Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

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venerdì 20 marzo 2015

Teodorico Pedrini, missione e musica alla corte di Kang Xi





Inviato a Pechino dal Papa in qualità di ambasciatore, Teodorico Pedrini, meno noto di Marco Polo e Matteo Ricci, è però stato ugualmente una figura fondamentale nell’integrazione culturale tra Cina e Italia.

Teodorico Pedrini, figlio del principale notaio di Fermo nelle Marche,  nato nel 1671, prese la tonsura nel 1687 e gli Ordini minori nel 1690. Frequentò l'Università di Fermo, laureandosi in Diritto Civile e Canonico il 26 giugno 1692. Nel dicembre 1897 ricevette il suddiaconato e nel marzo 1698 fu ordinato dapprima diacono e poco dopo  presbitero nella Basilica di San Giovanni in Laterano in Roma. A Roma il giovane Teodorico, insieme alla sua vocazione, incrementa anche la sua passione per la musica, che aveva coltivato quando studiava dai Padri Filippini a Fermo, sicuramente incontrando e forse seguendo le lezioni di Arcangelo Corelli, molto legato agli ambienti marchigiani della capitale.

Tournon
Parallelamente alla musica, la vita di Pedrini è scandita dai passaggi della sua vita di sacerdote e missionario. Il 24 febbraio 1698 entra nella Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli, fondata a Parigi nel 1625, chiamata anche dei Lazzaristi, due anni dopo prende i voti e poco dopo la Congregazione lo indica tra i possibili missionari per la Cina. Probabilmente in questa indicazione non fu estraneo il fatto che il Card. Carlo Maillard de Tournon, Legato Papale in Cina nel 1702, era procuratore a Roma del Vescovo di Fermo Cardinale Baldassarre Cenci.

Ed infatti, dietro mandato di Papa Clemente XI, marchigiano anche lui, nel Gennaio 1702 parte per la Cina, ma passando dall’altro lato del mondo, non secondo la rotta tradizionale intorno al Capo di Buona Speranza e poi Madagascar, India, la penisola di Malacca e Macao, ma andando in Francia e partendo da lì per l’America del Sud e quindi le Filippine. Si può pensare che prese la rotta “francese” piuttosto che quella “portoghese”, già marcando così metaforicamente il percorso di avvicinamento all’universo cinese da lui scelto, o a lui destinato. Ma in realtà non si tratta tanto di una metafora se si pensa che il transito "portoghese" comportava una preventiva accettazione delle direttive e dell'autorità del Re di Portogallo, il cosiddetto Padroado, che Pedrini, come si vedrà, non aveva alcuna intenzione di seguire.




Il suo viaggio, iniziato da Roma il 12 gennaio 1702, fu lunghissimo e avventuroso: attraverso la via francigena, fino a Siena e Livorno, quindi per nave a Tolone, e poi a Parigi. Benché selezionato per far parte della prima legazione papale del Patriarca Tournon, non riuscì ad incontrarlo e, dopo un anno e mezzo di permanenza a Parigi, il 26 dicembre 1703 partì con altri missionari da Saint-Malo su una nave francese diretta nell'America del sud. Il suo viaggio toccò la Terra del Fuoco, dove i passeggeri del “Saint Charles”, così si chiamava il galeone su cui viaggiava, passarono dei momenti piuttosto brutti tra le tempeste; e quindi il Cile e poi il Perù, dove arrivò solo alla fine del 1704 e rimase per più di un anno, ospite prima del Viceré Conte di Monclova e poi dei Filippini. Nel 1705 si recò in nave in Guatemala poi via terra fino in Messico; ma era troppo tardi per prendere il “Galeon de Manila” che viaggiava annualmente da Acapulco verso le Filippine; e dal momento che quello del 1706, come riferiscono le cronache, non partì affatto, dovette fermarsi ancora molto tempo, fino al marzo 1707, per effettuare il viaggio che lo portò a Manila, dove giunse solo il 9 agosto.

Nel frattempo il Legato Tournon, alla cui missione era destinato anche Pedrini, era arrivato in Cina già nel 1705 e lo stava cercando in giro per il mondo, rimproverandogli il suo ritardo. Ma non è che Teodorico non ci provasse. Nell’ottobre 1707 tenta di andare anche lui a Macao ma il mare lo rimanda indietro nelle Filippine; effettua un secondo vano tentativo nel 1708, e solo nel novembre 1709 riesce ad imbarcarsi per Macao, e sarà la volta buona.

Teodorico arriva a Macao il 5 gennaio del 1710. Finalmente è in terra di Cina, anche se molto portoghese, ma ben otto anni dopo essere partito! In Cina nel frattempo era successo tutto senza di lui, la missione di Tournon era fallita, c'erano stati decreti contrastanti tra l'Imperatore ed il Legato, che era ora ristretto in cattività e sarebbe morto di lì a pochi mesi, ed il suo collega lazzarista Ludovico Antonio Appiani era stato rinchiuso in una galera da cui sarebbe uscito solo nel 1726.

Teodorico, in una sua lettera del 1712, dissimula un comprensibile sospiro di sollievo dietro il ringraziamento alla Divina Provvidenza che, facendolo arrivare in clamoroso ritardo, gli aveva risparmiato queste brutte esperienze e lo aveva tenuto in vita, affinché proprio lui raccogliesse quel testimone e continuasse la missione di Cina. Con la morte di Tournon, cui anch'egli assistette nel giugno 1710, quando aveva 39 anni, più o meno esattamente nel mezzo della sua vita, inizia per Teodorico Pedrini quella che si può chiamare senza dubbio la sua seconda esistenza.
Kang Xi

Su designazione dello stesso Tournon, l’Imperatore Kang Xi lo chiamò a Pechino, non senza fargli prima studiare un po’ di cinese a Canton. A Pechino arrivò il 6 febbraio 1711, e lì si stabilì, concretizzando un doppio primato: fu il primo missionario lazzarista, ed il primo sacerdote non gesuita, a stabilirsi nella capitale cinese.

Quando si dice il caso: da quando Padre Matteo Ricci, partendo anche lui dalle Marche, giunse a Pechino nel 1601, nessun altro missionario non gesuita era riuscito ad avvicinarsi all’Imperatore. La vita di questi due preti, nati a una quarantina di chilometri di distanza l’uno dall’altro, doveva trovare un destino analogo, e in un certo senso - si vedrà - contrapposto, nello stesso luogo, alla stessa corte, ma ad un secolo e a migliaia di chilometri di distanza, o meglio, a “più di diecimila lì”, come diceva l’Imperatore.



Quando entrò nella grande sala del trono di Kang Xi. L’Imperatore stava seduto su una grande pedana coperta da un tappeto, vicino aveva un tavolino con tutto il necessario per scrivere, e “alla destra e alla sinistra vi stavano quattro gesuiti: cioé li padri Suarez, Stumpf, Parrenin, Giartù, con i piedi giunti e colle braccia pendenti, secondo richiede la modestia e rispetto della Cina” (scrive Matteo Ripa – un confratello - nel suo diario). Già da questo primo approccio con la corte, Teodorico deve aver messo a fuoco il rapporto dei missionari lì presenti con l’Imperatore e forse già immaginato i problemi a cui sarebbe andato incontro di lì a pochi anni.

E’ bene chiarire subito un aspetto: Teodorico Pedrini aveva un carattere un po’ ostico e spinoso. Era un tipo sincero ma intransigente, passionale ma severo; non è vero che fosse poco diplomatico, come da più parti si è sostenuto, sapeva quando era il momento di cedere. Aveva un notevole sense of humor e una grande cultura. Le sue lettere sono piene di citazioni dai classici, ma anche di sarcasmo e di battute di spirito e portate in giro. Se anche le persone a lui più vicine non poterono esimersi dal criticare alcuni suoi comportamenti forse impulsivi o draconiani, possiamo immaginare le critiche di chi invece era a lui avverso.

Ma per sua fortuna Pedrini godette subito della stima e dell’interesse di Kang Xi che, da principe aperto e colto quale era, volle vicino a sé il valente musicista finalmente giunto a Pechino più di due anni dopo la morte di Tomas Pereira, altro missionario musicista morto nel 1708, e gli affidò l’insegnamento di tre dei suoi numerosi figli e il compito di continuare l’opera lasciata incompiuta dal Pereira, e cioè il primo trattato di teoria musicale occidentale pubblicato in Cina: il LǜlǚZhèngyì-Xùbiān (律呂正義續編 - 1714), in seguito confluito nella monumentale opera enciclopedica, denominata Siku Quanshu, pubblicata integralmente nel 1781


Diventando precettore dei figli dell'imperatore, Pedrini acquisì grandi favori a corte ed il diritto di fregiarsi del titolo di docente presso la corte imperiale. Pedrini si occupò anche della costruzione e del restauro di strumenti musicali dell'Imperatore.
Scrive il confratello Matteo Ripa nel suo diario:“…andava il sig. Pedrini colla sua abilità nella musica […] sempre più crescendo nell’affetto di quel gran monarca, tanto che se avesse avuto meno fuoco e più prudenza […] avrebbe ottenuto da quel potentato tutto quello ch’avesse voluto…”.

Teodorico fu il primo missionario occidentale a parlare all'imperatore cinese del contenuto dei decreti papali in materia di riti cinesi; le sue relazioni riferiscono a Roma la reazione di pacifica tolleranza da parte di Kang Xi verso le decisioni papali; questo gli procurò l'ostilità dei missionari gesuiti, che erano contrari a tali decreti.

Le vicende dottrinali che investirono la missione in Cina tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento, ebbero infatti in Pedrini uno dei principali protagonisti. La cosiddetta “Controversia dei riti cinesi” riguardò il modo di intendere la pratica religiosa cristiana, specialmente in rapporto alle pratiche cinesi di derivazione confuciana, che i gesuiti, sulla scia dell'insegnamento di Matteo Ricci, erano disposti a tollerare per i cristiani convertiti.  [si trattava dei rituali di culto degli antenati (attraverso le  cosiddette "tavolette dei defunti"), in uso in Cina da secoli, dei riti legati ai cicli stagionali (riti equinoziali), e del nome con cui definire il Dio dei cristiani (“Tiān Zhu”, Signore del Cielo, “Shang Di”, Signore supremo, o “Tiān”, Cielo)]. Pedrini fu tra quei pochissimi missionari che in quel contesto rimasero sostenitori delle posizioni della Santa Sede, la quale ripetutamente aveva proibito  la commistione delle liturgie cristiane con le pratiche confuciane.


A partire dalla metà del ‘600 gli ordini predicatori prima ed i missionari di Propaganda poi, tra cui i Lazzaristi, sostennero una maggiore osservanza, pretendendo che si adottasse il solo nome “Tiān-zhu” per il Dio cristiano e non ammettendo i rituali di omaggio ai defunti nelle modalità tipiche della civiltà cinese, né la partecipazione ai riti stagionali di derivazione confuciana.
La Santa Sede fu investita diverse volte del problema e prese diverse decisioni nel corso del tempo: ad un primo decreto contrario del 1645, seguì un decreto tollerante del 1656. Nel 1693 il Vicario Apostolico del Fujian Charles Maigrot emanò una direttiva molto precisa e nettamente proibitiva di queste pratiche; fino a che Papa Clemente XI, con tre successivi atti (le Costituzioni Apostoliche del 1704 e del 1710, e la bolla Ex Illa Die del 1715) dichiarò la inammissibilità dei cosiddetti “Riti Cinesi” e impose a tutti i missionari di proibirli. La parola fine sulla discussione fu quindi posta da Benedetto XIV nel 1742 con la Bolla Ex Quo Singulari.

Questa divergenza di vedute fu il filo conduttore di tutta l'esperienza missionaria di Pedrini, che lo portò, tra alterne vicende, al drammatico episodio del 1721, quando, al termine della seconda legazione papale guidata da monsignor Carlo Ambrogio Mezzabarba, si rifiutò di firmare la relazione sugli eventi chiamata Diarium Mandarinorum, e fu per questo punito dall'imperatore e successivamente rinchiuso fino al 1723, nella casa dei gesuiti francesi di Pechino.
Yong Zheng
Il drammatico periodo terminò con la morte dell’Imperatore Kang Xi nel dicembre 1722, e con l’ascesa al trono di Yong Zheng, che era stato suo allievo e che, agli inizi del 1723, lo fece subito liberare.
Una delle sfaccettature del suo carattere vulcanico era una notevole dose di ironia e sarcasmo; come quello rivolto al fratello Priore di S.Michele Arcangelo: “S’ella vuol venire a starci [in Cina], e lasciar il boccone da Prete del suo Priorato, potrà qui ergersi a Priore, e Posteriore come vuole, stando solo; s’abbi cura però delle bastonate Cinesi, e delle Prigioni de’ Giesuiti; Io hò provato l’une, e le altre…” (Lettera al fratello Eraclito, 31 ottobre 1724, C.M. Roma).

Ma il periodo di “clausura” di Teodorico non fu infecondo: è proprio durante la detenzione che  Pedrini scrisse le uniche composizioni di musica occidentale conosciute in Cina nel XVIII secolo, le “Dodici Sonate a Violino Solo col Basso del Nepridi – Opera Terza”, il cui manoscritto originale è tutt'oggi conservato nella Biblioteca nazionale della Cina. Le musiche di Pedrini sono state incise nel 1996 dal gruppo francese XVIII-21 Musique des Lumières (ora XVII-21 Le Baroque Nomade), diretto da Jean-Chrisophe Frisch, con il titolo Concert Baroque à la Cité Interdite (CD ed. Audivis Astrée E 8609).


La redazione del trattato di teoria musicale, unitamente alle composizioni musicali rimaste in Cina, pone storicamente Teodorico Pedrini tra i principali artefici dell'introduzione della musica occidentale in Cina.

La prima preoccupazione di Teodorico, non appena riacquistata la libertà, fu quella di comprare una casa e di farne una residenza per i missionari di Propaganda Fide ed una chiesa. Giudicò insufficiente quella scelta da Matteo Ripa e per circa 1.900 taels ne acquistò una più grande, con sessanta stanze, lunga 270 piedi (circa 80 metri), nel quartiere di Xitang, lungo una grande strada di accesso ad ovest della Città Proibita, ed in questo luogo aprì la “sua” chiesa, dedicata alla Nostra Signora dei Sette Dolori. Era questo un altro piccolo ma importante primato stabilito da Pedrini, essendo la prima chiesa non gesuitica aperta a Pechino, sin dai tempi di Matteo Ricci, chiamata la “Chiesa dell’Ovest” (le altre essendo denominate Nantang “Chiesa del Sud”, Dongtang “la Chiesa dell’Est” e Beitang “la Chiesa del Nord”). Più tardi ebbe modo di riferire in una sua lettera, con un certo, peraltro comprensibile, compiacimento che tra i cristiani cinesi si diceva “andare alla chiesa di Pedrini” con il significato di ‘rispettare le Costituzioni della Santa Sede’ (lettera a Matteo Ripa del 4 settembre 1744).

Qian Long
Purtroppo, all’età di 59 anni, i suoi problemi non erano ancora finiti. Questa volta però non vennero dagli uomini, ma dalla natura. Il 30 settembre 1730 ci fu a Pechino un tremendo terremoto che fece più di centomila vittime, e danneggiò seriamente la chiesa-residenza così faticosamente costruita da Pedrini. La caparbietà del prete fermano trovò il modo di ricostruire la chiesa, ed il fatto che fosse concepita come una chiesa all’interno di una residenza missionaria, fornì all’imperatore Qian Long, il successore di Yong Zheng nel 1735, la scusa per non requisirla e eventualmente distruggerla, come fece con tutte le altre chiese cristiane in Cina, e questo perché il nuovo imperatore, il terzo nella vita di Pedrini, era stato molti anni prima suo allievo di musica e conservava ancora un affettuoso ricordo del suo maestro.
Ed infatti Qian Long lo richiamò a corte nel 1741, a riparare e riaccordare i vecchi clavicembali, e magari a fare ancora musica per lui. Ma Pedrini era ormai vecchio e stanco. A settant’anni passati, aveva visto passare otto Papi a Roma e tre Imperatori a Pechino, aveva sfidato la sorte e si era fatto molti nemici, ma aveva costruito una chiesa ed aveva anche molti fedeli i Cina ed a Roma   godeva di un prestigio incrollabile.

Negli ultimi tempi forse percepì i segni della fine di un’epoca: i suoi avversari, come i suoi amici, erano quasi tutti morti, ed anche la Compagnia di Gesù di lì a pochi anni sarebbe stata soppressa; ed allora chissà perché volle distruggere tutti i suoi documenti e tutte le lettere che sicuramente ricevette dall’Italia e in particolare da Fermo. Ed anche la sua chiesa – il “sogno di Pedrini” - fu distrutta nel 1811: quella che si vede oggi sulla Xizhimen è un rifacimento successivo.


Teodorico Pedrini morì, senza aver mai fatto ritorno in Italia, il 10 dicembre 1746 nella sua residenza di Xitang e fu sepolto a Pechino, nel cimitero di Propaganda Fide. La sua stele funeraria, presente a Pechino fino alla metà del secolo scorso, oggi non esiste più.
L’Istituto Confucio di Pisa ha sta promuovendo una serie di eventi sul tema della diffusione e integrazione tra due culture geograficamente e concettualmente lontane quali quella cinese e la nostra, uno dei quali è stato un concerto dell’Ensemble Alraune dal titolo “Un Violinista in Cina” interamente dedicato alla figura di Teodorico Pedrini.

Un concerto interessante che ha offerto uno spunto di riflessione sulla figura di Pedrini, che già 300 anni fa ha avvicinato due culture geograficamente molto lontane, quella italiana e quella cinese, e che sfida il luogo comune su come dialogare con la Cina” – spiega ad AgiChina Nicola Bellini, Co-Direttore dell’Istituto Confucio di Pisa e docente ed economista presso l’Università Sant’Anna di Pisa. Ma Pedrini rappresenta un punto di vista particolare nel tema dell’integrazione e contaminazione tra culture diverse. “La musica di Teodorico Pedrini  - continua Bellini –per quanto stampata, pubblicata e scritta in gran parte a Pechino, è una musica ostinatamente occidentale, che non entra in compromessi né acustici, né armonici con la Cina”. Pedrini diventa quindi “un ponte culturale importante nei confronti della Cina, ma un ponte che ha tenuto ben distinte le due culture e che non ha accettato la contaminazione” - spiega il direttore dell’Istituto Confucio di Pisa.

Sitografia:





sabato 21 febbraio 2015

Fra Cassiano da Macerata e il labirinto di Scimangada




Nel XVII secolo il Vaticano prese la decisione di avviare un’attività missionaria in Nepal ed in Tibet e per un periodo di circa 70 anni mandò un grande numero di missionari in queste remote regioni dell’Himalaya. Un decreto della Congregazione de Propaganda Fide, emanato nel 1703 e riconfermato, malgrado l'opposizione dei gesuiti, nel 1732, aveva affidato la missione ai cappuccini della provincia picena dell'Ordine.

Della cosiddetta “Disputa sui Riti” , la controversia tra gesuiti e cappuccini sulla gestione delle missioni in Oriente, ne parlo in: Ippolito Desideri: il primo italiano sul “Tetto del Mondo”.( in realtà il primo italiano a entrare nel Tibet era stato Odorico da Pordenone nel 1330!). I Gesuiti avevano fatto vari tentativi infruttuosi nel secolo precedente, a partire da quello del portoghese Antonio de Andrade, di stabilire una sede in Tibet. De Andrade aveva inviato dei gesuiti aldilà dell'Himalaya, credendo di avere avuto notizie di una comunità cristiana in quelle zone, forse la mitica Shangri-La  o i seguaci del leggendario Prete Gianni (vedi anche: Baudolino, Marco Polo e il mitico Prete Gianni). La missione  di De Andrade ebbe la base a Tsaparang, nel Guge, ma alla fine non fu riscontrato alcun segno significativo di una precedente evangelizzazione. In compenso la missione cristiana chiese e ottenne il permesso di predicare nel regno di Guge. Tale missione fu abbandonata allorché il Guge fu invaso dalla popolazione del Ladakh. (vedi anche: I missionari gesuiti primi esploratori del Tbet)

Fin dal 1707 un piccolo numero di cappuccini aveva soggiornato a Lhasa, esercitando la professione medica e occupandosi della piccola comunità di mercanti armeni, russi e cinesi cristiani, senza svolgere, per mancanza di uomini e di mezzi, alcuna attività di proselitismo. Nel 1735 uno dei cappuccini di Lhasa, il padre Orazio della Penna, tornò in Italia, per chiedere alla Congregazione un numero sufficiente di missionari e un'adeguata copertura finanziaria, ottenendo gli uni e l'altra; ripartì quindi nel 1738 con un primo gruppo di missionari (otto cappuccini e un frate laico), il più giovane dei quali era Cassiano.

Cassiano da Macerata (al secolo Giovanni Beligatti) era nato a Macerata nel 1708, ed era entrato nel 1725 nell'Ordine dei Cappuccini, presso il convento della sua città. Questi, partito a piedi da Macerata il 17 agosto 1738 con due confratelli, aveva raggiunto Orazio della Penna e gli altri membri della missione a Parigi il 22 novembre 1738. Colà vennero acquistati un torchio a stampa (la stamperia di Propaganda aveva fornito ai missionari un buon numero di caratteri tibetani), doni per il re del Tibet e una serie di medicinali e strumenti chirurgici, al cui uso venne particolarmente istruito Cassiano. L'11 marzo 1739 i missionari salparono da Lorient, diretti alla colonia francese di Chandernagore nel Bengala. Scrive Cassiano:

«… I missionari… si posero in cammino alla spicciolata per raccogliersi poi tutti al porto di Lorient, che doveva essere il luogo d’imbarco… il viaggio attraverso la Francia. Compiuto sempre a piedi, fu assai molesto e malagevole; i frati patirono spesso la fame, e dovettero perlopiù adattarsi a dormire nelle stalle, perché ben di rado i conventi li ospitavano, ma con mille pretesti li mandavano altrove, ed essi erano sempre scherniti, insultati e fatti segno a mille scherzi grossolani…»

 Cassiano giunse nel Bengala il 26 settembre 1739, dopo un viaggio privo di incidenti. Di là i missionari risalirono il Gange fino a Patna (26 dicembre 1739), sede delle ultime fattorie commerciali europee sulla via del Nepal e di un ospizio cappuccino; proseguirono quindi per il Nepal, dove giunsero nel febbraio del 1740. Dopo una lunga sosta (6 febbraio-25 maggio 1740) presso l'ospizio dei cappuccini di Bahagdaon (oggi Bhaktapur), i missionari si trasferirono a Katmandu, dove attesero per alcuni mesi allo studio delle lingue indostana e tibetana (8 giugno-4 ottobre 1740).



«… Traversato il fiume Bagmati entrarono in Nepal, e valicata un’alta montagna trovarono il fiume Kakokù, che dovettero passare a guado 9 volte, e viaggiando in mezzo a foreste di pini e d’ippocastani, dopo essere passati per il castello di Kuà giunsero il 6 febbario a Bahagdaon, capitale del regno del medesimo nome, dove da qualche tempo i cappuccini avevano un ospizio. Furono bene accolti dal re e trattati con somma famigliarità, e il Beligatti s’intrattiene a parlare delle prove ricevute della benevolenza regale…»

 Con un seguito di 32 portatori attraversarono quindi l'Himálaya, pernottando nelle locande appositamente collocate lungo l'arduo ma assai frequentato percorso, e giunsero a Lhasa il 6 gennaio 1741.

L'accoglienza del sovrano (in realtà governatore, essendo il paese sottoposto all'autorità cinese) fu benevola, e i rapporti con il clero locale, inizialmente, ottimi. Cassiano poté così visitare i conventi, esercitare la medicina, e svolgere con i suoi compagni opera di evangelizzazione. Ma il potenziamento dell'attività dei missionari, malgrado gli scarsi successi dei loro sforzi (diciannove conversioni in tutto), destò le preoccupazioni dell'autorità di uno Stato nel quale la vita civile si identificava con quella religiosa. I convertiti, che avevano rifiutato di partecipare alle pubbliche preghiere buddiste, vennero condannati alla fustigazione, e la libertà di culto e proselitismo concessa nel 1741 venne abolita nel 1742.

«… Provvisti dell’occorrente i missionari partirono, e dopo un lungo e dificile viaggio arrivarono a Lhasa nel gennaio del 1741. Fu lor fatta buona accoglienza, specialmente dal re, e, dopo aver appresa la lingua del paese, si dettero a predicare, ma con frutti piuttosto scarsi. Ben presto poi i religiosi tibetani cominciarono a veder di malocchio il favore che i missionari godevano presso il re. Nacque fermento che andò man mano crescendo finché un bel giorno parecchie centinaia, di preti buddhisti, raccoltisi dai vari conventi di Lhasa e dei dintorni, invasero il palazzo reale, e rimproverarono al re il suo contegno. Questi, atterrito, temendo di fare la fine dei suoi tre predecessori, uccisi appunto per odio dei lama, dichiarò ipso facto i padri decaduti dalla sua grazia; impose loro di non predicare nel Tibet se non ai mercanti venuti di fuori…»

Nel tentativo di alleggerire la situazione il padre Orazio della Penna, prefetto della missione, rimandò nel Nepal tre dei suoi frati, fra i quali Cassiano (31 agosto 1742); tre anni dopo, tuttavia, anche gli altri cappuccini dovettero lasciare definitivamente il paese, ponendo fine per un secolo al tentativo di evangelizzare il Tibet. Cassiano continuò l'attività missionaria nel Nepal e nel Bengala fino al 1756, quando una malattia lo costrinse a tornare in patria. Si stabilì a Macerata, pur soggiornando lungamente a Roma dove il prefetto di Propaganda Fide, cardinale Spinelli, gli affidò l'istruzione dei giovani destinati alle missioni dell'India e dove fu il principale collaboratore del padre A. Giorgi nella stesura dell'Alphabetum Tibetanum Missionum Apostolicarum commodo editum..., pubblicato a Roma nel 1762. Morì nel convento di Macerata nel 1791. Diverse altre sue opere, in parte ancora inedite, si conservano nella Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata.



Il considerevole numero di rapporti e di lettere trasmessi dai missionari fornisce una preziosa fonte di informazione sullo stato di quei paesi durante il XVIII secolo. In particolare, abbiamo notizie della seconda missione nel Tibet del padre Orazio della Penna e dei particolari di quel viaggio dal diario di Cassiano. (Giornale di fra' Cassiano da Macerata dalla sua partenza da Macerata seguita gli 17 agosto 1738 fino al suo ritorno nel 1756, diviso in due libri), conservato manoscritto presso la Biblioteca Comunale di Macerata (5-3-C.18) e pubblicato parzialmente da A. Magnaghi (1902)e interamente da L. Petech (1953). Perduta ne è purtroppo la seconda parte, nella quale erano riferiti i motivi per i quali i cappuccini avevano dovuto lasciare il Tibet, e che conteneva ampie descrizioni degli usi, costumi e religione del Tibet e del Nepal. Di estremo interesse geografico e soprattutto etnografico è tuttavia anche la prima parte, un manoscritto di circa 200 pagine con disegni fatti a penna, acquerelli e mappe di edifici, sia per l'accurata e precisa descrizione dell'itinerario sia per i bei quadri degli usi tibetani, particolarmente delle feste religiose.

Nel resoconto del suo viaggio dall’India verso il Tibet, viaggio  pieno di pericoli, poiché la giungla era abitata da tigri, elefanti e rinoceronti, Cassiano il 29 di febbraio scrive:

«…abbiamo anche visto in parecchi posti antiche rovine, alcune di esse sembravano resti di edifici importanti. Non potevamo capire come, in foreste così grandi e antiche, a giudicare dalla età degli alberi, potessero essere stati costruiti edifici di qualche importanza. Negli anni successivi, durante il mio soggiorno in Nepal, ho cercato di informarmi su queste rovine, di cui avevo chiesto a Bavanidat durante il viaggio, ma non avevo capito le sue risposte, dato che avevo difficoltà a comunicare con lui. Molti nepalesi di Batgao, mi hanno assicurato che quelle rovine erano i resti dell’antica e famosa città di Scimangada, [Simraongarh] che aveva dato origine ai loro regnanti: la città era circondata da un complesso sistema di difese murarie molto alte, strutturate come un labirinto: per entrare in quella città bisognava girarle attorno avanti e indietro, seguendo i meandri di tale labirinto, e superare il controllo di quattro fortezze, posizionate in punti strategici del percorso a distanza di due miglia l’una dall’altra: il percorso per entrare in città era così lungo e complesso che ci voleva un mese per arrivare al centro abitato. All’interno di tale fortificazione c’erano campi coltivati e corsi d’acqua che potevano produrre cibo per la numerosa popolazione che era governata da un grande Re il quale estendeva il suo dominio su un vasto territorio, gestito dal suo Primo Ministro. Un giorno, uno di questi ministri, che era caduto in disgrazia presso il Re, giurò di vendicarsi  e tramò per tradire il suo paese e consegnarlo nelle mani dei musulmani. D’accordo con i nemici, fece radunare le loro truppe all’entrata del labirinto; quindi, conoscendo la struttura del labirinto,  fece aprire un varco nel muro  di difesa ne punto dove in muri si incrociano, dove nessuno si aspettava degli attacchi: fu così che i musulmani poterono penetrare direttamente in città e massacrare gli abitanti. In pochi riuscirono a fuggire, uscendo proprio dal varco aperto dai nemici: uno di questi scampati era un figlio del Re, che fuggì in Nepal, dove cercò di restaurare il regime del padre. Questo è quanto mi è stato più volte raccontato sulla città di Scimangada, la cui mappa viene conservata, scolpita su pietra, nel palazzo reale di Batgao e che io ho ricopiato qui… »



Il testo è accompagnato da una illustrazione, intitolata “Pianta della città di Scimangada e delle sue mura”: “A” rappresenta l’ingresso al labirinto, “B” la prima fortezza, “C” la seconda fortezza, “D” la terza ed “E” la quarta”. “F” rappresenta la città di Scimangada. “g-g” è il punto dove venne aperto il varco.

La presenza di labirinti in Asia è rara in confronto con l’Europa, e si trova menzionata principalmente nelle regioni occidentali e meridionali dell’India e dello Sri Lanka. Quella di Cassiano è l’unica menzione dell’esistenza di un labirinto in Nepal.

Il labirinto di Scimangada è progettato secondo il modello classico, con la croce centrale ed otto file di mura. Consiste in un singolo cammino, che si sviluppa circolarmente  avanti ed indietro, per formare sette circuiti circondati da otto muri, che avvolgono la meta centrale secondo il seguente schema di costruzione:


Questo modello è detto impropriamente “cretese”, con riferimento al leggendario labirinto di Cnosso, sull’isola di Creta: tale labirinto, secondo la mitologia greca fu fatto costruire dal Re Minosse per rinchiudervi il mostruoso Minotauro, nato dall'unione della moglie del re, Pasifae, con un toro. In realtà è probabile che Dedalo abbia costruito il palazzo reale di Cnosso: la complessità del palazzo, un intrico di strade, stanze e gallerie, ha dato origine al mito del labirinto.
Quando Androgeo, figlio di Minosse, morì ucciso da alcuni ateniesi infuriati perché aveva vinto troppo ai loro giochi disonorandoli, Minosse decise, per vendicarsi, che la città di Atene, sottomessa allora a Creta, dovesse inviare ogni nove anni (o ogni anno) sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana. Questo avvenne finché Teseo, eroe figlio del re ateniese Egeo, si offrì come giovane da offrire in pasto al Minotauro per ucciderlo. Quando Teseo arrivò a Creta, Arianna, la figlia di Minosse e Pasifae, si innamorò di lui e lo volle aiutare nella sua impresa. E proprio a Dedalo, si rivolse Arianna, per sapere come aiutare Teseo a uccidere il Minotauro e uscire dal Labirinto, e come sappiamo il consiglio del filo riuscì a far trionfare Teseo nell'impresa.


 Quando Minosse venne a sapere che ad aiutare sua figlia e Teseo era stato Dedalo, non potendo prendersela con la figlia fuggita insieme all'eroe, pensò di punire Dedalo, rinchiudendolo insieme al figlio, Icaro, nel Labirinto, che egli stesso aveva progettato. L'unico modo per uscire dal Labirinto era evadere volando; ingegnoso come era, Dedalo costruì due paia di ali, uno per sé e l'altro per il figlio. Si raccomandò con Icaro di restargli sempre dietro durante il volo, di non strafare e soprattutto di stare attento a non avvicinarsi troppo ai raggi del Sole perché, le ali, attaccate alle spalle con della cera, potevano staccarsi in quanto il calore avrebbe sciolto la cera. Come non detto, Icaro durante il volo, provando piacere si allontanò dal padre e raggiunse i raggi del Sole che sciolsero la cera e lo fecero precipitare nel mare, dove morì. Dedalo triste e desolato, atterrò in Campania a Cuma, dove costruì un tempio al dio Apollo, consegnando le ali che aveva inventato per evadere dal Labirinto di Creta.



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