Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

Visualizzazione post con etichetta San Zang. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta San Zang. Mostra tutti i post

mercoledì 11 marzo 2015

Il monte sacro dell’ isola Putuo: spiritualità e pragmatismo.



I mercati finanziari cinesi sono più attivi che mai e continuano a sorprendere: il Quotidiano del Popolo, lo storico giornale del partito comunista, da più di un anno  è passato dalla parte dei capitalisti quotandosi in borsa. Ma il fascino della Borsa ha ammaliato perfino i monaci buddisti: anche i monasteri della montagna di Putuo hanno deciso di quotarsi in Borsa.

Il Monte Putuo  è una delle quattro montagne sacre del buddismo cinese, dove ogni anno milioni di fedeli buddhisti si recano in pellegrinaggio per onorare la grande statua della dea della misericordia Guanyin. Ad alcune ore di viaggio in barca in direzione sud da Shanghai o un oretta in direzione nord da Ningbo  si trova l'isola di Putuoshan, che copre un'area di soli 12 kmq, ed è divisa dall’isola di Zhoushan, di dimensioni molto più grandi, da uno stretto canale. Il piccolo monte che sorge sull’isola (solo 300m) dai cinesi viene chiamato anche «la fatata terra degli Immortali». Indubbiamente è uno dei luoghi più incantevoli dell’intera Cina, dove al posto di automobili e grandi magazzini ci sono solo un mare azzurro che si stende all’infinito, spiagge sabbiose, colline lussureggianti e monasteri antichi, tutti elementi che rendono il posto ideale dove fuggire dal rumore, dal traffico e dall’inquinamento delle grandi città, e fare delle belle escursioni a piedi.



 In un Paese in cui il Partito Comunista accetta tutte le fedi religiose - purché sotto il controllo del governo - e cerca di soddisfare anche il bisogno di spiritualità sempre più diffuso tra i cittadini, l’iniziativa dei monasteri di Putuo sta provocando effetti paradossali. Gli alti dirigenti addetti alle questioni di culto fanno di tutto per smentire l’immagine  di una Cina spietata e materialista: “Quest’idea danneggia l’immagine della religione e offende la sensibilità dei fedeli - dice all’agenzia Xinhua Liu Wei, rappresentante dell’Amministrazione Statale Affari Religiosi- e se guardiamo a quello che succede nel resto del mondo, nessun luogo di culto è mai stato quotato sui mercati prima d’ora”. Secondo Liu Yuanchun, ricercatore che si occupa di buddismo per l’Accademia Cinese di Scienze Sociali, l’operazione potrebbe essere addirittura contro la legge: “Le norme stabiliscono che i siti storici, culturali e religiosi di proprietà dello Stato non possono essere impiegati per il business. Un tempio buddista è un bene pubblico che appartiene allo Stato, non ai manager del complesso turistico o al governo locale”. Non è la prima volta che in Cina un luogo religioso tenta la scalata ai mercati: tre anni fa i monaci del Tempio Shaolin - già accusati di aver trasformato la presunta culla del kung fu in una specie di Disneyland delle arti marziali - furono costretti a ritirare il progetto di esordio sulla Borsa di Shanghai, ma l’idea delle autorità dello Zhejiang sta entusiasmando i gestori di altri picchi sacri, come Wutai nello Shanxi e Jiuhua nell'Anhui, abbagliati dal miraggio di un boom di guadagni.
 Sono almeno mille anni che i pellegrini di religione buddista di tutta l'Asia nord-orientale vengono a Putuoshan, e circolano molte leggende che spiegano perché l’isola è al centro del culto di Guanyin, la dea della misericordia. Guanyin è il nome cinese della  figura del bodhisattva Avalokiteśvara, il bodhisattva della compassione: la sua popolarità è legata alla larga diffusione in Cina della traduzione del Sutra del Loto. L’origine di questa figura religiosa è tutt’oggi controversa, tuttavia la maggioranza degli studiosi ritiene  che sia stata originata dalle comunità buddhiste collocate ai confini nord-occidentali dell'India. Il nome deriva da Avalokita [colui che guarda] e iśvara [signore]: «Signore che guarda». Reso inizialmente da Xuanzang  il famoso pellegrino e traduttore cinese, come Guan Zi Zai (觀自在)  ovvero come «Colui che osserva con libertà», fu poi trasformato in Guanyin. Questa è una abbreviazione di Guan Shi Yin: guān (): termine cinese che rende il sanscrito vipaśyanā nel significato meditativo di «osservare, ascoltare, comprendere»; shì (): termine cinese che rende il sanscrito loka quindi la «Terra, mondo» ma originariamente riportava anche il significato di sasāra, il ciclo sofferente delle nascite, yīn (): termine cinese che rende numerosi termini sanscriti (come ghoa, ruta, śabda, svara, udāhāra) che significano suono, voce, melodia, rumore» e termini simili. Accanto a shì (), il doloroso sasāra, yīn () acquisisce il significato di "suono del doloroso sasāra" quindi di lamento, espressione della sofferenza. Quindi Guān Shì Yīn (觀世音) è «Colei che ascolta i lamenti del mondo», il bodhisattva della misericordia.
 Narra una leggenda che Guanyin era la figlia di un uomo ricco e crudele che ambiva per lei a un matrimonio di interesse, volto ad aumentare il prestigio sociale della famiglia. Ma Guanyin aveva altro in mente: desiderosa di raggiungere l’illuminazione spirituale, disobbedì al padre e fuggì, trovando rifugio in un tempio proprio nell’isola di Putuoshan, dove fin dall'inizio si fece apprezzare per il suo atteggiamento gentile e caritatevole. Tuttavia, tale fu l’ira di suo padre che, a causa del suo gesto, la fece uccidere. In virtù dei meriti acquisiti con le tante buone azioni compiute nella sua pur breve vita, a Guan Yin si erano schiuse le porte del Paradiso: ma mentre si accingeva a varcare i cancelli del Cielo, Guanyin udì un grido elevarsi dal di sotto. Era il grido di una persona che soffriva sulla terra, il grido dì qualcuno bisognoso del suo aiuto. In quel preciso istante, essa giurò di non abbandonare il mondo degli uomini fintanto che tutti, nessuno escluso, fossero stati liberati dal tormento e dal dolore. In seguito a questa promessa, Guanyin fu trasformata in una Dea. Oggi la dea è oggetto di grande culto, in quanto le viene attribuita la facoltà di guarire coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, proteggendo altresì madri e figli ridotti alla disperazione, e addirittura i marinai sorpresi dalla burrasca. 
 Secondo un'altra storia, infatti, il monaco giapponese Hui'e, stava tornando a casa sulla sua barca ma fu colto da una violenta mareggiata: devoto di Guanyin, chiese aiuto alla dea che gli fece trovare un riparo proprio a Putuoshan. Il monaco rimase a tal punto incantato dalla bellezza dell’isola che vi si stabilì e costruì un santuario dedicato a lei.
Numerose sono le famiglie cinesi che tengono una statuetta di Guanyin in un angolo tranquillo della casa; non di rado queste statuette raffigurano la Dea avvolta in un manto bianco, seduta su di un trono composto da un fiore di loto, mentre stringe fra le braccia un bambino piccolo. Fiori, frutta o incenso vengono deposti in segno di offerta al cospetto di questi templi domestici.
  Certo è che nel corso degli anni  sull isola sono stati edificati più di un centinaio di monasteri e santuari, con magnifiche sale e giardini. Ci fu un periodo in cui sull’isola si trovavano addirittura 4000 monaci, e nel 1949 la comunità buddista contava ancora 2000 persone. A quell’epoca le strutture secolari erano vietate sull’isola, popolata solo da religiosi. Nonostante le grandi distruzioni nel corso del tempo, molti dei tesori di Putuoshan sono sopravvissuti, e alcuni di essi sono conservati nel Museo provinciale dello Zhejiang di Hangzhou. In ogni caso, le opere di restauro continuano a buon ritmo. Attualmente sull’isola ci sono tre monasteri principali: Puji, il più antico e centrale; Fayu, sulle pendici meridionali; e Huiji, sulla cima. Ci sono anche diversi templi e monumenti minori. Molte persone vengono qui con l’intento specifico di chiedere dei favori alla dea, spesso inerenti alla nascita di figli e nipoti. All’arrivo sull’isola è d’obbligo pagare una tassa che varia da estate a inverno, 160/140¥. [e qui si comincia già a capire il distacco dai beni materiali del mondo buddhista cinese…]. Sulla punta meridionale dell’isola si trova il luogo di maggior interesse, il Guanyintiao (Salto di Guanyin), un promontorio dal quale si innalza una spettacolare statua placcata in bronzo alta 33 metri della dea della misericordia, visibile praticamente da ogni punto dell’isola.



Nella mano sinistra Guanyin tiene un timone, che protegge simbolicamente i pescatori (e i monaci girovaghi come Hui'e) dalla violente tempeste. I pescatori e gli abitanti dei villaggi sul mare considerano Guanyin una salvatrice, che da sempre li difende dalla furia del mare. In un padiglione alla base della statua è esposta una piccola mostra di dipinti su legno che raccontano di come Guanyin abbia aiutato gli abitanti e i pescatori di Putuoshan nel corso degli anni, mentre in una piccola stanza che si trova direttamente sotto la statua sono custodite 400 statue minori che rappresentano le varie incarnazioni spirituali della dea. Dalla base della statua si ha una vista sublime sulle isole circostanti e sulle barche da pesca, soprattutto nelle giornate serene. 
 La costa dell’isola è in gran parte rocciosa, tuttavia esistono grandi spiagge di sabbia fine e chiara  che, inaspettatamente, dispongono di attrezzature per il noleggio – come tende e ombrelloni. Le due maggiori spiagge si trovano nella parte est del Monte Putuo: La spiaggia dei cento passi e La spiaggia dei mille passi (ingresso attorno ai 15¥). 



 I tre principali templi dell’isola sono in condizioni estremamente buone e sono stati da poco restaurati; la calda tonalità giallo ocra delle loro mura si staglia sul verde scuro degli alberi dei parchi che li circondano. Questa descrizione si adatta in particolare al Puji Si, (ingresso 5¥), che si trova proprio nella piazza principale del piccolo borgo dell’isola; fu costruito nel 1080 e venne ampliato in seguito. Sorge fra magnifici alberi di canfora e vanta un ponte ai lati del quale sono poste delle statue, e una pagoda alta ed elegante dotata di un'enorme campana di ferro. Qui dalle 4.30 fino alle 7 del mattino, si svolge il rituale, aperto al pubblico, praticato dai monaci buddisti. La parte che  colpisce di più di questo tempio è un’immensa lastra di marmo raffigurante una schiera di divinità, sita nella parte più alta del monastero.



 A sud di qui, immediatamente a est dei laghetti della piazza, si trova la pagoda Duobao, costruita nel 1334; è alta cinque piani e ha iscrizioni buddiste sui quattro lati. Le pietre che sono state utilizzate per costruirla provengono dal Tai Hu, nella provincia del Jiangsu.





In direzione sud lungo l’angolo sud-orientale dell’isola si trova la grotta Chaoyin Dong, notevole per il suono delle onde che si infrangono, che sarebbe simile a quello della voce del Buddha (per questo motivo in passato tanti monaci si sono suicidati buttandosi da qui). Il vicino Zizhu Si (Tempio del Bambù Purpureo) è uno dei templi meno turistici dell’isola, e perciò uno dei posti migliori dove osservare i rituali quotidiani dei monaci.  



Da qui è possibile vedere La cima del Buddha, (Fodingshan) dove si trova il tempio Huiji. da dove si ha una splendida vista sul mare e sulle isole vicine. Questo tempio non è antico come il Puji (fu costruito in gran parte fra il 1793 e il 1851) e sorge in una bellissima zona a nord-ovest della cima, circondata da verdi piantagioni di tè. Le sale del tempio sono situate in una zona pianeggiante fra vecchi alberi e boschetti di bambù, e le diverse tonalità di verde, rosso, azzurro e oro delle piastrelle smaltate brillano alla luce del sole.




 Un sentiero conduce alla vetta del monte, ma per chi non se la sente è possibile salire, e scendere, in funivia (A/R 50¥). Scendendo a piedi ci si imbatte in devoti intenti nella loro scalata verso il Buddha. Ogni tre passi si fermano, inginocchiano, pregano e ripartono. Spostarsi da una parte all’altra dell’isola è molto semplice, dei minibus sono a disposizione dei turisti, e i prezzi variano tra 5/8¥ per tratta. 

Alla fine della visita, il portafoglio pesa decisamente meno, ma l’animo si è arricchito molto di più!


Sitografia







http://www.putuoshan.net/English/Seeings/huiji%20temple.php

venerdì 2 novembre 2012

Il "Viaggio in Occidente" di San Zang


Chiunque ami i racconti di viaggi, non può non conoscere la straordinaria figura di San Zang, monaco pellegrino, vissuto in Cina nel VII secolo durante la Dinastia Tang. Insigne maestro spirituale, dotato di elevata forza d'animo e carisma, San Zang compì una marcia di ottomila chilometri,  lungo la Via della Seta,  per raggiungere il monastero di Nalanda, in India, culla della fede buddhista. Qui rimase diversi anni, studiando accanto ai più sapienti conoscitori della tradizione buddhista, prima di riprendere la strada per la Cina. Nel 645, dopo quasi diciassette anni di assenza, rimise piede nella capitale imperiale. Portava con sé venti cavalli carichi di reliquie religiose donategli dai buddhisti indiani e tre canestri di sūtra, i sacri testi della tradizione buddhista, donde il nome sanscrito con cui San Zang  fu presto conosciuto: Tripiṭaka «tre canestri» (in cinese, appunto, San Zang).

Il resoconto dettagliato dei suoi spostamenti  (Dà Táng Xīyù Jì, Annotazioni sulle Regioni Occidentali ai tempi dei grandi Tang) fu redatto da Bian Ji, un suo discepolo che impiegò più di un anno a trascrivere la dettatura del maestro e rappresenta la prima informazione affidabile per i cinesi riguardo alla geografia e agli abitanti di paesi lontani dell’occidente. Il libro contiene più di 120.000 caratteri cinesi ed è suddiviso in dodici volumi, che descrivono la geografia, i trasporti marittimi e terrestri, il clima, i prodotti locali, le etnie, le lingue, la storia, la politica, la vita economica, le religioni, la cultura e i costumi sociali di più di cento paesi, regioni, città-stato, nell’area geografica che attualmente ospita Xinjiang (Cina), Afghanistan, Tagjikistan, Uzbekistan, Pakistan, India, Bangladesh  e Sri Lanka. Attualmente il testo è di grande interesse per gli storici moderni e gli archeologi: le Annotazioni rappresentano una fonte importante di informazioni sull’Asia Centrale, documentano l’esistenza di una cultura buddhista in Afghanistan e testimoniano l’esistenza, a quel tempo, delle famose sculture dei Buddha di Bamiyan (quelle distrutte recentemente dai talebani) e, per l’esattezza delle descrizioni dei luoghi,  è stato utile negli scavi per il ritrovamento di numerosi siti archeologici in India.

San Zang  era nato nel 602 d.C. a Chen He, un villaggio nei dintorni di  Luoyang, nella provincia cinese dello Henan. La sua famiglia era famosa da secoli per la sua erudizione e Chen Hui (questo era il suo vero nome) era il più giovane di quattro fratelli: un suo antenato, Chen Shi, era stato ministro sotto la dinastia degli Han Orientali; suo nonno Chen Kang, era stato professore all’Accademia Imperiale durante la dinastia dei Qi Settentrinali. Suo padre, confuciano conservatore, era magistrato della contea di Jiangling durante il dominio della dinastia Sui. Fu educato dal padre assieme ai suoi fratelli  secondo lo spirito confuciano: secondo le biografie tradizionali, San Zang  mostrò fin da bambino una intelligenza eccezionale e stupì il padre per la sua scrupolosa osservanza dei riti confuciani fino dalla età di otto anni. Da ragazzo si appassionò allo studio dei Classici confuciani della letteratura cinese ma fu attratto, come il fratello maggiore, anche dalla religione buddhista ed entrò nel monastero  di Luoyang all’età di tredici anni. Dopo la morte del padre, visse con il fratello maggiore Chen Su nel monastero Jingtu di Luoyang per quattro anni, dedicandosi allo studio del buddhismo mahayana. A causa dei disordini sociali e politici che seguirono la caduta della dinastia Sui (618) dovette spostarsi a Chengdu nel Sichuan dove a vent’anni  (622) fu ordinato monaco presso il Tempio dello Splendore Celeste.

Salito al trono l’imperatore Taizong, della dinastia Tang, iniziò un periodo di relativa pace, durante il quale San Zang ebbe modo di viaggiare in lungo e in largo attraverso la Cina alla ricerca di testi sacri buddhisti. Dopo qualche tempo fu trasferito al Tempio del Grande Studio a Chang’an [oggi Xi’an], la nuova capitale dell’impero, in una comunità di monaci che avevano dedicato la loro vita alla traduzione dei Libri Sacri provenienti dall’India. Durante i suoi studi però, ebbe modo di constatare con dispiacere la incompletezza  e la errata  interpretazione della natura delle scritture buddhiste che erano arrivate in Cina. Così si era espresso a  riguardo: «Sebbene il Buddha sia nato  in Occidente, la sua dottrina si è diffusa in Oriente. Nel corso della traduzione, errori possono essere stati inseriti nei testi e parole possono  essere state mal interpretate. Se le parole sono sbagliate, si perde il loro senso e quando una frase viene mal interpretata, la dottrina viene distorta.». Un giorno San Zang ebbe un sogno premonitore e concepì allora l’ardito piano – sulle orme del monaco Fa Xian, che era andato in India due secoli prima alla ricerca di testi sacri buddhisti - di andare anche lui in India a cercare dei testi originali delle scritture da riportare in Cina.


È difficile immaginare un percorso più lungo, accidentato, pericoloso di quello che questo intrepido monaco aveva scelto di percorrere. San Zang era descritto come un uomo alto e bello, di costituzione delicata; elegante nel vestire, educato nei modi, dallo sguardo vivace e dalla voce suadente. Eppure, questo gentile e raffinato studioso non indietreggiò di fronte alla prospettiva di lasciare la sua casa a Luoyang, nella Cina nord-orientale, per mettersi in viaggio alla volta dell'India.

Ma seguiamo le sue avventure come lui stesso ce le racconta nelle Annotazioni: ci soffermeremo in particolare sul suo passaggio lungo la Via della Seta, che ci consente di approfondire la nostra conoscenza di un territorio pericoloso ma affascinante: il bacino del Tarim, che ospita il terribile deserto di Taklamakan, circondato a nord dalla catena montuosa dei Monti Celesti [Tian Shan] e a sud dal massiccio del Kunlun, considerato nella tradizione orientale una “Montagna Cosmica” che simboleggia “il punto che segna il passaggio dal Caos Primordiale all’Ordine”. Un territorio solo apparentemente deserto ed inospitale, che ha visto nei secoli il passaggio di innumerevoli carovane, ma che fu anche la via di ingresso del buddhismo in Cina.

San Zang iniziò il suo pellegrinaggio nel 628, partendo da Chang’an dirigendosi prima a nord-ovest, verso Anxi [nella attuale provincia del Gansu]: di qui la via diventava difficoltosa, dovendo costeggiare l’immenso deserto di Taklamakan, nel bacino del Tarim. Ma a complicare il viaggio di San Zang non c’era solo il deserto: in quei mesi  i cinesi erano scesi in guerra contro delle popolazioni turche ai confini nord-occidentali e l’imperatore Taizong aveva proibito a tutti di muoversi al di fuori dei confini imperiali. Scrive San Zang  in proposito:

«Quando arrivai al confine estremo della Cina, al bordo del deserto di Lop, fui catturato dalle milizie cinesi. Non avendo un permesso di viaggio, volevano rimandarmi al monastero di Dun Huang affinché rimanessi là. Allora io risposi: “Se voi insistete  a trattenermi, vi consento di togliermi la vita ma non farò nemmeno un passo indietro verso la Cina”».

Per fortuna anche l’ufficiale cinese era buddhista e  commosso dalla sua determinazione, lo lasciò passare. Per evitare il successivo posto di blocco, San Zang ebbe la malaugurata idea di abbandonare la pista principale e tentò una deviazione che lo condusse in una zona così aspra e selvaggia che non mostrava alcun segno di vita: non c’erano uccelli in cielo né animali  sul terreno né acqua, né vegetazione. Era esausto per il caldo e per la sete dopo quattro giorni iniziò ad avere terrificanti miraggi di cavalieri fantasma: stava per morire, quando il suo unico compagno, il suo cavallo, seguendo il suo istinto, cambiò improvvisamente direzione e lo condusse in un’oasi dove trovarono acqua e qualcosa da pascolare: la sua vita era salva! Alcuni giorni dopo arrivò a Turfan, dove si riposò per qualche giorno.

Turfan  è stata per lungo tempo un’oasi  fertile (grazie ad un ingegnoso sistema di canali sotterranei, detto karez, che raccolgono l’acqua dai monti circostanti) ed un importante centro commerciale lungo la Via della Seta. Conteso per secoli tra i cinesi e gli Xiongnu fin dai tempi della dinastia Han, Turfan, ai tempi di San Zang era un regno indipendente governato da una tribù di etnia turca. Il re di Turfan, incantato dalla conoscenza del monaco dei sacri libri buddhisti, voleva trattenerlo con sé e rifiutò di dargli il permesso di ripartire: solo quando Xuanzang iniziò lo sciopero della fame, il re, riluttante, gli consentì di andarsene e gli diede delle lettere di credenziali per presentarsi ai governanti delle oasi lungo la strada, fornendogli tutta l’assistenza necessaria per il successo del suo pellegrinaggio.

Proseguendo il suo cammino verso ovest lungo la carovaniera, Xuanzang sfuggì ad una imboscata di predoni e trovò riparo in un monastero buddhista a Kuqa. Scrive San Zang nelle sue note:

«Il terreno in questa zona è adatto alla coltivazione di riso e grano […] si coltiva le vigne, i melograni e numerose specie di susini, peri, peschi e mandorli […] Il sottosuolo è ricco di minerali: oro, rame, ferro, piombo e stagno. Il clima è temperato e le persone si comportano onestamente. La scrittura è simile a quella indiana, seppure con qualche differenza. Superano gli abitanti dei regni confinanti nella loro abilità a suonare il liuto e la pipa. Si vestono con abiti di seta ornati di ricami […] In questa regione ci sono circa cento conventi, con più di 5.000 monaci, che appartengono alla scuola Theravada [Piccolo Veicolo] e Sarvastivada. Le loro regole e la disciplina è simile a quella indiana e i loro testi sono quelli originali..»

La tappa successiva fu Aksu, che descrive come capitale del regno di Baluka: anche di questa regione descrive geografia, clima e usi locali, non dimenticando di elencare minuziosamente i conventi buddhisti incontrati e le loro regole. Tra un’oasi e l’altra il paesaggio è incredibile, sembra di essere in un pianeta sconosciuto: ecco, vicino a Aksu le cosiddette “Colline dai Cinque Colori”…

Da Aksu, invece di proseguire per Kashgar lungo la carovaniera della Via della Seta, prese la via del nord-ovest e, attraversate Montagne Celesti  (Tian Shan) al passo di Bedel, alto 4200 m., che segna il confine tra l’attuale provincia cinese del Xinjiang ed il Kyrgyzistan, arrivò  a Tashkent ed infine a Samarkanda. Nei suoi Appunti scrive: «questa grande città, che governa un potente stato,  è circondata da un muro di sette miglia di circonferenza.  È un paese ricco, che ha accumulato tesori provenienti  da terre lontane, dove si possono trovare cavalli forti ed artigiani esperti e il clima è abbastanza gradevole».

Da Samarkanda San Zang deviò verso sud e superando i contrafforti del Pamir passò il famoso passo Porta d’Acciaio. Continuando il suo viaggio verso sud seguendo il  corso del fiume Amu Darya arrivò a Termez, ai confini meridionali dell’odierno Kyrgyzistan, dove incontrò una comunità di monaci buddhisti che contava più di mille persone.

Entrò poi nell’odierno Afghanistan raggiungendo Kunduz, dove gli capitò di partecipare ai riti funebri del principe locale Tardu, morto avvelenato in una congiura. Proseguì poi per Balkh, per vedere il sito buddhista di Nava Vihara, che è rimasto famoso per essere stato il monastero più ad occidente del modo, al tempo, con più di 3000 monaci. Qui incontrò Prajnakara, un monaco con cui Xuanzang aveva studiato le prime scritture buddhiste, che lo aiutò a trovare il testo Mahavibhasa, che poi, tornato in patria, tradurrà in cinese. Prajnakara lo condusse a Bamiyan, dove San Zang poté vedere le famose statue giganti di Buddha scavate nella roccia.

Dopo questa importante tappa San Zang riprese il suo viaggio verso est e attraversato il passo Shibar, raggiunse la capitale della regione di  Kapisi, [circa 60 Km a nord di Kabul] . Là visitò più di cento monasteri, popolati da 6000 monaci, la maggior parte del rito mahayana ma incontrò anche religiosi indù jainisti: era l’anno 630.

Dalle Annotazioni di San Zang apprendiamo che, al tempo della sua visita, cioè nel 630, nella zona di Balkh c’erano almeno un centinaio di monasteri buddhisti, con 30.000 monaci,  c’era un grande numero di stupa ed altri monumenti religiosi: il buddhismo era quindi fiorente nella porzione bactriana dell’impero turco occidentale.

Attraverso il passo Kyber [che separa l’Afghanistan dal Pakistan] arrivò poi a Peshawar: la città aveva perso molto dell’antica gloria e il buddhismo era in declino nella regione. Peshawar era stata fatta capitale dal re dei Kushan, Kanisha nel II secolo a.C. Dopo poco iniziarono a diffondersi nella zona i missionari buddhisti che stranamente vennero ben accolti dai Kushan (che seguivano la religione di Zoroastro) che integrarono gli insegnamenti buddhisti nella loro religione e gradualmente si convertirono al buddhismo. Peshawar divenne rapidamente un grande centro di riferimento per il buddhismo anche se la religione zoroastriana e l’animismo dei Kushan sopravvissero specialmente nelle aree rurali. Il re Kanisha, diventato un fervente buddhista, aveva fatto costruire a Peshawar quello che sarebbe stato il più alto edificio del mondo a quel tempo, uno stupa gigante, per ospitare le reliquie del Buddha. Il primo riferimento a questo edificio era stato fatto dal monaco pellegrino cinese Fa Xian, che lo aveva visitato nel 400 d.C. e descritto come alto 120 metri e adornato con tutti i materiali preziosi del mondo. Nessuno stupa poteva essere paragonato per bellezza e potenza ad esso. Lo stupa venne distrutto da un fulmine e restaurato più volte, ma quando arrivò San Zang,  nel 634, era ancora integro. Le rovine di questo stupa furono ritrovate nel 1909 dall’archeologo americano  D.B. Spooner grazie alle indicazioni lasciateci da San Zang.

Sorvoliamo la storia del lungo periodo di permanenza in India dove San Zang visitò tantissimi luoghi sacri ed approfondì per anni la sua cultura buddhista: quindici anni più tardi San Zang, ripassava  sulla Via della Seta, ma questa volta in direzione della Cina. Questa volta passò come era d’uso per le carovaniere che andavano in Cina, lungo la pista meridionale del bacino del Tarim, visitando Kashgar, Khotan e Loulan prima di raggiungere Dunhuang: consapevole delle insidie che la carovaniera nascondeva in quella regione, San Zang riuscì  ad attraversare l’immenso deserto e raggiungere Dunhuang  dove depositò i suoi preziosi manoscritti nella biblioteca del monastero presso le grotte dei Mille Buddha di Bezeklik.

Questo complesso, si trova vicino alle antiche rovine di Gaochang, nella valle Mutou, una gola delle Montagne Fiammeggianti [che prendono questo nome dal colore rosso delle rocce di cui sono formate]. Nel sito vi sono 77 grotte scavate nella pietra, tutte decorate con dei murales del Buddha.


Il suo ritorno in Cina  fu un trionfo, poiché la fama e il prestigio guadagnati in terra indiana lo avevano preceduto, e l'imperatore in persona  volle ascoltare dalla viva voce del pellegrino le sue avventure e le sue osservazioni di viaggio. L'imperatore gli offrì persino una carica governativa, ma San Zang, privo di qualsiasi ambizione, preferì dedicarsi agli studi e alla traduzione dei sūtra che aveva portato dall'India e ancora oggi la tradizione riferisce a lui 1338 dei 5084 sūtra che costituiscono il canone buddhista cinese.

La fantasia popolare non tardò a impossessarsi della figura potente e insieme gentile di questo monaco. Su San Zang vennero creati racconti, favole, ballate, i quali confluirono a formare il corpus di una grande tradizione narrativa, tramandata prima oralmente e poi per iscritto. I più antichi di questi documenti risalgono alla dinastia Song. Al periodo Yuan va ascritta una versione teatrale intitolata Xiyouji, appunto «Cronaca di un viaggio in occidente». È questo un classico della letteratura cinese, forse il più famoso tra le giovani generazioni. È stato pubblicato anonimo nel 1590 circa e non ci è pervenuta alcuna prova materiale relativa all'identità dello scrittore, ma lo si attribuisce tradizionalmente all'erudito Wu Cheng’en. Il libro è una riflessione su quanto il buddhismo cinese avesse unito, fondendo aspetti del taoismo e del confucianesimo in Cina. Rappresenta inoltre un vero e proprio percorso di purificazione dei vari personaggi, che alla fine del viaggio giungeranno all'illuminazione. Il romanzo racconta in versione mitizzata il viaggio di un monaco buddhista. Nel romanzo, il monaco Xuan Zang [Hsüan Tsang] (ispirato al personaggio storico San Zang) viene inviato dalla Bodhisattwa Guanyin in India per ottenere le copie di determinati testi buddhisti importanti, non disponibili in Cina. È accompagnato nel suo viaggio da tre discepoli — il re scimmia Sun Wukong, il maiale Zhu Baijiè ed il demone fluviale Sha Wujing i quali decidono di proteggerlo ed aiutarlo nell'impresa per ottenere il perdono dei peccati commessi. Il cavallo del protagonista è invece, in realtà un principe drago, figlio del Re Drago del Mare del Sud. Insieme, combattono i mostri ed i demoni che incontrano lungo il cammino, compreso il Bai Gu Jing, che uccide intere famiglie succhiando l'anima e la vita, ed il demone del ratto, che seduce e uccide i monaci con i suoi artigli.

Uno degli assistenti soprannaturali del monaco, il re scimmia Sun Wukong, è diventato uno dei personaggi più famosi e più cari della letteratura cinese. Il suo grado di popolarità e di riconoscimento in Asia è stato paragonato a quello di Topolino nei paesi occidentali (considerando le sue avventure, il carattere, ed il valore educativo della storia, noi potremmo paragonarlo al nostro Pinocchio). La ragione della popolarità così duratura del romanzo, viene dal fatto che esso è portatore di messaggi a livelli multipli: è una storia di avventura, con parecchi passaggi al comico, e anche una metafora in cui il gruppo dei pellegrini che viaggiano verso l'India corrisponde ad un viaggiare simbolico verso il chiarimento, ad un viaggio interiore verso un livello di educazione più elevato.

Il romanzo è stato preso ad ispirazione per:

·         Monkey: serie umoristica a cartoni animati per la televisione, parodia del Viaggio in Occidente ma è anche un po' più fedele e come tale di difficile comprensione per il pubblico occidentale.

·         Lo scimmiotto, di Milo Manara e Saverio Pisu (Alterlinus, 1976). Versione molto libera della prima parte della storia, che si conclude con l'imprigionamento del re delle scimmie sotto la Montagna dei Quattro Elementi.

·         Dragon Ball: (serie giapponese di manga e anime liberamente ispirata anch'essa al Viaggio in Occidente, ma mentre l'intenzione del testo originale fu di diffondere la nozione di karma in una cultura perlopiù animista e in parte panteista, quella cinese appunto, Dragon Ball si propone invece di diffondere nozioni di panteismo in una cultura agnostica, quale quella occidentale).

Le (poche) traduzioni italiane sono:

·         Lo scimmiotto, traduzione di A. Motti dalla versione ridotta di Arthur Waley del 1942 (traduce soltanto trenta dei cento capitoli), Einaudi, 1960.

·         Il viaggio in Occidente, a cura di S. Balduzzi, Rizzoli,1998.

·         Lo scimmiotto, Adelphi, 2002 (prima edizione 1971).Son Goku - Lo scimmiotto di Pietra, Kappa Edizioni,2005.


Sitografia


http://en.wikipedia.org/wiki/Xuanzang
http://depts.washington.edu/silkroad/texts/faxian.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Viaggio_in_Occidentehttp://bifrost.it/Articoli/Sunwukong.html
http://en.wikipedia.org/wiki/Turpan