Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

martedì 9 dicembre 2014

Il grande Kublai Khan sconfitto dai … Kamikaze!




Kamikaze: questa parola l’abbiamo sentita associata agli attacchi suicidi dei piloti giapponesi contro le navi americane durante la seconda guerra mondiale: oggi si continua a parlarne riferendosi agli attentati terroristici nel Medio Oriente. Non tutti sanno il significato di questa parola e pochi ne sanno l’origine, che risale ad un antico conflitto tra mongoli e giapponesi svoltosi nel 1200.
E’ dell’anno scorso la notizia che un’équipe di archeologi napoletani ha ritrovato, nei fondali al largo della piccola isola di Takashima, parte della flotta dell’imperatore Kublai Khan, nipote del condottiero mongolo Gengis Khan. L’area si trova a sud del Giappone e più precisamente nell’isola del Kyushu, nei pressi della baia di Hakata, che per ben due volte fu scelta dai Mongoli come area idonea per l’invasione del paese nipponico, in quanto sede del “Korokan” (il palazzo Imperiale).

La spedizione Italo – nipponica, dopo due anni di incessanti ricerche, condotte dall’archeologo Daniele Petrella, direttore dell’Iriae (international research institute of archaeology and etnology) e dal prof. Hayashida Kenzo presidente e fondatore dell’Ariua (asian research institute of underwater archaeology), con la partecipazione del prof. Sebastiano Tusa della soprintendenza del mare della regione Sicilia, è riuscita ad individuare ed a riportare alla luce parte della flotta salpata dall’antica Happo (Corea) e spazzata via da un tifone il 15 agosto del 1281. Il violento impatto frantumò gli scafi delle navi che affondarono l’una dopo l’altra, ricoprendo il fondale dell’isola. Dopo più di 600 anni, i tesori custoditi sulle imbarcazioni sono tornati alla luce. Anfore, armi, elmi, ed armature ancora rinchiuse all’interno di solidi bauli hanno raccontato agli archeologi la tragedia di quel giorno. Il ritrovamento è di quelli veramente importanti che vanno a conferma delle cronache e delle leggende antiche. Un po’ come il ritrovamento della città di Troia, considerata un mito non storico fino a quando Schlieman non la riportò alla luce ed alla storia. Anche in questo caso il contributo degli italiani alla conoscenza dell’Estremo Oriente è stato rilevante… ma vediamo i fatti.

Kublai Khan (1215-1294), gran khan dei mongoli, primo imperatore della dinastia mongola Yuan della Cina. Nipote di Gengis Khan, portò a termine la conquista della Cina iniziata dal nonno. Dal 1252 al 1259 aiutò il fratello Mongke Khan a conquistare la Cina meridionale, penetrando fino in Tibet e nel Tonchino. Alla morte di Mongke (1259), Kublai gli succedette nella carica di khan. Nel 1264 fondò una nuova capitale nel luogo dell'attuale Pechino, chiamandola Khanbalik (o Cambaluc, cioè “città del Khan”, come riporta Marco Polo che visse ben 17 anni alla sua corte). La fama della potenza di Kublai Khan si diffuse in tutta l'Asia e in Europa: la sua corte, che assimilò molti caratteri della civiltà cinese, esercitò un grande fascino e attirò numerosi mercanti e viaggiatori da tutto il mondo. Nell'impero fiorirono il commercio, la letteratura e le arti; Kublai elevò il buddhismo a religione di stato, permettendo tuttavia la professione di altre fedi religiose.

Ma la smania espansionistica del khan non aveva pace: Kublai con alcune campagne militari tra il 1276 e il 1279 sconfisse la dinastia Song che regnava nella Cina meridionale e ne acquisì i territori. Dopo avere conquistato lo Yunnan e il Goryeo (Corea), sotto la pressione dei suoi consiglieri mongoli, tentò la conquista di  Birmania, Vietnam, Giava e Giappone, ma non fu altrettanto fortunato.
Il prodromo fu l'invio in Giappone di un ambasciatore ufficiale con la richiesta di sottomissione: il messaggio fu respinto e la prima invasione ebbe quindi luogo nel 1274, quando una flotta di un migliaio di navi e una forza di 45.000 uomini furono inviate verso il nord verso l'isola di Kyushu allo scopo di tentarne la conquista. Ma un violento tifone decimò la spedizione, costringendola a tornare indietro.

Nel 1279, Kublai Khan decise di mandare nuovamente un inviato per contrattare la resa giapponese. In quel momento Hojo Tokimune, reggente del settimo shogun, non solamente rifiutò la resa, ma fece decapitare i 5 emissari mongoli a Kamakura. Furioso, Kublai nel 1281 attaccò Fukuoka, con un esercito rinforzato (140.000 soldati e 4.000 navi). I combattenti giapponesi erano 40.000, troppo pochi per fronteggiarli, ma nonostante questo, le forze mongole trovarono una resistenza impenetrabile, non riuscendo a conquistare una posizione sicura. I giapponesi infatti, erano preparati per contrastare l’invasione e avevano costruito un muro alto alcuni metri sull'isola dov'era previsto che i mongoli toccassero terra, onde impedire ai loro cavalli di sbarcare con facilità. Dopo 50 giorni di lotte e scontri, il Giappone ancora resisteva ai loro invasori. Eppure la superiorità dei Mongoli non tardò a farsi sentire neanche questa volta: i samurai giapponesi, infatti, combattevano con la concezione di uno-contro-uno, mentre i Mongoli erano abituati ad utilizzare tecniche più sofisticate, i loro archi potevano lanciare lontano il doppio, e in più facevano uso dell'esplosivo, mai visto prima di allora dai giapponesi. 


Questa volta gli invasori erano destinati a risolvere il conflitto in loro favore. Di fronte a tutte queste difficoltà e la fine oramai prossima, lo shogunato Hojo aveva persuaso l'imperatore a chiedere a ogni santuario del paese di pregare  affinché un intervento divino li aiutasse ad uscire vincitori da quella situazione ormai disperata. All'improvviso, mentre i Mongoli stavano preparando un nuovo campo base a Takashima, un altro ciclone si alzò del tutto inavvertitamente e spazzò via le navi nemiche, affondandone molte e uccidendo più di 100,000 mongoli.


Secondo quanto vuole la leggenda, quel tifone si scatenò esattamente nello stesso momento in cui l'imperatore invocava in preghiera la dea del sole Amaterasu, supplicandola di salvare il suo popolo. Il tifone fu visto, quindi, come un intervento divino e perciò chiamato "kamikaze" che in giapponese significa, appunto, "vento divino". (Kami che significa "Dio" e kaze che significa "vento, tempesta".)

P.S.
Per la cronaca, anche la parola “tifone” che indica le tempeste tropicali che hanno luogo nel Pacifico settentrionale e nel mare della Cina (dette “uragani” nell’Atlantico e “cicloni” nell’Oceano Indiano) deriva dal cinese 太風, “tai feng” che diventò per assonanza “typhoon” in inglese, da cui la parola “tifone”, che significa appunto “fortissimo vento”.
La parola “kamikaze”, nella scrittura giapponese mutuata dal cinese, è 神風 sheng feng” che significa appunto, al di là della diversa pronuncia, “vento divino”.

 Fonti:


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