Europa: la sua corte, che assimilò molti caratteri della civiltà cinese, esercitò un grande fascino e attirò numerosi mercanti e viaggiatori da tutto il mondo. Nell'impero fiorirono il commercio, la letteratura e le arti; Kublai elevò il buddhismo a religione di stato, permettendo tuttavia la professione di altre fedi religiose.

Ma la smania espansionistica del khan non aveva pace: Kublai con alcune campagne militari tra il 1276 e il 1279 sconfisse la dinastia Song che regnava nella Cina meridionale e ne acquisì i territori. Dopo avere conquistato lo Yunnan e il Goryeo (Corea), sotto la pressione dei suoi consiglieri mongoli, tentò la conquista di  Birmania, Vietnam, Giava e Giappone, ma non fu altrettanto fortunato.
Il prodromo fu l'invio in Giappone di un ambasciatore ufficiale con la richiesta di sottomissione: il messaggio fu respinto e la prima invasione ebbe quindi luogo nel 1274, quando una flotta di un migliaio di navi e una forza di 45.000 uomini furono inviate verso il nord verso l'isola di Kyushu allo scopo di tentarne la conquista. Ma un violento tifone decimò la spedizione, costringendola a tornare indietro.

Nel 1279, Kublai Khan decise di mandare nuovamente un inviato per contrattare la resa giapponese. In quel momento Hojo Tokimune, reggente del settimo shogun, non solamente rifiutò la resa, ma fece decapitare i 5 emissari mongoli a Kamakura. Furioso, Kublai nel 1281 attaccò Fukuoka, con un esercito rinforzato (140.000 soldati e 4.000 navi). I combattenti giapponesi erano 40.000, troppo pochi per fronteggiarli, ma nonostante questo, le forze mongole trovarono una resistenza impenetrabile, non riuscendo a conquistare una posizione sicura. I giapponesi infatti, erano preparati per contrastare l’invasione e avevano costruito un muro alto alcuni metri sull'isola dov'era previsto che i mongoli toccassero terra, onde impedire ai loro cavalli di sbarcare con facilità. Dopo 50 giorni di lotte e scontri, il Giappone ancora resisteva ai loro invasori. Eppure la superiorità dei Mongoli non tardò a farsi sentire neanche questa volta: i samurai giapponesi, infatti, combattevano con la concezione di uno-contro-uno, mentre i Mongoli erano abituati ad utilizzare tecniche più sofisticate, i loro archi potevano lanciare lontano il doppio, e in più facevano uso dell'esplosivo, mai visto prima di allora dai giapponesi. 


Questa volta gli invasori erano destinati a risolvere il conflitto in loro favore. Di fronte a tutte queste difficoltà e la fine oramai prossima, lo shogunato Hojo aveva persuaso l'imperatore a chiedere a ogni santuario del paese di pregare  affinché un intervento divino li aiutasse ad uscire vincitori da quella situazione ormai disperata. All'improvviso, mentre i Mongoli stavano preparando un nuovo campo base a Takashima, un altro ciclone si alzò del tutto inavvertitamente e spazzò via le navi nemiche, affondandone molte e uccidendo più di 100,000 mongoli.


Secondo quanto vuole la leggenda, quel tifone si scatenò esattamente nello stesso momento in cui l'imperatore invocava in preghiera la dea del sole Amaterasu, supplicandola di salvare il suo popolo. Il tifone fu visto, quindi, come un intervento divino e perciò chiamato "kamikaze" che in giapponese significa, appunto, "vento divino". (Kami che significa "Dio" e kaze che significa "vento, tempesta".)

P.S.
Per la cronaca, anche la parola “tifone” che indica le tempeste tropicali che hanno luogo nel Pacifico settentrionale e nel mare della Cina (dette “uragani” nell’Atlantico e “cicloni” nell’Oceano Indiano) deriva dal cinese 太風, “tai feng” che diventò per assonanza “typhoon” in inglese, da cui la parola “tifone”, che significa appunto “fortissimo vento”.
La parola “kamikaze”, nella scrittura giapponese mutuata dal cinese, è 神風 sheng feng” che significa appunto, al di là della diversa pronuncia, “vento divino”.

 Fonti:


domenica 9 novembre 2014

Yao, Shun, Yu, la trasmissione ideale del potere



Nella tradizione mitologica cinese, oltre ai «Tre augusti» (三皇sān huáng) campeggiano i «Cinque Imperatori» (五帝wǔ dì), tanto che spesso sono accumunati (三皇五帝 sān huáng wǔ dì). Gli storici moderni ritengono che questi sovrani siano il risultato della fusione di personaggi reali, antichi capi di varie etnie, e personaggi mitologici. Sono rappresentati come antichi civilizzatori che usarono la loro saggezza e i loro poteri per migliorare la vita degli uomini. I «Cinque Imperatori», considerati i regnanti modello ed esempi di grande moralità dal mondo confuciano, furono:
1.      Huang Di (黄帝), il mitico Imperatore Giallo
2.      Zhuan Xu (顓頊),
3.      l’imperatore Ku (帝嚳),
4.      l’Imperatore Yao ()
5.      l’Imperatore Shun ()

Del mitico imperatore Giallo abbiamo già parlato (leggi: Huang Di, il Mitico Imperatore Giallo).

Oggi parliamo degli altri ed in particolare di Yao e Shun, che godono di una particolare  fama nel mondo cinese: essi rappresentano l’ideale del “buon governante”. Gran parte della loro popolarità deriva indubbiamente dalla venerazione che per loro ha avuto la scuola confuciana: sono ammirati non tanto per quello che hanno fatto, quanto per il modo in cui hanno vissuto, come modelli ideali di umanità e di capacità di governo. In particolare Shun è ricordato per la sua modestia ed amore filiale, tema questo particolarmente caro a Confucio.


 In ogni caso, nella tradizione mitologica cinese l'imperatore Shun rappresenta gli albori di un sentimento nazionale unitario cinese avendo egli contribuito a diffondere alcuni principi legali e religiosi, ma soprattutto alcuni standard di riferimento nella misura del peso e del tempo e certe tecniche agricole.
Shoahao
Huang Di fu molto prolifico: dalle sue quattro mogli ebbe ben venticinque figli! Alla sua morte gli successe il figlio maggiore Shaohao, che governò dal 2597 al 2514 a.C. anche se, pare, senza il titolo di “imperatore”. Tuttavia sembra che le tribù ad un certo punto preferissero al lui il nipote Zhuanxu, figlio di Changyi, l’ultimo nato di Huang Di. Zhuanxu regnò fino al 2436 a.C. Si attribuiscono a lui una riforma del calendario, importanti studi astrologici, il contrasto allo sciamanesimo in favore di una religione di stato più strutturata, e la riforma del diritto di famiglia con la proibizione dei matrimoni tra consanguinei.
Secondo gli Annali di Bambù una delle più antiche fonti storiche, quando  Zhuanxu morì, un discendente di Shennong (uno dei Tre Augusti) di nome Shuqe, tentò di conquistare il potere ma fu sconfitto da Ku, che conquistò il trono e antepose al suo nome il titolo “Di” (imperatore). Ku era figlio di Jiao Ji, figlio di Shaohao, il primogenito dell’Imperatore Giallo e quindi pro-nipote dell’Imperatore Giallo: si ipotizza che abbia regnato tra il 2436 e il 2366 a.C.

Ku

A Ku sono attribuite le invenzioni di strumenti musicali, quali tamburi, campane, ocarine e flauti. Secondo la tradizione, Ku ebbe quattro figli da quattro mogli: dopo 45 anni di governo Ku designò il principe di Tang (il suo figlio minore Yao) come suo successore, tuttavia essendo Yao molto giovane, dopo la morte dell’ imperatore, il potere fu assunto dal suo figlio maggiore Zhi che governò per nove anni prima di essere deposto da Yao. In ogni caso la gloria non mancò anche agli altri due figli che vennero considerati (anche se a posteriori) i fondatori ancestrale di altrettante dinastie: Xie, nato miracolosamente dalla moglie Jandi  di Ku dopo che lei ingoiò un uovo di un uccello nero, fu assunto come fondatore pre-dinastico della dinastia Shang; un altro figlio, Houji, nato miracolosamente dall’altra moglie Jiang Yuan dopo che lei appoggiò il piede su un orma di un dio, fu assunto come padre nobile della dinastia Zhou.
Secondo la tradizione Yao diventò imperatore a 20 anni e morì a 119, lasciando il trono ad un certo Shun che non aveva nulla a che fare con i discendenti dell’Imperatore Giallo. Ma chi era questo Shun?
Shun proveniva da una famiglia contadina: la leggenda racconta che sua madre era morta quando egli era ancora piccolo. Il padre Gu Sou, che era cieco, si era risposato e la nuova moglie gli aveva dato un altro figlio ed una figlia. La matrigna, il fratellastro e la sorellastra trattarono Shun in modo terribile, costringendolo ai lavori più umili e faticosi e dandogli solo il cibo e le vesti peggiori. Il padre, essendo cieco e vecchio, ignorava come Shun fosse trattato ed anzi spesso lo sgridava anche per piccole mancanze. Nonostante ciò Shun non si lamentò mai e sempre trattò il padre, la matrigna ed i fratellastri con rispetto e gentilezza. Quando raggiunse l'età adulta la matrigna lo scacciò di casa e quindi Shun fu costretto a vivere da solo e ad arrangiarsi. Nonostante ciò, grazie alla sua natura compassionevole e la sua capacità di essere autorevole, ovunque andasse, la gente lo seguiva ed egli fu in grado di organizzare le persone affinché fossero più gentili fra loro e lavorassero al meglio possibile.
E qui la fantasia dei cinesi si scatena in una serie infinita di aneddoti imbevuti di sana morale confuciana: quando Shun arrivò in un villaggio che produceva ceramiche, dopo meno di un anno, le ceramiche divennero più belle, più belle di quanto non fossero mai state. Quando Shun giunse in un villaggio di pescatori, questi stavano litigando fra loro per i territori di pesca e molte persone venivano ferite o uccise nei combattimenti. Shun insegnò loro come condividere e distribuire le risorse della pesca e presto il villaggio prosperò e tutte le ostilità cessarono.
La sua fama si era sparsa dovunque e presto ne venne a conoscenza anche Yao che stava avvertendo il peso del governo. L’imperatore era preoccupato del fatto che i suoi nove figli erano tutti incapaci e sapevano  soltanto come trascorrere le giornate fra vini e canti. Yao aveva chiesto perciò ai suoi ministri di proporre un degno successore. E fu così che Shun fu raccomandato al sovrano dai suoi feudatari come la persona migliore per succedergli al governo del paese. A quel punto Yao  volle mettere alla prova Shun affidandogli il governo di un distretto e dandogli in moglie le sue due figlie con una piccola dote (una casa nuova ed un poco di denaro).  Così, all’età di trent’anni, Shun abbandonò la sua via di contadino per condividere le responsabilità del governo dell’ impero. Le capacità amministrative di Shun diedero conferma a Yao della fiducia che aveva riposto in lui. Sebbene disponesse di un ufficio e di denaro, Shun continuò a vivere morigeratamente e continuò a lavorare nei campi quotidianamente. Cercò anche di convincere le sue mogli, Ehuang (Fata Splendente) e Nüying (Fanciulla Fiorita), che erano abituate a vivere nel comodo e nel lusso a vivere con poco ed a lavorare fra la gente. Intanto la matrigna ed i fratellastri di Shun erano sempre più invidiosi e tramavano per assassinarlo. Una volta il fratellastro Xiang diede fuoco ad un fienile e convinse Shun a salire sul tetto per spegnere l'incendio, ma Xiang allontanò la scala intrappolando Shun sul tetto in fiamme. Ma Shun abilmente costruì una sorta di paracadute con la sua giacca ed i suoi vestiti e saltò giù dal tetto illeso. Un'altra volta Xiang e sua madre tramarono per ubriacarlo e poi gettarlo in un essiccatoio e seppellirlo con pietre e sporcizia. La sorellastra che non approvava il comportamento di sua madre e suo fratello, avvertì Shun che si preparò. Finse di essere ubriaco e quando fu lanciato nell'essiccatoio riuscì a fuggire grazie ad un tunnel che aveva scavato in precedenza. Così Sun sopravvisse a molti attentati ma non si vendicò mai sulla matrigna e fratellastro, perdonandoli ogni volta. Non solo Shun perdonò la matrigna ed il fratellastro ma aiutò Xiang a trovarsi un impiego e tentò anche di convincere i suoi nove cognati ad impegnarsi di più per diventare membri utili alla società.
Durante il regno di Yao, Shun ricoprì la carica di Ministro per l'istruzione, Regolatore Generale (Primo Ministro) e Capo dei Quattro Picchi (i Quattro Ministri più importanti) e riuscì a sistemare in tre anni i conti dello stato. La prosperità della nazione era tuttavia messa a rischio da una serie di violente inondazioni che iniziarono nel sessantesimo anno del regno di Yao. I danni erano enormi e Yao era seriamente preoccupato per il suo popolo. Con qualche esitazione, Yao affidò il compito di regolare le acque a Gun  (un pro-nipote di Changyi, l’ultimo figlio di Huang Di e quindi anche lui discendente dall’Imperatore Giallo)  che tuttavia fallì nel suo compito: avendo egli nel frattempo commesso altri crimini cadde in disgrazia e fu condannato a morte da Shun. Quello che è strano è che Shun chiese poi a Yu, figlio di Gun, di succedergli in questo difficile compito. Yu impiegò otto anni per domare le acque: invece di costruire alte dighe come aveva fatto il padre,  egli fece dragare i letti dei fiumi e fece costruire tutta una serie di canali artificiali per scaricare le piene in mare. A seguito del suo grande successo ingegneristico, Yu divenne rapidamente un idolo nazionale.
Yao morì a 117 anni, tuttavia Shun rifiutò di prendere il trono: evidentemente voleva lasciare una possibilità ai figli di Yao, ma i vassalli fecero una tale pressione in favore di Shun che, dopo tre anni di lutto, anche se con riluttanza,  assunse il titolo reale.
Dopo essere salito al trono Shun offrì sacrifici agli dei così come alle colline, ai fiumi ed ai luoghi che ospitavano spiriti. Poi si recò ai quattro estremi (nord, sud, est, ovest) del regno ove offrì sacrifici in ognuno delle quattro montagne (Monte Tai, Monte Huang, Monte Hua, Monte Heng).


Rese più saldi i rapporti con i vassalli stabilendo un calendario di incontri ufficiali. Stabilì una uniforme misura della lunghezza e della capacità, modificò il calendario per renderlo utile ai lavori agricoli e riformò le leggi religiose. Shun modificò anche il modello musicale cinese, chiamato Dashao (大韶), che si compone di nove strumenti musicali.
 Shun divise il regno in dodici provincie e costruì dodici templi in ciascuna di esse. Si impegnò nella unificazione e pacificazione del regno riformando le leggi, rendendole più miti, sostituendo per cinque gravi reati la pena di morte con l'esilio e combattendo la corruzione dei funzionari. Stabilì che ogni tre anni l'operato dei funzionari imperiali venisse sottoposto a verifica. Chiamò molti privati meritevoli e capaci a prendere parte all’azione di governo e non esitò a punire in modo esemplare i funzionari corrotti. Shun fu l’autore dello schema di controllo dei ministri secondo cui ognuno doveva dare un rapporto dettagliato della propria attività ogni tre anni, mentre i feudatari dovevano rendere conto all’imperatore ogni anno sulla propria azione di governo locale.
Nell'ultimo anno del suo regno Shun decise di intraprendere un viaggio attraverso il regno. Si recò presso il picco di Shunyuan per insegnare alla popolazione di un villaggio come meglio coltivare il the, per fondare una scuola ma, nel tentativo di liberare il villaggio da un pericoloso serpente, fu da questo morsicato e ammalò e morì nei pressi del fiume Xiang. Le sue due mogli si recarono in quei luoghi per vegliare il suo corpo ma non riuscirono a trovarlo e restarono presso le rive del fiume per giorni piangendo e cercando. Le loro lacrime si tramutarono in sangue e macchiarono le rive del fiume. Da quel giorno il Bambù che cresce lungo quelle rive è macchiato di rosso (è una varietà particolare: lo Xiangfei Bamboo). Non trovando il corpo di Shun alla fine decisero di fermarsi presso il picco di Shuyuan (della catena dello Jiuling, nello Hunan) dove morirono per il dolore e furono a loro volta tramutate in due picchi (il picco Ehuang ed il picco Nüying) e da allora vengono ricordate come "le dame dello Xiang". Le loro tombe si trovano sull'isola di Junshan. Nel luogo dove si ritenne fosse morto, nei pressi del picco Shunyuan fu poi costruito un mausoleo: il "mausoleo Ling".

Shun governò per 47 anni e gli successe, indovinate chi? Il Grande Yu, il Regolatore delle Acque!


 http://it.wikipedia.org/wiki/Shaohao
http://bhoffert.faculty.noctrl.edu/HST261/00.Introduction.html