Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

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mercoledì 11 marzo 2015

Il monte sacro dell’ isola Putuo: spiritualità e pragmatismo.



I mercati finanziari cinesi sono più attivi che mai e continuano a sorprendere: il Quotidiano del Popolo, lo storico giornale del partito comunista, da più di un anno  è passato dalla parte dei capitalisti quotandosi in borsa. Ma il fascino della Borsa ha ammaliato perfino i monaci buddisti: anche i monasteri della montagna di Putuo hanno deciso di quotarsi in Borsa.

Il Monte Putuo  è una delle quattro montagne sacre del buddismo cinese, dove ogni anno milioni di fedeli buddhisti si recano in pellegrinaggio per onorare la grande statua della dea della misericordia Guanyin. Ad alcune ore di viaggio in barca in direzione sud da Shanghai o un oretta in direzione nord da Ningbo  si trova l'isola di Putuoshan, che copre un'area di soli 12 kmq, ed è divisa dall’isola di Zhoushan, di dimensioni molto più grandi, da uno stretto canale. Il piccolo monte che sorge sull’isola (solo 300m) dai cinesi viene chiamato anche «la fatata terra degli Immortali». Indubbiamente è uno dei luoghi più incantevoli dell’intera Cina, dove al posto di automobili e grandi magazzini ci sono solo un mare azzurro che si stende all’infinito, spiagge sabbiose, colline lussureggianti e monasteri antichi, tutti elementi che rendono il posto ideale dove fuggire dal rumore, dal traffico e dall’inquinamento delle grandi città, e fare delle belle escursioni a piedi.



 In un Paese in cui il Partito Comunista accetta tutte le fedi religiose - purché sotto il controllo del governo - e cerca di soddisfare anche il bisogno di spiritualità sempre più diffuso tra i cittadini, l’iniziativa dei monasteri di Putuo sta provocando effetti paradossali. Gli alti dirigenti addetti alle questioni di culto fanno di tutto per smentire l’immagine  di una Cina spietata e materialista: “Quest’idea danneggia l’immagine della religione e offende la sensibilità dei fedeli - dice all’agenzia Xinhua Liu Wei, rappresentante dell’Amministrazione Statale Affari Religiosi- e se guardiamo a quello che succede nel resto del mondo, nessun luogo di culto è mai stato quotato sui mercati prima d’ora”. Secondo Liu Yuanchun, ricercatore che si occupa di buddismo per l’Accademia Cinese di Scienze Sociali, l’operazione potrebbe essere addirittura contro la legge: “Le norme stabiliscono che i siti storici, culturali e religiosi di proprietà dello Stato non possono essere impiegati per il business. Un tempio buddista è un bene pubblico che appartiene allo Stato, non ai manager del complesso turistico o al governo locale”. Non è la prima volta che in Cina un luogo religioso tenta la scalata ai mercati: tre anni fa i monaci del Tempio Shaolin - già accusati di aver trasformato la presunta culla del kung fu in una specie di Disneyland delle arti marziali - furono costretti a ritirare il progetto di esordio sulla Borsa di Shanghai, ma l’idea delle autorità dello Zhejiang sta entusiasmando i gestori di altri picchi sacri, come Wutai nello Shanxi e Jiuhua nell'Anhui, abbagliati dal miraggio di un boom di guadagni.
 Sono almeno mille anni che i pellegrini di religione buddista di tutta l'Asia nord-orientale vengono a Putuoshan, e circolano molte leggende che spiegano perché l’isola è al centro del culto di Guanyin, la dea della misericordia. Guanyin è il nome cinese della  figura del bodhisattva Avalokiteśvara, il bodhisattva della compassione: la sua popolarità è legata alla larga diffusione in Cina della traduzione del Sutra del Loto. L’origine di questa figura religiosa è tutt’oggi controversa, tuttavia la maggioranza degli studiosi ritiene  che sia stata originata dalle comunità buddhiste collocate ai confini nord-occidentali dell'India. Il nome deriva da Avalokita [colui che guarda] e iśvara [signore]: «Signore che guarda». Reso inizialmente da Xuanzang  il famoso pellegrino e traduttore cinese, come Guan Zi Zai (觀自在)  ovvero come «Colui che osserva con libertà», fu poi trasformato in Guanyin. Questa è una abbreviazione di Guan Shi Yin: guān (): termine cinese che rende il sanscrito vipaśyanā nel significato meditativo di «osservare, ascoltare, comprendere»; shì (): termine cinese che rende il sanscrito loka quindi la «Terra, mondo» ma originariamente riportava anche il significato di sasāra, il ciclo sofferente delle nascite, yīn (): termine cinese che rende numerosi termini sanscriti (come ghoa, ruta, śabda, svara, udāhāra) che significano suono, voce, melodia, rumore» e termini simili. Accanto a shì (), il doloroso sasāra, yīn () acquisisce il significato di "suono del doloroso sasāra" quindi di lamento, espressione della sofferenza. Quindi Guān Shì Yīn (觀世音) è «Colei che ascolta i lamenti del mondo», il bodhisattva della misericordia.
 Narra una leggenda che Guanyin era la figlia di un uomo ricco e crudele che ambiva per lei a un matrimonio di interesse, volto ad aumentare il prestigio sociale della famiglia. Ma Guanyin aveva altro in mente: desiderosa di raggiungere l’illuminazione spirituale, disobbedì al padre e fuggì, trovando rifugio in un tempio proprio nell’isola di Putuoshan, dove fin dall'inizio si fece apprezzare per il suo atteggiamento gentile e caritatevole. Tuttavia, tale fu l’ira di suo padre che, a causa del suo gesto, la fece uccidere. In virtù dei meriti acquisiti con le tante buone azioni compiute nella sua pur breve vita, a Guan Yin si erano schiuse le porte del Paradiso: ma mentre si accingeva a varcare i cancelli del Cielo, Guanyin udì un grido elevarsi dal di sotto. Era il grido di una persona che soffriva sulla terra, il grido dì qualcuno bisognoso del suo aiuto. In quel preciso istante, essa giurò di non abbandonare il mondo degli uomini fintanto che tutti, nessuno escluso, fossero stati liberati dal tormento e dal dolore. In seguito a questa promessa, Guanyin fu trasformata in una Dea. Oggi la dea è oggetto di grande culto, in quanto le viene attribuita la facoltà di guarire coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, proteggendo altresì madri e figli ridotti alla disperazione, e addirittura i marinai sorpresi dalla burrasca. 
 Secondo un'altra storia, infatti, il monaco giapponese Hui'e, stava tornando a casa sulla sua barca ma fu colto da una violenta mareggiata: devoto di Guanyin, chiese aiuto alla dea che gli fece trovare un riparo proprio a Putuoshan. Il monaco rimase a tal punto incantato dalla bellezza dell’isola che vi si stabilì e costruì un santuario dedicato a lei.
Numerose sono le famiglie cinesi che tengono una statuetta di Guanyin in un angolo tranquillo della casa; non di rado queste statuette raffigurano la Dea avvolta in un manto bianco, seduta su di un trono composto da un fiore di loto, mentre stringe fra le braccia un bambino piccolo. Fiori, frutta o incenso vengono deposti in segno di offerta al cospetto di questi templi domestici.
  Certo è che nel corso degli anni  sull isola sono stati edificati più di un centinaio di monasteri e santuari, con magnifiche sale e giardini. Ci fu un periodo in cui sull’isola si trovavano addirittura 4000 monaci, e nel 1949 la comunità buddista contava ancora 2000 persone. A quell’epoca le strutture secolari erano vietate sull’isola, popolata solo da religiosi. Nonostante le grandi distruzioni nel corso del tempo, molti dei tesori di Putuoshan sono sopravvissuti, e alcuni di essi sono conservati nel Museo provinciale dello Zhejiang di Hangzhou. In ogni caso, le opere di restauro continuano a buon ritmo. Attualmente sull’isola ci sono tre monasteri principali: Puji, il più antico e centrale; Fayu, sulle pendici meridionali; e Huiji, sulla cima. Ci sono anche diversi templi e monumenti minori. Molte persone vengono qui con l’intento specifico di chiedere dei favori alla dea, spesso inerenti alla nascita di figli e nipoti. All’arrivo sull’isola è d’obbligo pagare una tassa che varia da estate a inverno, 160/140¥. [e qui si comincia già a capire il distacco dai beni materiali del mondo buddhista cinese…]. Sulla punta meridionale dell’isola si trova il luogo di maggior interesse, il Guanyintiao (Salto di Guanyin), un promontorio dal quale si innalza una spettacolare statua placcata in bronzo alta 33 metri della dea della misericordia, visibile praticamente da ogni punto dell’isola.



Nella mano sinistra Guanyin tiene un timone, che protegge simbolicamente i pescatori (e i monaci girovaghi come Hui'e) dalla violente tempeste. I pescatori e gli abitanti dei villaggi sul mare considerano Guanyin una salvatrice, che da sempre li difende dalla furia del mare. In un padiglione alla base della statua è esposta una piccola mostra di dipinti su legno che raccontano di come Guanyin abbia aiutato gli abitanti e i pescatori di Putuoshan nel corso degli anni, mentre in una piccola stanza che si trova direttamente sotto la statua sono custodite 400 statue minori che rappresentano le varie incarnazioni spirituali della dea. Dalla base della statua si ha una vista sublime sulle isole circostanti e sulle barche da pesca, soprattutto nelle giornate serene. 
 La costa dell’isola è in gran parte rocciosa, tuttavia esistono grandi spiagge di sabbia fine e chiara  che, inaspettatamente, dispongono di attrezzature per il noleggio – come tende e ombrelloni. Le due maggiori spiagge si trovano nella parte est del Monte Putuo: La spiaggia dei cento passi e La spiaggia dei mille passi (ingresso attorno ai 15¥). 



 I tre principali templi dell’isola sono in condizioni estremamente buone e sono stati da poco restaurati; la calda tonalità giallo ocra delle loro mura si staglia sul verde scuro degli alberi dei parchi che li circondano. Questa descrizione si adatta in particolare al Puji Si, (ingresso 5¥), che si trova proprio nella piazza principale del piccolo borgo dell’isola; fu costruito nel 1080 e venne ampliato in seguito. Sorge fra magnifici alberi di canfora e vanta un ponte ai lati del quale sono poste delle statue, e una pagoda alta ed elegante dotata di un'enorme campana di ferro. Qui dalle 4.30 fino alle 7 del mattino, si svolge il rituale, aperto al pubblico, praticato dai monaci buddisti. La parte che  colpisce di più di questo tempio è un’immensa lastra di marmo raffigurante una schiera di divinità, sita nella parte più alta del monastero.



 A sud di qui, immediatamente a est dei laghetti della piazza, si trova la pagoda Duobao, costruita nel 1334; è alta cinque piani e ha iscrizioni buddiste sui quattro lati. Le pietre che sono state utilizzate per costruirla provengono dal Tai Hu, nella provincia del Jiangsu.





In direzione sud lungo l’angolo sud-orientale dell’isola si trova la grotta Chaoyin Dong, notevole per il suono delle onde che si infrangono, che sarebbe simile a quello della voce del Buddha (per questo motivo in passato tanti monaci si sono suicidati buttandosi da qui). Il vicino Zizhu Si (Tempio del Bambù Purpureo) è uno dei templi meno turistici dell’isola, e perciò uno dei posti migliori dove osservare i rituali quotidiani dei monaci.  



Da qui è possibile vedere La cima del Buddha, (Fodingshan) dove si trova il tempio Huiji. da dove si ha una splendida vista sul mare e sulle isole vicine. Questo tempio non è antico come il Puji (fu costruito in gran parte fra il 1793 e il 1851) e sorge in una bellissima zona a nord-ovest della cima, circondata da verdi piantagioni di tè. Le sale del tempio sono situate in una zona pianeggiante fra vecchi alberi e boschetti di bambù, e le diverse tonalità di verde, rosso, azzurro e oro delle piastrelle smaltate brillano alla luce del sole.




 Un sentiero conduce alla vetta del monte, ma per chi non se la sente è possibile salire, e scendere, in funivia (A/R 50¥). Scendendo a piedi ci si imbatte in devoti intenti nella loro scalata verso il Buddha. Ogni tre passi si fermano, inginocchiano, pregano e ripartono. Spostarsi da una parte all’altra dell’isola è molto semplice, dei minibus sono a disposizione dei turisti, e i prezzi variano tra 5/8¥ per tratta. 

Alla fine della visita, il portafoglio pesa decisamente meno, ma l’animo si è arricchito molto di più!


Sitografia







http://www.putuoshan.net/English/Seeings/huiji%20temple.php

sabato 21 febbraio 2015

Fra Cassiano da Macerata e il labirinto di Scimangada




Nel XVII secolo il Vaticano prese la decisione di avviare un’attività missionaria in Nepal ed in Tibet e per un periodo di circa 70 anni mandò un grande numero di missionari in queste remote regioni dell’Himalaya. Un decreto della Congregazione de Propaganda Fide, emanato nel 1703 e riconfermato, malgrado l'opposizione dei gesuiti, nel 1732, aveva affidato la missione ai cappuccini della provincia picena dell'Ordine.

Della cosiddetta “Disputa sui Riti” , la controversia tra gesuiti e cappuccini sulla gestione delle missioni in Oriente, ne parlo in: Ippolito Desideri: il primo italiano sul “Tetto del Mondo”.( in realtà il primo italiano a entrare nel Tibet era stato Odorico da Pordenone nel 1330!). I Gesuiti avevano fatto vari tentativi infruttuosi nel secolo precedente, a partire da quello del portoghese Antonio de Andrade, di stabilire una sede in Tibet. De Andrade aveva inviato dei gesuiti aldilà dell'Himalaya, credendo di avere avuto notizie di una comunità cristiana in quelle zone, forse la mitica Shangri-La  o i seguaci del leggendario Prete Gianni (vedi anche: Baudolino, Marco Polo e il mitico Prete Gianni). La missione  di De Andrade ebbe la base a Tsaparang, nel Guge, ma alla fine non fu riscontrato alcun segno significativo di una precedente evangelizzazione. In compenso la missione cristiana chiese e ottenne il permesso di predicare nel regno di Guge. Tale missione fu abbandonata allorché il Guge fu invaso dalla popolazione del Ladakh. (vedi anche: I missionari gesuiti primi esploratori del Tbet)

Fin dal 1707 un piccolo numero di cappuccini aveva soggiornato a Lhasa, esercitando la professione medica e occupandosi della piccola comunità di mercanti armeni, russi e cinesi cristiani, senza svolgere, per mancanza di uomini e di mezzi, alcuna attività di proselitismo. Nel 1735 uno dei cappuccini di Lhasa, il padre Orazio della Penna, tornò in Italia, per chiedere alla Congregazione un numero sufficiente di missionari e un'adeguata copertura finanziaria, ottenendo gli uni e l'altra; ripartì quindi nel 1738 con un primo gruppo di missionari (otto cappuccini e un frate laico), il più giovane dei quali era Cassiano.

Cassiano da Macerata (al secolo Giovanni Beligatti) era nato a Macerata nel 1708, ed era entrato nel 1725 nell'Ordine dei Cappuccini, presso il convento della sua città. Questi, partito a piedi da Macerata il 17 agosto 1738 con due confratelli, aveva raggiunto Orazio della Penna e gli altri membri della missione a Parigi il 22 novembre 1738. Colà vennero acquistati un torchio a stampa (la stamperia di Propaganda aveva fornito ai missionari un buon numero di caratteri tibetani), doni per il re del Tibet e una serie di medicinali e strumenti chirurgici, al cui uso venne particolarmente istruito Cassiano. L'11 marzo 1739 i missionari salparono da Lorient, diretti alla colonia francese di Chandernagore nel Bengala. Scrive Cassiano:

«… I missionari… si posero in cammino alla spicciolata per raccogliersi poi tutti al porto di Lorient, che doveva essere il luogo d’imbarco… il viaggio attraverso la Francia. Compiuto sempre a piedi, fu assai molesto e malagevole; i frati patirono spesso la fame, e dovettero perlopiù adattarsi a dormire nelle stalle, perché ben di rado i conventi li ospitavano, ma con mille pretesti li mandavano altrove, ed essi erano sempre scherniti, insultati e fatti segno a mille scherzi grossolani…»

 Cassiano giunse nel Bengala il 26 settembre 1739, dopo un viaggio privo di incidenti. Di là i missionari risalirono il Gange fino a Patna (26 dicembre 1739), sede delle ultime fattorie commerciali europee sulla via del Nepal e di un ospizio cappuccino; proseguirono quindi per il Nepal, dove giunsero nel febbraio del 1740. Dopo una lunga sosta (6 febbraio-25 maggio 1740) presso l'ospizio dei cappuccini di Bahagdaon (oggi Bhaktapur), i missionari si trasferirono a Katmandu, dove attesero per alcuni mesi allo studio delle lingue indostana e tibetana (8 giugno-4 ottobre 1740).



«… Traversato il fiume Bagmati entrarono in Nepal, e valicata un’alta montagna trovarono il fiume Kakokù, che dovettero passare a guado 9 volte, e viaggiando in mezzo a foreste di pini e d’ippocastani, dopo essere passati per il castello di Kuà giunsero il 6 febbario a Bahagdaon, capitale del regno del medesimo nome, dove da qualche tempo i cappuccini avevano un ospizio. Furono bene accolti dal re e trattati con somma famigliarità, e il Beligatti s’intrattiene a parlare delle prove ricevute della benevolenza regale…»

 Con un seguito di 32 portatori attraversarono quindi l'Himálaya, pernottando nelle locande appositamente collocate lungo l'arduo ma assai frequentato percorso, e giunsero a Lhasa il 6 gennaio 1741.

L'accoglienza del sovrano (in realtà governatore, essendo il paese sottoposto all'autorità cinese) fu benevola, e i rapporti con il clero locale, inizialmente, ottimi. Cassiano poté così visitare i conventi, esercitare la medicina, e svolgere con i suoi compagni opera di evangelizzazione. Ma il potenziamento dell'attività dei missionari, malgrado gli scarsi successi dei loro sforzi (diciannove conversioni in tutto), destò le preoccupazioni dell'autorità di uno Stato nel quale la vita civile si identificava con quella religiosa. I convertiti, che avevano rifiutato di partecipare alle pubbliche preghiere buddiste, vennero condannati alla fustigazione, e la libertà di culto e proselitismo concessa nel 1741 venne abolita nel 1742.

«… Provvisti dell’occorrente i missionari partirono, e dopo un lungo e dificile viaggio arrivarono a Lhasa nel gennaio del 1741. Fu lor fatta buona accoglienza, specialmente dal re, e, dopo aver appresa la lingua del paese, si dettero a predicare, ma con frutti piuttosto scarsi. Ben presto poi i religiosi tibetani cominciarono a veder di malocchio il favore che i missionari godevano presso il re. Nacque fermento che andò man mano crescendo finché un bel giorno parecchie centinaia, di preti buddhisti, raccoltisi dai vari conventi di Lhasa e dei dintorni, invasero il palazzo reale, e rimproverarono al re il suo contegno. Questi, atterrito, temendo di fare la fine dei suoi tre predecessori, uccisi appunto per odio dei lama, dichiarò ipso facto i padri decaduti dalla sua grazia; impose loro di non predicare nel Tibet se non ai mercanti venuti di fuori…»

Nel tentativo di alleggerire la situazione il padre Orazio della Penna, prefetto della missione, rimandò nel Nepal tre dei suoi frati, fra i quali Cassiano (31 agosto 1742); tre anni dopo, tuttavia, anche gli altri cappuccini dovettero lasciare definitivamente il paese, ponendo fine per un secolo al tentativo di evangelizzare il Tibet. Cassiano continuò l'attività missionaria nel Nepal e nel Bengala fino al 1756, quando una malattia lo costrinse a tornare in patria. Si stabilì a Macerata, pur soggiornando lungamente a Roma dove il prefetto di Propaganda Fide, cardinale Spinelli, gli affidò l'istruzione dei giovani destinati alle missioni dell'India e dove fu il principale collaboratore del padre A. Giorgi nella stesura dell'Alphabetum Tibetanum Missionum Apostolicarum commodo editum..., pubblicato a Roma nel 1762. Morì nel convento di Macerata nel 1791. Diverse altre sue opere, in parte ancora inedite, si conservano nella Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata.



Il considerevole numero di rapporti e di lettere trasmessi dai missionari fornisce una preziosa fonte di informazione sullo stato di quei paesi durante il XVIII secolo. In particolare, abbiamo notizie della seconda missione nel Tibet del padre Orazio della Penna e dei particolari di quel viaggio dal diario di Cassiano. (Giornale di fra' Cassiano da Macerata dalla sua partenza da Macerata seguita gli 17 agosto 1738 fino al suo ritorno nel 1756, diviso in due libri), conservato manoscritto presso la Biblioteca Comunale di Macerata (5-3-C.18) e pubblicato parzialmente da A. Magnaghi (1902)e interamente da L. Petech (1953). Perduta ne è purtroppo la seconda parte, nella quale erano riferiti i motivi per i quali i cappuccini avevano dovuto lasciare il Tibet, e che conteneva ampie descrizioni degli usi, costumi e religione del Tibet e del Nepal. Di estremo interesse geografico e soprattutto etnografico è tuttavia anche la prima parte, un manoscritto di circa 200 pagine con disegni fatti a penna, acquerelli e mappe di edifici, sia per l'accurata e precisa descrizione dell'itinerario sia per i bei quadri degli usi tibetani, particolarmente delle feste religiose.

Nel resoconto del suo viaggio dall’India verso il Tibet, viaggio  pieno di pericoli, poiché la giungla era abitata da tigri, elefanti e rinoceronti, Cassiano il 29 di febbraio scrive:

«…abbiamo anche visto in parecchi posti antiche rovine, alcune di esse sembravano resti di edifici importanti. Non potevamo capire come, in foreste così grandi e antiche, a giudicare dalla età degli alberi, potessero essere stati costruiti edifici di qualche importanza. Negli anni successivi, durante il mio soggiorno in Nepal, ho cercato di informarmi su queste rovine, di cui avevo chiesto a Bavanidat durante il viaggio, ma non avevo capito le sue risposte, dato che avevo difficoltà a comunicare con lui. Molti nepalesi di Batgao, mi hanno assicurato che quelle rovine erano i resti dell’antica e famosa città di Scimangada, [Simraongarh] che aveva dato origine ai loro regnanti: la città era circondata da un complesso sistema di difese murarie molto alte, strutturate come un labirinto: per entrare in quella città bisognava girarle attorno avanti e indietro, seguendo i meandri di tale labirinto, e superare il controllo di quattro fortezze, posizionate in punti strategici del percorso a distanza di due miglia l’una dall’altra: il percorso per entrare in città era così lungo e complesso che ci voleva un mese per arrivare al centro abitato. All’interno di tale fortificazione c’erano campi coltivati e corsi d’acqua che potevano produrre cibo per la numerosa popolazione che era governata da un grande Re il quale estendeva il suo dominio su un vasto territorio, gestito dal suo Primo Ministro. Un giorno, uno di questi ministri, che era caduto in disgrazia presso il Re, giurò di vendicarsi  e tramò per tradire il suo paese e consegnarlo nelle mani dei musulmani. D’accordo con i nemici, fece radunare le loro truppe all’entrata del labirinto; quindi, conoscendo la struttura del labirinto,  fece aprire un varco nel muro  di difesa ne punto dove in muri si incrociano, dove nessuno si aspettava degli attacchi: fu così che i musulmani poterono penetrare direttamente in città e massacrare gli abitanti. In pochi riuscirono a fuggire, uscendo proprio dal varco aperto dai nemici: uno di questi scampati era un figlio del Re, che fuggì in Nepal, dove cercò di restaurare il regime del padre. Questo è quanto mi è stato più volte raccontato sulla città di Scimangada, la cui mappa viene conservata, scolpita su pietra, nel palazzo reale di Batgao e che io ho ricopiato qui… »



Il testo è accompagnato da una illustrazione, intitolata “Pianta della città di Scimangada e delle sue mura”: “A” rappresenta l’ingresso al labirinto, “B” la prima fortezza, “C” la seconda fortezza, “D” la terza ed “E” la quarta”. “F” rappresenta la città di Scimangada. “g-g” è il punto dove venne aperto il varco.

La presenza di labirinti in Asia è rara in confronto con l’Europa, e si trova menzionata principalmente nelle regioni occidentali e meridionali dell’India e dello Sri Lanka. Quella di Cassiano è l’unica menzione dell’esistenza di un labirinto in Nepal.

Il labirinto di Scimangada è progettato secondo il modello classico, con la croce centrale ed otto file di mura. Consiste in un singolo cammino, che si sviluppa circolarmente  avanti ed indietro, per formare sette circuiti circondati da otto muri, che avvolgono la meta centrale secondo il seguente schema di costruzione:


Questo modello è detto impropriamente “cretese”, con riferimento al leggendario labirinto di Cnosso, sull’isola di Creta: tale labirinto, secondo la mitologia greca fu fatto costruire dal Re Minosse per rinchiudervi il mostruoso Minotauro, nato dall'unione della moglie del re, Pasifae, con un toro. In realtà è probabile che Dedalo abbia costruito il palazzo reale di Cnosso: la complessità del palazzo, un intrico di strade, stanze e gallerie, ha dato origine al mito del labirinto.
Quando Androgeo, figlio di Minosse, morì ucciso da alcuni ateniesi infuriati perché aveva vinto troppo ai loro giochi disonorandoli, Minosse decise, per vendicarsi, che la città di Atene, sottomessa allora a Creta, dovesse inviare ogni nove anni (o ogni anno) sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana. Questo avvenne finché Teseo, eroe figlio del re ateniese Egeo, si offrì come giovane da offrire in pasto al Minotauro per ucciderlo. Quando Teseo arrivò a Creta, Arianna, la figlia di Minosse e Pasifae, si innamorò di lui e lo volle aiutare nella sua impresa. E proprio a Dedalo, si rivolse Arianna, per sapere come aiutare Teseo a uccidere il Minotauro e uscire dal Labirinto, e come sappiamo il consiglio del filo riuscì a far trionfare Teseo nell'impresa.


 Quando Minosse venne a sapere che ad aiutare sua figlia e Teseo era stato Dedalo, non potendo prendersela con la figlia fuggita insieme all'eroe, pensò di punire Dedalo, rinchiudendolo insieme al figlio, Icaro, nel Labirinto, che egli stesso aveva progettato. L'unico modo per uscire dal Labirinto era evadere volando; ingegnoso come era, Dedalo costruì due paia di ali, uno per sé e l'altro per il figlio. Si raccomandò con Icaro di restargli sempre dietro durante il volo, di non strafare e soprattutto di stare attento a non avvicinarsi troppo ai raggi del Sole perché, le ali, attaccate alle spalle con della cera, potevano staccarsi in quanto il calore avrebbe sciolto la cera. Come non detto, Icaro durante il volo, provando piacere si allontanò dal padre e raggiunse i raggi del Sole che sciolsero la cera e lo fecero precipitare nel mare, dove morì. Dedalo triste e desolato, atterrò in Campania a Cuma, dove costruì un tempio al dio Apollo, consegnando le ali che aveva inventato per evadere dal Labirinto di Creta.



sitografia: