Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

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martedì 28 aprile 2015

Matematici, cartografi, musicisti, pittori: per entrare nelle grazie Figlio del Cielo, i Gesuiti ne hanno fatte di tutti i colori!



Per la serie dei poliedrici personaggi che hanno fatto grande l’Italia agli occhi dei cinesi, oggi è la volta di Giuseppe Castiglione: gesuita, missionario e pittore, vissuto in Cina nel XVIII secolo presso la corte mancese dei Qing, Castiglione è indiscutibilmente l'artista occidentale più famoso tra quelli che hanno lavorato in Cina. Ha servito come pittore di corte sotto il regno di tre imperatori (Kangxi, Yongzheng e Qianlong) creando uno stile originale di pittura che unisce tecnica occidentale e orientale. Rispetto a Marco Polo e Matteo Ricci, Castiglione è meno conosciuto dagli italiani: in realtà è una personalità importante negli scambi culturali tra Occidente e Oriente. Grazie a questo è ricordato in tutti i libri scolastici, dalle scuole elementari all'università, nel mondo cinese. I suoi capolavori sono conservati nei musei imperiali di Pechino e di Taipei.

Nato a Milano il 19 Luglio 1688, Castiglione studiò pittura probabilmente con Carlo Cornara in una famosa bottega di stampatori o con Filippo Abbiati, uno dei grandi pittori del tempo. A diciannove anni divenne gesuita entrando nel noviziato di Genova e cominciò a dipingere per le chiese, guadagnandosi una certa fama nel mondo dell'arte. Per la sua passione per la cultura orientale, chiese di diventare missionario in Cina, e venne subito autorizzato, anche perché l'imperatore di allora, Kangxi, richiedeva un pittore italiano di talento per la sua corte. Castiglione aveva 27 anni quando si trasferì a Coimbra, in Portogallo, in attesa dell'imbarco per l'Asia. Là dipinse la cappella del noviziato, e fece due ritratti per i figli della regina di Portogallo, ora perduti. Partito da Lisbona nel 1714, dopo essersi fermato a Goa e a Macao, nel 1715 arrivò come missionario in Cina, pittore alla corte imperiale di Pechino.

Nel periodo di regno di Kangxi, la Cina viveva in un orgoglioso isolamento, tuttavia imperatori e funzionari conoscevano i missionari sin dal secolo precedente, di cui apprezzavano non tanto l’insegnamento religioso quanto le conoscenze scientifiche. Matteo Ricci e Martino Martini ne sono ottimo esempio per la loro introduzione della geometria  e della cartografia in Cina.


Essendo un sovrano curioso di conoscere le scienze occidentali, un carattere molto raro tra gli imperatori cinesi, Kangxi apprese dai missionari nozioni di algebra, geometria, musica, astronomia e medicina occidentale.

Quando Giuseppe Castiglione incontrò per la prima volta l'imperatore Kangxi, il sovrano aveva 61 anni, e si opponeva alla predicazione dei missionari. Nonostante la fede religiosa di Castiglione, Kangxi lo trattò in modo cortese, dicendogli: "Le dottrine occidentali sono contrarie al pensiero ufficiale cinese, quindi noi assumiamo i missionari solo perché conoscono i principi di base della matematica."

Così Castiglione diventò un pittore di corte, iniziando la sua  lunga carriera anni alla Città Proibita. Durante la sua permanenza in Cina, Castiglione assunse il nome di Lang Shining (郎世宁, dove Lang è un titolo onorifico e Shining significa “Pace del Mondo”). Ogni mattina alle sette usciva dalla sua casa vicino alla chiesa cattolica di Wangfujing, l'attuale cattedrale dell'est di Pechino, camminando verso ovest fino alla Porta Donghua della Città Proibita, dove faceva richiesta alle guardie di entrare a corte e iniziare il suo lavoro. Vale la pena ricordare che la chiesa di Wangfujing esiste ancora oggi, è situata nella parte nord della famosa via commerciale Wangfujing, ed è ormai un sito turistico di Pechino. 


Ma Castiglione non era l’unico italiano alla corte di Kangxi, tuttavia si può dire che tra gli artisti e artigiani italiani giunti a Pechino nello stesso periodo, ossia Giovanni Damasceno Sallustri da Roma, Giovanni Gherardini da Modena, Giuseppe Panzi da Cremona, e Matteo Ripa da Napoli, Giuseppe Castiglione sia stato il più originale, capace di realizzare vari temi pittorici, fra cui ritratti, animali, fiori, uccelli e paesaggi, il che ne fa uno dei rappresentanti più celebri della pittura imperiale.

Non a caso Kangxi, amante anche della musica, aveva fatto venire dall’Italia  - dopo la morte di Tomas Pereira, altro missionario musicista che lavorava alla sua corte - Teodorico Pedrini, un altro gesuita già famoso in patria per le sue doti musicali e gli aveva affidato l’insegnamento di tre dei suoi numerosi figli.


Poiché Kangxi non amava la pittura ad olio, perché con il tempo si annerisce, Castiglione iniziò a dipingere sulla seta con dei pigmenti speciali, una tecnica che non permette nessuna correzione, mentre qualsiasi esitazione o eccesso nell'uso dei pigmenti può rovinare l'intera opera. La cosa era resa ancora più difficile dal fatto che Lang Shining – come gli altri artisti cinesi e stranieri -  lavorava in una sala presso il giardino imperiale, dove faceva caldo d'estate e d’inverno i  pittori dovevano riscaldare i pigmenti nel forno per evitare che si solidificassero.


In più c'erano delle altre difficoltà da superare nel dipingere per gli imperatori. In passato, i cinesi ritenevano falso e non artistico trattare i problemi di spazio nella pittura con la prospettiva, quindi esistono diversi punti focali nella pittura tradizionale cinese, invece in quella occidentale ce n'è solo uno, e neanche l'angolazione visuale è fissata come nella pittura occidentale. Un'altra cosa è che nella pittura cinese i ritratti devono essere piatti, non si usano ombre, considerate come dei difetti.


Kangxi morì nel 1722 e il suo successore Yongzheng permise all'artista milanese di rimanere a corte come pittore. Lang Shining riuscì a far capire la tecnica del chiaroscuro all'imperatore Yongzheng e agli altri pittori di corte. Durante il periodo di regno di Yongzheng, Castiglione realizzò uno dei suoi capolavori, i "Cento Cavalli", a dimostrazione del suo stile artistico occidentale, ma con meno elementi anatomici, il che lo rendeva vicino al gusto estetico cinese.



Il terzo imperatore sotto cui Castiglione lavorò fu Qianlong, uomo di vedute aperte e grande amante di arte e cultura. Castiglione allora rappresentava già una figura di rilievo a corte in quanto artista straniero che riusciva a combinare arte occidentale e stile cinese. Sebbene Qianlong non apprezzasse inizialmente il suo modo di dipingere realistico occidentale, nel corso del tempo Castiglione affinò ancora di più la tecnica della pittura tradizionale cinese e la sua abilità d'artista fu sempre più apprezzata diventando l'artista per eccellenza a corte.


Come in tutto il resto del mondo, i pittori di corte cinesi dovevano registrare gli importanti eventi dell'impero e della corte, come le nozze dell'imperatore, il compleanno dell'imperatore e dell'imperatrice-madre, le maggiori feste e celebrazioni, nonché i viaggi di ispezione nelle province e le parate degli imperatori, i grandi eventi politici e le operazioni militari. 


In qualità di pittore di corte, Lang Shining partecipò alla creazione di molte opere su temi importanti, fra cui il dipinto dell'imperatore Qianlong alla parata.
Osservando questo dipinto che possiamo capire meglio l'arte di Lang Shining: si tratta di un dipinto su seta, largo 2,3 metri e lungo 3,3 metri. Nel ritratto a cavallo, l'imperatore Qianlong indossa delle vesti fastose e porta delle dorate. Il suo viso esprime pienamente la fiducia del sovrano. Diversamente dalla pittura tradizionale cinese, il dipinto è fortemente realistico, il viso dell'imperatore è reso in modo tridimensionale, e i dettagli delle sue armi sono resi con la massima cura.
La pittura tradizionale cinese a inchiostro, sia precisa che idealizzata, si basa sulla linea, senza chiaroscuro, mentre nel ritratto di Qianlong alla parata si nota l'attenzione del pittore per la luce e per la prospettiva. Attraverso una tecnica raffinata e dei colori brillanti, il pittore ha creato un'immagine compatta, non lineare, di stile tipicamente occidentale. Il dipinto si può definire un ritratto, tuttavia, nel realizzarlo, Castiglione seguì strettamente la volontà dell'imperatore. Nell'opera, egli imposta il chiaroscuro con la luce ad angolo zero, e le linee sono tutte ricoperte di colore dopo essere state usate per i contorni. Nel paesaggio vicino, l'erba e le foglie sono raffigurate nello stile delle nature morte occidentali, solo il paesaggio montano in lontananza segue la tecnica tradizionale della pittura di corte. 

Qianlong era salito al trono nel 1736, quando l'impero Qing era al culmine della potenza e della ricchezza. Il giovane imperatore, molto ambizioso, volle portare all'apice quest'epoca di splendore. Secondo le regole, ogni tre anni l'imperatore doveva tenere una grande parata, così nel quarto anno di regno, il giovane Qianlong tenne la sua prima parata. Il dipinto di Qianlong alla parata raffigura il sovrano che arriva nel Giardino imperiale meridionale, nel sud di Pechino, per passare in rassegna 20 mila soldati mancesi delle 8 Bandiere. La prima parata della sua vita impressionò molto il giovane Qianlong, che ordinò di dipingerne le scene per tramandarle ai posteri.


Per quanto riguarda le scene della parata, si possono ammirare nel dipinto "Scene della grande parata", realizzato collettivamente da Lang Shining, Jin Kun, Liang Shizheng e una decina di altri pittori di corte.
Le truppe in parata delle Otto Bandiere erano l'élite dell'esercito Qing. Le Bandiere erano caratterizzate da otto colori: giallo, bianco, rosso, azzurro, giallo bordato, bianco bordato, rosso bordato, e azzurro bordato. Nella scena della parata, un rotolo di pittura largo 60 cm e lungo 17 m, si possono contare 16 mila soldati, ed anche se di piccole dimensioni, se ne possono distinguere perfettamente i visi e l'aspetto.
In qualità di protagonista, l'imperatore Qianlong, con l'elmo, l'armatura, la sciabola e le frecce, cavalca un cavallo bianco, è dà un'impressione di maestà e potenza. Nonostante nel dipinto la sua figura sia di piccole dimensioni, le proporzioni sono perfette. Alcuni esperti ritengono che le figure di Qianlong e del suo cavallo siano opera di Lang Shining.


Ma Castiglione non si limitò alla pittura: la sua fama e la sua grandezza come artista, fecero sì che Qianlong gli affidasse la progettazione e il completamento delle fontane e delle decorazioni dei padiglioni in stile occidentale all'interno dei giardini del Vecchio Palazzo Estivo. Per questa grande costruzione, Castiglione riunì un team di artisti occidentali, tra cui l'architetto francese Michel Benoist, anch'egli gesuita (…), e insieme lavorarono per la costruzione e il completamento di quei padiglioni che divennero un luogo favorito per i pomeriggi dell'imperatore e delle concubine. Si tratta di costruzioni miste, all'esterno si vedevano colonne di marmo, e le decorazioni barocche italiane, mentre i tetti erano coperti da tegole smaltate e di gronde sospese cinesi.
Di Castiglione è la realizzazione dei dodici bronzi che ornavano la fontana zodiacale di Yuanming Yuan, disegnata dal Benoist. Purtroppo gli interi padiglioni occidentali del Vecchio Palazzo Estivo vennero poi distrutti dalle truppe anglo-francesi nel 1860,  durante la seconda Guerra dell’Oppio per cui oggi sono visitabili solo le rovine.


Castiglione passò 51 anni come pittore di corte dipingendo svariati soggetti. Creò un genere unico, fatto di una miscela di pittura europea e dell'estetica della migliore società cinese del XVIII secolo. Particolarmente importanti sono i ritratti dell'imperatore e delle sue concubine, straordinariamente apprezzati a corte, e dei cavalli imperiali, soprattutto il lungo rotolo dei cento cavalli e il dipinto verticale degli otto cavalli, conservati nel museo del Palazzo di Taipei. In occasione dell'anno del cavallo 2014, il museo ha fatto allestire una grande versione digitale animata del dipinto dei cento cavalli.
Giuseppe Castiglione morì a Pechino il 17 luglio 1766, tre giorni prima di compire 78 anni, e fu seppellito nel cimitero dei missionari occidentali situato fuori della porta Fuchengmen. L'imperatore Qianlong fu costernato per la sua scomparsa, e per onorarlo lo insignì di un titolo ministeriale postumo di terzo grado. Il sovrano scrisse personalmente un testo funebre, facendolo inciderlo sulla stele della sua tomba.

Nel 2005, fu il protagonista della serie televisiva cinese Palace Artist ("Artista di Palazzo"), interpretata dall'attore canadese Mark Rowswell (famosissimo in Cina con il nome d'arte di Da Shan) e trasmessa dalla China Central Television (CCTV) (la principale emittente cinese).
È ora in post-produzione un nuovo docu-drama su Giuseppe Castiglione, realizzato dal Kuangchi Program Service, Taipei, in collaborazione con Jiangsu Broadcasting Corporation, Nanchino, per la messa in onda sulla televisione nazionale cinese (CCTV) nell'estate 2014.
Nel 1990 capolavori di Castiglione furono portati a Torino per una mostra nel palazzo reale di Venaria.
Nel 2007 la mostra "Capolavori dalla città proibita. Qianlong e la sua corte" organizzata dalla Fondazione Roma nel Museo di via del Corso, ha esposto quattro capolavori di Giuseppe Castiglione prestati per l'occasione dal Museo della Città Proibita di Pechino.



Fonti






venerdì 20 marzo 2015

Teodorico Pedrini, missione e musica alla corte di Kang Xi





Inviato a Pechino dal Papa in qualità di ambasciatore, Teodorico Pedrini, meno noto di Marco Polo e Matteo Ricci, è però stato ugualmente una figura fondamentale nell’integrazione culturale tra Cina e Italia.

Teodorico Pedrini, figlio del principale notaio di Fermo nelle Marche,  nato nel 1671, prese la tonsura nel 1687 e gli Ordini minori nel 1690. Frequentò l'Università di Fermo, laureandosi in Diritto Civile e Canonico il 26 giugno 1692. Nel dicembre 1897 ricevette il suddiaconato e nel marzo 1698 fu ordinato dapprima diacono e poco dopo  presbitero nella Basilica di San Giovanni in Laterano in Roma. A Roma il giovane Teodorico, insieme alla sua vocazione, incrementa anche la sua passione per la musica, che aveva coltivato quando studiava dai Padri Filippini a Fermo, sicuramente incontrando e forse seguendo le lezioni di Arcangelo Corelli, molto legato agli ambienti marchigiani della capitale.

Tournon
Parallelamente alla musica, la vita di Pedrini è scandita dai passaggi della sua vita di sacerdote e missionario. Il 24 febbraio 1698 entra nella Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli, fondata a Parigi nel 1625, chiamata anche dei Lazzaristi, due anni dopo prende i voti e poco dopo la Congregazione lo indica tra i possibili missionari per la Cina. Probabilmente in questa indicazione non fu estraneo il fatto che il Card. Carlo Maillard de Tournon, Legato Papale in Cina nel 1702, era procuratore a Roma del Vescovo di Fermo Cardinale Baldassarre Cenci.

Ed infatti, dietro mandato di Papa Clemente XI, marchigiano anche lui, nel Gennaio 1702 parte per la Cina, ma passando dall’altro lato del mondo, non secondo la rotta tradizionale intorno al Capo di Buona Speranza e poi Madagascar, India, la penisola di Malacca e Macao, ma andando in Francia e partendo da lì per l’America del Sud e quindi le Filippine. Si può pensare che prese la rotta “francese” piuttosto che quella “portoghese”, già marcando così metaforicamente il percorso di avvicinamento all’universo cinese da lui scelto, o a lui destinato. Ma in realtà non si tratta tanto di una metafora se si pensa che il transito "portoghese" comportava una preventiva accettazione delle direttive e dell'autorità del Re di Portogallo, il cosiddetto Padroado, che Pedrini, come si vedrà, non aveva alcuna intenzione di seguire.




Il suo viaggio, iniziato da Roma il 12 gennaio 1702, fu lunghissimo e avventuroso: attraverso la via francigena, fino a Siena e Livorno, quindi per nave a Tolone, e poi a Parigi. Benché selezionato per far parte della prima legazione papale del Patriarca Tournon, non riuscì ad incontrarlo e, dopo un anno e mezzo di permanenza a Parigi, il 26 dicembre 1703 partì con altri missionari da Saint-Malo su una nave francese diretta nell'America del sud. Il suo viaggio toccò la Terra del Fuoco, dove i passeggeri del “Saint Charles”, così si chiamava il galeone su cui viaggiava, passarono dei momenti piuttosto brutti tra le tempeste; e quindi il Cile e poi il Perù, dove arrivò solo alla fine del 1704 e rimase per più di un anno, ospite prima del Viceré Conte di Monclova e poi dei Filippini. Nel 1705 si recò in nave in Guatemala poi via terra fino in Messico; ma era troppo tardi per prendere il “Galeon de Manila” che viaggiava annualmente da Acapulco verso le Filippine; e dal momento che quello del 1706, come riferiscono le cronache, non partì affatto, dovette fermarsi ancora molto tempo, fino al marzo 1707, per effettuare il viaggio che lo portò a Manila, dove giunse solo il 9 agosto.

Nel frattempo il Legato Tournon, alla cui missione era destinato anche Pedrini, era arrivato in Cina già nel 1705 e lo stava cercando in giro per il mondo, rimproverandogli il suo ritardo. Ma non è che Teodorico non ci provasse. Nell’ottobre 1707 tenta di andare anche lui a Macao ma il mare lo rimanda indietro nelle Filippine; effettua un secondo vano tentativo nel 1708, e solo nel novembre 1709 riesce ad imbarcarsi per Macao, e sarà la volta buona.

Teodorico arriva a Macao il 5 gennaio del 1710. Finalmente è in terra di Cina, anche se molto portoghese, ma ben otto anni dopo essere partito! In Cina nel frattempo era successo tutto senza di lui, la missione di Tournon era fallita, c'erano stati decreti contrastanti tra l'Imperatore ed il Legato, che era ora ristretto in cattività e sarebbe morto di lì a pochi mesi, ed il suo collega lazzarista Ludovico Antonio Appiani era stato rinchiuso in una galera da cui sarebbe uscito solo nel 1726.

Teodorico, in una sua lettera del 1712, dissimula un comprensibile sospiro di sollievo dietro il ringraziamento alla Divina Provvidenza che, facendolo arrivare in clamoroso ritardo, gli aveva risparmiato queste brutte esperienze e lo aveva tenuto in vita, affinché proprio lui raccogliesse quel testimone e continuasse la missione di Cina. Con la morte di Tournon, cui anch'egli assistette nel giugno 1710, quando aveva 39 anni, più o meno esattamente nel mezzo della sua vita, inizia per Teodorico Pedrini quella che si può chiamare senza dubbio la sua seconda esistenza.
Kang Xi

Su designazione dello stesso Tournon, l’Imperatore Kang Xi lo chiamò a Pechino, non senza fargli prima studiare un po’ di cinese a Canton. A Pechino arrivò il 6 febbraio 1711, e lì si stabilì, concretizzando un doppio primato: fu il primo missionario lazzarista, ed il primo sacerdote non gesuita, a stabilirsi nella capitale cinese.

Quando si dice il caso: da quando Padre Matteo Ricci, partendo anche lui dalle Marche, giunse a Pechino nel 1601, nessun altro missionario non gesuita era riuscito ad avvicinarsi all’Imperatore. La vita di questi due preti, nati a una quarantina di chilometri di distanza l’uno dall’altro, doveva trovare un destino analogo, e in un certo senso - si vedrà - contrapposto, nello stesso luogo, alla stessa corte, ma ad un secolo e a migliaia di chilometri di distanza, o meglio, a “più di diecimila lì”, come diceva l’Imperatore.



Quando entrò nella grande sala del trono di Kang Xi. L’Imperatore stava seduto su una grande pedana coperta da un tappeto, vicino aveva un tavolino con tutto il necessario per scrivere, e “alla destra e alla sinistra vi stavano quattro gesuiti: cioé li padri Suarez, Stumpf, Parrenin, Giartù, con i piedi giunti e colle braccia pendenti, secondo richiede la modestia e rispetto della Cina” (scrive Matteo Ripa – un confratello - nel suo diario). Già da questo primo approccio con la corte, Teodorico deve aver messo a fuoco il rapporto dei missionari lì presenti con l’Imperatore e forse già immaginato i problemi a cui sarebbe andato incontro di lì a pochi anni.

E’ bene chiarire subito un aspetto: Teodorico Pedrini aveva un carattere un po’ ostico e spinoso. Era un tipo sincero ma intransigente, passionale ma severo; non è vero che fosse poco diplomatico, come da più parti si è sostenuto, sapeva quando era il momento di cedere. Aveva un notevole sense of humor e una grande cultura. Le sue lettere sono piene di citazioni dai classici, ma anche di sarcasmo e di battute di spirito e portate in giro. Se anche le persone a lui più vicine non poterono esimersi dal criticare alcuni suoi comportamenti forse impulsivi o draconiani, possiamo immaginare le critiche di chi invece era a lui avverso.

Ma per sua fortuna Pedrini godette subito della stima e dell’interesse di Kang Xi che, da principe aperto e colto quale era, volle vicino a sé il valente musicista finalmente giunto a Pechino più di due anni dopo la morte di Tomas Pereira, altro missionario musicista morto nel 1708, e gli affidò l’insegnamento di tre dei suoi numerosi figli e il compito di continuare l’opera lasciata incompiuta dal Pereira, e cioè il primo trattato di teoria musicale occidentale pubblicato in Cina: il LǜlǚZhèngyì-Xùbiān (律呂正義續編 - 1714), in seguito confluito nella monumentale opera enciclopedica, denominata Siku Quanshu, pubblicata integralmente nel 1781


Diventando precettore dei figli dell'imperatore, Pedrini acquisì grandi favori a corte ed il diritto di fregiarsi del titolo di docente presso la corte imperiale. Pedrini si occupò anche della costruzione e del restauro di strumenti musicali dell'Imperatore.
Scrive il confratello Matteo Ripa nel suo diario:“…andava il sig. Pedrini colla sua abilità nella musica […] sempre più crescendo nell’affetto di quel gran monarca, tanto che se avesse avuto meno fuoco e più prudenza […] avrebbe ottenuto da quel potentato tutto quello ch’avesse voluto…”.

Teodorico fu il primo missionario occidentale a parlare all'imperatore cinese del contenuto dei decreti papali in materia di riti cinesi; le sue relazioni riferiscono a Roma la reazione di pacifica tolleranza da parte di Kang Xi verso le decisioni papali; questo gli procurò l'ostilità dei missionari gesuiti, che erano contrari a tali decreti.

Le vicende dottrinali che investirono la missione in Cina tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento, ebbero infatti in Pedrini uno dei principali protagonisti. La cosiddetta “Controversia dei riti cinesi” riguardò il modo di intendere la pratica religiosa cristiana, specialmente in rapporto alle pratiche cinesi di derivazione confuciana, che i gesuiti, sulla scia dell'insegnamento di Matteo Ricci, erano disposti a tollerare per i cristiani convertiti.  [si trattava dei rituali di culto degli antenati (attraverso le  cosiddette "tavolette dei defunti"), in uso in Cina da secoli, dei riti legati ai cicli stagionali (riti equinoziali), e del nome con cui definire il Dio dei cristiani (“Tiān Zhu”, Signore del Cielo, “Shang Di”, Signore supremo, o “Tiān”, Cielo)]. Pedrini fu tra quei pochissimi missionari che in quel contesto rimasero sostenitori delle posizioni della Santa Sede, la quale ripetutamente aveva proibito  la commistione delle liturgie cristiane con le pratiche confuciane.


A partire dalla metà del ‘600 gli ordini predicatori prima ed i missionari di Propaganda poi, tra cui i Lazzaristi, sostennero una maggiore osservanza, pretendendo che si adottasse il solo nome “Tiān-zhu” per il Dio cristiano e non ammettendo i rituali di omaggio ai defunti nelle modalità tipiche della civiltà cinese, né la partecipazione ai riti stagionali di derivazione confuciana.
La Santa Sede fu investita diverse volte del problema e prese diverse decisioni nel corso del tempo: ad un primo decreto contrario del 1645, seguì un decreto tollerante del 1656. Nel 1693 il Vicario Apostolico del Fujian Charles Maigrot emanò una direttiva molto precisa e nettamente proibitiva di queste pratiche; fino a che Papa Clemente XI, con tre successivi atti (le Costituzioni Apostoliche del 1704 e del 1710, e la bolla Ex Illa Die del 1715) dichiarò la inammissibilità dei cosiddetti “Riti Cinesi” e impose a tutti i missionari di proibirli. La parola fine sulla discussione fu quindi posta da Benedetto XIV nel 1742 con la Bolla Ex Quo Singulari.

Questa divergenza di vedute fu il filo conduttore di tutta l'esperienza missionaria di Pedrini, che lo portò, tra alterne vicende, al drammatico episodio del 1721, quando, al termine della seconda legazione papale guidata da monsignor Carlo Ambrogio Mezzabarba, si rifiutò di firmare la relazione sugli eventi chiamata Diarium Mandarinorum, e fu per questo punito dall'imperatore e successivamente rinchiuso fino al 1723, nella casa dei gesuiti francesi di Pechino.
Yong Zheng
Il drammatico periodo terminò con la morte dell’Imperatore Kang Xi nel dicembre 1722, e con l’ascesa al trono di Yong Zheng, che era stato suo allievo e che, agli inizi del 1723, lo fece subito liberare.
Una delle sfaccettature del suo carattere vulcanico era una notevole dose di ironia e sarcasmo; come quello rivolto al fratello Priore di S.Michele Arcangelo: “S’ella vuol venire a starci [in Cina], e lasciar il boccone da Prete del suo Priorato, potrà qui ergersi a Priore, e Posteriore come vuole, stando solo; s’abbi cura però delle bastonate Cinesi, e delle Prigioni de’ Giesuiti; Io hò provato l’une, e le altre…” (Lettera al fratello Eraclito, 31 ottobre 1724, C.M. Roma).

Ma il periodo di “clausura” di Teodorico non fu infecondo: è proprio durante la detenzione che  Pedrini scrisse le uniche composizioni di musica occidentale conosciute in Cina nel XVIII secolo, le “Dodici Sonate a Violino Solo col Basso del Nepridi – Opera Terza”, il cui manoscritto originale è tutt'oggi conservato nella Biblioteca nazionale della Cina. Le musiche di Pedrini sono state incise nel 1996 dal gruppo francese XVIII-21 Musique des Lumières (ora XVII-21 Le Baroque Nomade), diretto da Jean-Chrisophe Frisch, con il titolo Concert Baroque à la Cité Interdite (CD ed. Audivis Astrée E 8609).


La redazione del trattato di teoria musicale, unitamente alle composizioni musicali rimaste in Cina, pone storicamente Teodorico Pedrini tra i principali artefici dell'introduzione della musica occidentale in Cina.

La prima preoccupazione di Teodorico, non appena riacquistata la libertà, fu quella di comprare una casa e di farne una residenza per i missionari di Propaganda Fide ed una chiesa. Giudicò insufficiente quella scelta da Matteo Ripa e per circa 1.900 taels ne acquistò una più grande, con sessanta stanze, lunga 270 piedi (circa 80 metri), nel quartiere di Xitang, lungo una grande strada di accesso ad ovest della Città Proibita, ed in questo luogo aprì la “sua” chiesa, dedicata alla Nostra Signora dei Sette Dolori. Era questo un altro piccolo ma importante primato stabilito da Pedrini, essendo la prima chiesa non gesuitica aperta a Pechino, sin dai tempi di Matteo Ricci, chiamata la “Chiesa dell’Ovest” (le altre essendo denominate Nantang “Chiesa del Sud”, Dongtang “la Chiesa dell’Est” e Beitang “la Chiesa del Nord”). Più tardi ebbe modo di riferire in una sua lettera, con un certo, peraltro comprensibile, compiacimento che tra i cristiani cinesi si diceva “andare alla chiesa di Pedrini” con il significato di ‘rispettare le Costituzioni della Santa Sede’ (lettera a Matteo Ripa del 4 settembre 1744).

Qian Long
Purtroppo, all’età di 59 anni, i suoi problemi non erano ancora finiti. Questa volta però non vennero dagli uomini, ma dalla natura. Il 30 settembre 1730 ci fu a Pechino un tremendo terremoto che fece più di centomila vittime, e danneggiò seriamente la chiesa-residenza così faticosamente costruita da Pedrini. La caparbietà del prete fermano trovò il modo di ricostruire la chiesa, ed il fatto che fosse concepita come una chiesa all’interno di una residenza missionaria, fornì all’imperatore Qian Long, il successore di Yong Zheng nel 1735, la scusa per non requisirla e eventualmente distruggerla, come fece con tutte le altre chiese cristiane in Cina, e questo perché il nuovo imperatore, il terzo nella vita di Pedrini, era stato molti anni prima suo allievo di musica e conservava ancora un affettuoso ricordo del suo maestro.
Ed infatti Qian Long lo richiamò a corte nel 1741, a riparare e riaccordare i vecchi clavicembali, e magari a fare ancora musica per lui. Ma Pedrini era ormai vecchio e stanco. A settant’anni passati, aveva visto passare otto Papi a Roma e tre Imperatori a Pechino, aveva sfidato la sorte e si era fatto molti nemici, ma aveva costruito una chiesa ed aveva anche molti fedeli i Cina ed a Roma   godeva di un prestigio incrollabile.

Negli ultimi tempi forse percepì i segni della fine di un’epoca: i suoi avversari, come i suoi amici, erano quasi tutti morti, ed anche la Compagnia di Gesù di lì a pochi anni sarebbe stata soppressa; ed allora chissà perché volle distruggere tutti i suoi documenti e tutte le lettere che sicuramente ricevette dall’Italia e in particolare da Fermo. Ed anche la sua chiesa – il “sogno di Pedrini” - fu distrutta nel 1811: quella che si vede oggi sulla Xizhimen è un rifacimento successivo.


Teodorico Pedrini morì, senza aver mai fatto ritorno in Italia, il 10 dicembre 1746 nella sua residenza di Xitang e fu sepolto a Pechino, nel cimitero di Propaganda Fide. La sua stele funeraria, presente a Pechino fino alla metà del secolo scorso, oggi non esiste più.
L’Istituto Confucio di Pisa ha sta promuovendo una serie di eventi sul tema della diffusione e integrazione tra due culture geograficamente e concettualmente lontane quali quella cinese e la nostra, uno dei quali è stato un concerto dell’Ensemble Alraune dal titolo “Un Violinista in Cina” interamente dedicato alla figura di Teodorico Pedrini.

Un concerto interessante che ha offerto uno spunto di riflessione sulla figura di Pedrini, che già 300 anni fa ha avvicinato due culture geograficamente molto lontane, quella italiana e quella cinese, e che sfida il luogo comune su come dialogare con la Cina” – spiega ad AgiChina Nicola Bellini, Co-Direttore dell’Istituto Confucio di Pisa e docente ed economista presso l’Università Sant’Anna di Pisa. Ma Pedrini rappresenta un punto di vista particolare nel tema dell’integrazione e contaminazione tra culture diverse. “La musica di Teodorico Pedrini  - continua Bellini –per quanto stampata, pubblicata e scritta in gran parte a Pechino, è una musica ostinatamente occidentale, che non entra in compromessi né acustici, né armonici con la Cina”. Pedrini diventa quindi “un ponte culturale importante nei confronti della Cina, ma un ponte che ha tenuto ben distinte le due culture e che non ha accettato la contaminazione” - spiega il direttore dell’Istituto Confucio di Pisa.

Sitografia: