Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

venerdì 20 marzo 2015

Teodorico Pedrini, missione e musica alla corte di Kang Xi





Inviato a Pechino dal Papa in qualità di ambasciatore, Teodorico Pedrini, meno noto di Marco Polo e Matteo Ricci, è però stato ugualmente una figura fondamentale nell’integrazione culturale tra Cina e Italia.

Teodorico Pedrini, figlio del principale notaio di Fermo nelle Marche,  nato nel 1671, prese la tonsura nel 1687 e gli Ordini minori nel 1690. Frequentò l'Università di Fermo, laureandosi in Diritto Civile e Canonico il 26 giugno 1692. Nel dicembre 1897 ricevette il suddiaconato e nel marzo 1698 fu ordinato dapprima diacono e poco dopo  presbitero nella Basilica di San Giovanni in Laterano in Roma. A Roma il giovane Teodorico, insieme alla sua vocazione, incrementa anche la sua passione per la musica, che aveva coltivato quando studiava dai Padri Filippini a Fermo, sicuramente incontrando e forse seguendo le lezioni di Arcangelo Corelli, molto legato agli ambienti marchigiani della capitale.

Tournon
Parallelamente alla musica, la vita di Pedrini è scandita dai passaggi della sua vita di sacerdote e missionario. Il 24 febbraio 1698 entra nella Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli, fondata a Parigi nel 1625, chiamata anche dei Lazzaristi, due anni dopo prende i voti e poco dopo la Congregazione lo indica tra i possibili missionari per la Cina. Probabilmente in questa indicazione non fu estraneo il fatto che il Card. Carlo Maillard de Tournon, Legato Papale in Cina nel 1702, era procuratore a Roma del Vescovo di Fermo Cardinale Baldassarre Cenci.

Ed infatti, dietro mandato di Papa Clemente XI, marchigiano anche lui, nel Gennaio 1702 parte per la Cina, ma passando dall’altro lato del mondo, non secondo la rotta tradizionale intorno al Capo di Buona Speranza e poi Madagascar, India, la penisola di Malacca e Macao, ma andando in Francia e partendo da lì per l’America del Sud e quindi le Filippine. Si può pensare che prese la rotta “francese” piuttosto che quella “portoghese”, già marcando così metaforicamente il percorso di avvicinamento all’universo cinese da lui scelto, o a lui destinato. Ma in realtà non si tratta tanto di una metafora se si pensa che il transito "portoghese" comportava una preventiva accettazione delle direttive e dell'autorità del Re di Portogallo, il cosiddetto Padroado, che Pedrini, come si vedrà, non aveva alcuna intenzione di seguire.




Il suo viaggio, iniziato da Roma il 12 gennaio 1702, fu lunghissimo e avventuroso: attraverso la via francigena, fino a Siena e Livorno, quindi per nave a Tolone, e poi a Parigi. Benché selezionato per far parte della prima legazione papale del Patriarca Tournon, non riuscì ad incontrarlo e, dopo un anno e mezzo di permanenza a Parigi, il 26 dicembre 1703 partì con altri missionari da Saint-Malo su una nave francese diretta nell'America del sud. Il suo viaggio toccò la Terra del Fuoco, dove i passeggeri del “Saint Charles”, così si chiamava il galeone su cui viaggiava, passarono dei momenti piuttosto brutti tra le tempeste; e quindi il Cile e poi il Perù, dove arrivò solo alla fine del 1704 e rimase per più di un anno, ospite prima del Viceré Conte di Monclova e poi dei Filippini. Nel 1705 si recò in nave in Guatemala poi via terra fino in Messico; ma era troppo tardi per prendere il “Galeon de Manila” che viaggiava annualmente da Acapulco verso le Filippine; e dal momento che quello del 1706, come riferiscono le cronache, non partì affatto, dovette fermarsi ancora molto tempo, fino al marzo 1707, per effettuare il viaggio che lo portò a Manila, dove giunse solo il 9 agosto.

Nel frattempo il Legato Tournon, alla cui missione era destinato anche Pedrini, era arrivato in Cina già nel 1705 e lo stava cercando in giro per il mondo, rimproverandogli il suo ritardo. Ma non è che Teodorico non ci provasse. Nell’ottobre 1707 tenta di andare anche lui a Macao ma il mare lo rimanda indietro nelle Filippine; effettua un secondo vano tentativo nel 1708, e solo nel novembre 1709 riesce ad imbarcarsi per Macao, e sarà la volta buona.

Teodorico arriva a Macao il 5 gennaio del 1710. Finalmente è in terra di Cina, anche se molto portoghese, ma ben otto anni dopo essere partito! In Cina nel frattempo era successo tutto senza di lui, la missione di Tournon era fallita, c'erano stati decreti contrastanti tra l'Imperatore ed il Legato, che era ora ristretto in cattività e sarebbe morto di lì a pochi mesi, ed il suo collega lazzarista Ludovico Antonio Appiani era stato rinchiuso in una galera da cui sarebbe uscito solo nel 1726.

Teodorico, in una sua lettera del 1712, dissimula un comprensibile sospiro di sollievo dietro il ringraziamento alla Divina Provvidenza che, facendolo arrivare in clamoroso ritardo, gli aveva risparmiato queste brutte esperienze e lo aveva tenuto in vita, affinché proprio lui raccogliesse quel testimone e continuasse la missione di Cina. Con la morte di Tournon, cui anch'egli assistette nel giugno 1710, quando aveva 39 anni, più o meno esattamente nel mezzo della sua vita, inizia per Teodorico Pedrini quella che si può chiamare senza dubbio la sua seconda esistenza.
Kang Xi

Su designazione dello stesso Tournon, l’Imperatore Kang Xi lo chiamò a Pechino, non senza fargli prima studiare un po’ di cinese a Canton. A Pechino arrivò il 6 febbraio 1711, e lì si stabilì, concretizzando un doppio primato: fu il primo missionario lazzarista, ed il primo sacerdote non gesuita, a stabilirsi nella capitale cinese.

Quando si dice il caso: da quando Padre Matteo Ricci, partendo anche lui dalle Marche, giunse a Pechino nel 1601, nessun altro missionario non gesuita era riuscito ad avvicinarsi all’Imperatore. La vita di questi due preti, nati a una quarantina di chilometri di distanza l’uno dall’altro, doveva trovare un destino analogo, e in un certo senso - si vedrà - contrapposto, nello stesso luogo, alla stessa corte, ma ad un secolo e a migliaia di chilometri di distanza, o meglio, a “più di diecimila lì”, come diceva l’Imperatore.



Quando entrò nella grande sala del trono di Kang Xi. L’Imperatore stava seduto su una grande pedana coperta da un tappeto, vicino aveva un tavolino con tutto il necessario per scrivere, e “alla destra e alla sinistra vi stavano quattro gesuiti: cioé li padri Suarez, Stumpf, Parrenin, Giartù, con i piedi giunti e colle braccia pendenti, secondo richiede la modestia e rispetto della Cina” (scrive Matteo Ripa – un confratello - nel suo diario). Già da questo primo approccio con la corte, Teodorico deve aver messo a fuoco il rapporto dei missionari lì presenti con l’Imperatore e forse già immaginato i problemi a cui sarebbe andato incontro di lì a pochi anni.

E’ bene chiarire subito un aspetto: Teodorico Pedrini aveva un carattere un po’ ostico e spinoso. Era un tipo sincero ma intransigente, passionale ma severo; non è vero che fosse poco diplomatico, come da più parti si è sostenuto, sapeva quando era il momento di cedere. Aveva un notevole sense of humor e una grande cultura. Le sue lettere sono piene di citazioni dai classici, ma anche di sarcasmo e di battute di spirito e portate in giro. Se anche le persone a lui più vicine non poterono esimersi dal criticare alcuni suoi comportamenti forse impulsivi o draconiani, possiamo immaginare le critiche di chi invece era a lui avverso.

Ma per sua fortuna Pedrini godette subito della stima e dell’interesse di Kang Xi che, da principe aperto e colto quale era, volle vicino a sé il valente musicista finalmente giunto a Pechino più di due anni dopo la morte di Tomas Pereira, altro missionario musicista morto nel 1708, e gli affidò l’insegnamento di tre dei suoi numerosi figli e il compito di continuare l’opera lasciata incompiuta dal Pereira, e cioè il primo trattato di teoria musicale occidentale pubblicato in Cina: il LǜlǚZhèngyì-Xùbiān (律呂正義續編 - 1714), in seguito confluito nella monumentale opera enciclopedica, denominata Siku Quanshu, pubblicata integralmente nel 1781


Diventando precettore dei figli dell'imperatore, Pedrini acquisì grandi favori a corte ed il diritto di fregiarsi del titolo di docente presso la corte imperiale. Pedrini si occupò anche della costruzione e del restauro di strumenti musicali dell'Imperatore.
Scrive il confratello Matteo Ripa nel suo diario:“…andava il sig. Pedrini colla sua abilità nella musica […] sempre più crescendo nell’affetto di quel gran monarca, tanto che se avesse avuto meno fuoco e più prudenza […] avrebbe ottenuto da quel potentato tutto quello ch’avesse voluto…”.

Teodorico fu il primo missionario occidentale a parlare all'imperatore cinese del contenuto dei decreti papali in materia di riti cinesi; le sue relazioni riferiscono a Roma la reazione di pacifica tolleranza da parte di Kang Xi verso le decisioni papali; questo gli procurò l'ostilità dei missionari gesuiti, che erano contrari a tali decreti.

Le vicende dottrinali che investirono la missione in Cina tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento, ebbero infatti in Pedrini uno dei principali protagonisti. La cosiddetta “Controversia dei riti cinesi” riguardò il modo di intendere la pratica religiosa cristiana, specialmente in rapporto alle pratiche cinesi di derivazione confuciana, che i gesuiti, sulla scia dell'insegnamento di Matteo Ricci, erano disposti a tollerare per i cristiani convertiti.  [si trattava dei rituali di culto degli antenati (attraverso le  cosiddette "tavolette dei defunti"), in uso in Cina da secoli, dei riti legati ai cicli stagionali (riti equinoziali), e del nome con cui definire il Dio dei cristiani (“Tiān Zhu”, Signore del Cielo, “Shang Di”, Signore supremo, o “Tiān”, Cielo)]. Pedrini fu tra quei pochissimi missionari che in quel contesto rimasero sostenitori delle posizioni della Santa Sede, la quale ripetutamente aveva proibito  la commistione delle liturgie cristiane con le pratiche confuciane.


A partire dalla metà del ‘600 gli ordini predicatori prima ed i missionari di Propaganda poi, tra cui i Lazzaristi, sostennero una maggiore osservanza, pretendendo che si adottasse il solo nome “Tiān-zhu” per il Dio cristiano e non ammettendo i rituali di omaggio ai defunti nelle modalità tipiche della civiltà cinese, né la partecipazione ai riti stagionali di derivazione confuciana.
La Santa Sede fu investita diverse volte del problema e prese diverse decisioni nel corso del tempo: ad un primo decreto contrario del 1645, seguì un decreto tollerante del 1656. Nel 1693 il Vicario Apostolico del Fujian Charles Maigrot emanò una direttiva molto precisa e nettamente proibitiva di queste pratiche; fino a che Papa Clemente XI, con tre successivi atti (le Costituzioni Apostoliche del 1704 e del 1710, e la bolla Ex Illa Die del 1715) dichiarò la inammissibilità dei cosiddetti “Riti Cinesi” e impose a tutti i missionari di proibirli. La parola fine sulla discussione fu quindi posta da Benedetto XIV nel 1742 con la Bolla Ex Quo Singulari.

Questa divergenza di vedute fu il filo conduttore di tutta l'esperienza missionaria di Pedrini, che lo portò, tra alterne vicende, al drammatico episodio del 1721, quando, al termine della seconda legazione papale guidata da monsignor Carlo Ambrogio Mezzabarba, si rifiutò di firmare la relazione sugli eventi chiamata Diarium Mandarinorum, e fu per questo punito dall'imperatore e successivamente rinchiuso fino al 1723, nella casa dei gesuiti francesi di Pechino.
Yong Zheng
Il drammatico periodo terminò con la morte dell’Imperatore Kang Xi nel dicembre 1722, e con l’ascesa al trono di Yong Zheng, che era stato suo allievo e che, agli inizi del 1723, lo fece subito liberare.
Una delle sfaccettature del suo carattere vulcanico era una notevole dose di ironia e sarcasmo; come quello rivolto al fratello Priore di S.Michele Arcangelo: “S’ella vuol venire a starci [in Cina], e lasciar il boccone da Prete del suo Priorato, potrà qui ergersi a Priore, e Posteriore come vuole, stando solo; s’abbi cura però delle bastonate Cinesi, e delle Prigioni de’ Giesuiti; Io hò provato l’une, e le altre…” (Lettera al fratello Eraclito, 31 ottobre 1724, C.M. Roma).

Ma il periodo di “clausura” di Teodorico non fu infecondo: è proprio durante la detenzione che  Pedrini scrisse le uniche composizioni di musica occidentale conosciute in Cina nel XVIII secolo, le “Dodici Sonate a Violino Solo col Basso del Nepridi – Opera Terza”, il cui manoscritto originale è tutt'oggi conservato nella Biblioteca nazionale della Cina. Le musiche di Pedrini sono state incise nel 1996 dal gruppo francese XVIII-21 Musique des Lumières (ora XVII-21 Le Baroque Nomade), diretto da Jean-Chrisophe Frisch, con il titolo Concert Baroque à la Cité Interdite (CD ed. Audivis Astrée E 8609).


La redazione del trattato di teoria musicale, unitamente alle composizioni musicali rimaste in Cina, pone storicamente Teodorico Pedrini tra i principali artefici dell'introduzione della musica occidentale in Cina.

La prima preoccupazione di Teodorico, non appena riacquistata la libertà, fu quella di comprare una casa e di farne una residenza per i missionari di Propaganda Fide ed una chiesa. Giudicò insufficiente quella scelta da Matteo Ripa e per circa 1.900 taels ne acquistò una più grande, con sessanta stanze, lunga 270 piedi (circa 80 metri), nel quartiere di Xitang, lungo una grande strada di accesso ad ovest della Città Proibita, ed in questo luogo aprì la “sua” chiesa, dedicata alla Nostra Signora dei Sette Dolori. Era questo un altro piccolo ma importante primato stabilito da Pedrini, essendo la prima chiesa non gesuitica aperta a Pechino, sin dai tempi di Matteo Ricci, chiamata la “Chiesa dell’Ovest” (le altre essendo denominate Nantang “Chiesa del Sud”, Dongtang “la Chiesa dell’Est” e Beitang “la Chiesa del Nord”). Più tardi ebbe modo di riferire in una sua lettera, con un certo, peraltro comprensibile, compiacimento che tra i cristiani cinesi si diceva “andare alla chiesa di Pedrini” con il significato di ‘rispettare le Costituzioni della Santa Sede’ (lettera a Matteo Ripa del 4 settembre 1744).

Qian Long
Purtroppo, all’età di 59 anni, i suoi problemi non erano ancora finiti. Questa volta però non vennero dagli uomini, ma dalla natura. Il 30 settembre 1730 ci fu a Pechino un tremendo terremoto che fece più di centomila vittime, e danneggiò seriamente la chiesa-residenza così faticosamente costruita da Pedrini. La caparbietà del prete fermano trovò il modo di ricostruire la chiesa, ed il fatto che fosse concepita come una chiesa all’interno di una residenza missionaria, fornì all’imperatore Qian Long, il successore di Yong Zheng nel 1735, la scusa per non requisirla e eventualmente distruggerla, come fece con tutte le altre chiese cristiane in Cina, e questo perché il nuovo imperatore, il terzo nella vita di Pedrini, era stato molti anni prima suo allievo di musica e conservava ancora un affettuoso ricordo del suo maestro.
Ed infatti Qian Long lo richiamò a corte nel 1741, a riparare e riaccordare i vecchi clavicembali, e magari a fare ancora musica per lui. Ma Pedrini era ormai vecchio e stanco. A settant’anni passati, aveva visto passare otto Papi a Roma e tre Imperatori a Pechino, aveva sfidato la sorte e si era fatto molti nemici, ma aveva costruito una chiesa ed aveva anche molti fedeli i Cina ed a Roma   godeva di un prestigio incrollabile.

Negli ultimi tempi forse percepì i segni della fine di un’epoca: i suoi avversari, come i suoi amici, erano quasi tutti morti, ed anche la Compagnia di Gesù di lì a pochi anni sarebbe stata soppressa; ed allora chissà perché volle distruggere tutti i suoi documenti e tutte le lettere che sicuramente ricevette dall’Italia e in particolare da Fermo. Ed anche la sua chiesa – il “sogno di Pedrini” - fu distrutta nel 1811: quella che si vede oggi sulla Xizhimen è un rifacimento successivo.


Teodorico Pedrini morì, senza aver mai fatto ritorno in Italia, il 10 dicembre 1746 nella sua residenza di Xitang e fu sepolto a Pechino, nel cimitero di Propaganda Fide. La sua stele funeraria, presente a Pechino fino alla metà del secolo scorso, oggi non esiste più.
L’Istituto Confucio di Pisa ha sta promuovendo una serie di eventi sul tema della diffusione e integrazione tra due culture geograficamente e concettualmente lontane quali quella cinese e la nostra, uno dei quali è stato un concerto dell’Ensemble Alraune dal titolo “Un Violinista in Cina” interamente dedicato alla figura di Teodorico Pedrini.

Un concerto interessante che ha offerto uno spunto di riflessione sulla figura di Pedrini, che già 300 anni fa ha avvicinato due culture geograficamente molto lontane, quella italiana e quella cinese, e che sfida il luogo comune su come dialogare con la Cina” – spiega ad AgiChina Nicola Bellini, Co-Direttore dell’Istituto Confucio di Pisa e docente ed economista presso l’Università Sant’Anna di Pisa. Ma Pedrini rappresenta un punto di vista particolare nel tema dell’integrazione e contaminazione tra culture diverse. “La musica di Teodorico Pedrini  - continua Bellini –per quanto stampata, pubblicata e scritta in gran parte a Pechino, è una musica ostinatamente occidentale, che non entra in compromessi né acustici, né armonici con la Cina”. Pedrini diventa quindi “un ponte culturale importante nei confronti della Cina, ma un ponte che ha tenuto ben distinte le due culture e che non ha accettato la contaminazione” - spiega il direttore dell’Istituto Confucio di Pisa.

Sitografia:





martedì 9 dicembre 2014

Il grande Kublai Khan sconfitto dai … Kamikaze!




Kamikaze: questa parola l’abbiamo sentita associata agli attacchi suicidi dei piloti giapponesi contro le navi americane durante la seconda guerra mondiale: oggi si continua a parlarne riferendosi agli attentati terroristici nel Medio Oriente. Non tutti sanno il significato di questa parola e pochi ne sanno l’origine, che risale ad un antico conflitto tra mongoli e giapponesi svoltosi nel 1200.
E’ dell’anno scorso la notizia che un’équipe di archeologi napoletani ha ritrovato, nei fondali al largo della piccola isola di Takashima, parte della flotta dell’imperatore Kublai Khan, nipote del condottiero mongolo Gengis Khan. L’area si trova a sud del Giappone e più precisamente nell’isola del Kyushu, nei pressi della baia di Hakata, che per ben due volte fu scelta dai Mongoli come area idonea per l’invasione del paese nipponico, in quanto sede del “Korokan” (il palazzo Imperiale).

La spedizione Italo – nipponica, dopo due anni di incessanti ricerche, condotte dall’archeologo Daniele Petrella, direttore dell’Iriae (international research institute of archaeology and etnology) e dal prof. Hayashida Kenzo presidente e fondatore dell’Ariua (asian research institute of underwater archaeology), con la partecipazione del prof. Sebastiano Tusa della soprintendenza del mare della regione Sicilia, è riuscita ad individuare ed a riportare alla luce parte della flotta salpata dall’antica Happo (Corea) e spazzata via da un tifone il 15 agosto del 1281. Il violento impatto frantumò gli scafi delle navi che affondarono l’una dopo l’altra, ricoprendo il fondale dell’isola. Dopo più di 600 anni, i tesori custoditi sulle imbarcazioni sono tornati alla luce. Anfore, armi, elmi, ed armature ancora rinchiuse all’interno di solidi bauli hanno raccontato agli archeologi la tragedia di quel giorno. Il ritrovamento è di quelli veramente importanti che vanno a conferma delle cronache e delle leggende antiche. Un po’ come il ritrovamento della città di Troia, considerata un mito non storico fino a quando Schlieman non la riportò alla luce ed alla storia. Anche in questo caso il contributo degli italiani alla conoscenza dell’Estremo Oriente è stato rilevante… ma vediamo i fatti.

Kublai Khan (1215-1294), gran khan dei mongoli, primo imperatore della dinastia mongola Yuan della Cina. Nipote di Gengis Khan, portò a termine la conquista della Cina iniziata dal nonno. Dal 1252 al 1259 aiutò il fratello Mongke Khan a conquistare la Cina meridionale, penetrando fino in Tibet e nel Tonchino. Alla morte di Mongke (1259), Kublai gli succedette nella carica di khan. Nel 1264 fondò una nuova capitale nel luogo dell'attuale Pechino, chiamandola Khanbalik (o Cambaluc, cioè “città del Khan”, come riporta Marco Polo che visse ben 17 anni alla sua corte). La fama della potenza di Kublai Khan si diffuse in tutta l'Asia e in Europa: la sua corte, che assimilò molti caratteri della civiltà cinese, esercitò un grande fascino e attirò numerosi mercanti e viaggiatori da tutto il mondo. Nell'impero fiorirono il commercio, la letteratura e le arti; Kublai elevò il buddhismo a religione di stato, permettendo tuttavia la professione di altre fedi religiose.

Ma la smania espansionistica del khan non aveva pace: Kublai con alcune campagne militari tra il 1276 e il 1279 sconfisse la dinastia Song che regnava nella Cina meridionale e ne acquisì i territori. Dopo avere conquistato lo Yunnan e il Goryeo (Corea), sotto la pressione dei suoi consiglieri mongoli, tentò la conquista di  Birmania, Vietnam, Giava e Giappone, ma non fu altrettanto fortunato.
Il prodromo fu l'invio in Giappone di un ambasciatore ufficiale con la richiesta di sottomissione: il messaggio fu respinto e la prima invasione ebbe quindi luogo nel 1274, quando una flotta di un migliaio di navi e una forza di 45.000 uomini furono inviate verso il nord verso l'isola di Kyushu allo scopo di tentarne la conquista. Ma un violento tifone decimò la spedizione, costringendola a tornare indietro.

Nel 1279, Kublai Khan decise di mandare nuovamente un inviato per contrattare la resa giapponese. In quel momento Hojo Tokimune, reggente del settimo shogun, non solamente rifiutò la resa, ma fece decapitare i 5 emissari mongoli a Kamakura. Furioso, Kublai nel 1281 attaccò Fukuoka, con un esercito rinforzato (140.000 soldati e 4.000 navi). I combattenti giapponesi erano 40.000, troppo pochi per fronteggiarli, ma nonostante questo, le forze mongole trovarono una resistenza impenetrabile, non riuscendo a conquistare una posizione sicura. I giapponesi infatti, erano preparati per contrastare l’invasione e avevano costruito un muro alto alcuni metri sull'isola dov'era previsto che i mongoli toccassero terra, onde impedire ai loro cavalli di sbarcare con facilità. Dopo 50 giorni di lotte e scontri, il Giappone ancora resisteva ai loro invasori. Eppure la superiorità dei Mongoli non tardò a farsi sentire neanche questa volta: i samurai giapponesi, infatti, combattevano con la concezione di uno-contro-uno, mentre i Mongoli erano abituati ad utilizzare tecniche più sofisticate, i loro archi potevano lanciare lontano il doppio, e in più facevano uso dell'esplosivo, mai visto prima di allora dai giapponesi. 


Questa volta gli invasori erano destinati a risolvere il conflitto in loro favore. Di fronte a tutte queste difficoltà e la fine oramai prossima, lo shogunato Hojo aveva persuaso l'imperatore a chiedere a ogni santuario del paese di pregare  affinché un intervento divino li aiutasse ad uscire vincitori da quella situazione ormai disperata. All'improvviso, mentre i Mongoli stavano preparando un nuovo campo base a Takashima, un altro ciclone si alzò del tutto inavvertitamente e spazzò via le navi nemiche, affondandone molte e uccidendo più di 100,000 mongoli.


Secondo quanto vuole la leggenda, quel tifone si scatenò esattamente nello stesso momento in cui l'imperatore invocava in preghiera la dea del sole Amaterasu, supplicandola di salvare il suo popolo. Il tifone fu visto, quindi, come un intervento divino e perciò chiamato "kamikaze" che in giapponese significa, appunto, "vento divino". (Kami che significa "Dio" e kaze che significa "vento, tempesta".)

P.S.
Per la cronaca, anche la parola “tifone” che indica le tempeste tropicali che hanno luogo nel Pacifico settentrionale e nel mare della Cina (dette “uragani” nell’Atlantico e “cicloni” nell’Oceano Indiano) deriva dal cinese 太風, “tai feng” che diventò per assonanza “typhoon” in inglese, da cui la parola “tifone”, che significa appunto “fortissimo vento”.
La parola “kamikaze”, nella scrittura giapponese mutuata dal cinese, è 神風 sheng feng” che significa appunto, al di là della diversa pronuncia, “vento divino”.

 Fonti:


domenica 9 febbraio 2014

A proposito di inondazioni: guardate cosa sapevano fare gli antichi ingegneri cinesi!




Il Diluvio universale  è la storia mitologica di una grande inondazione mandata da una o più divinità per distruggere la civiltà come atto di punizione divina. È un tema ricorrente in molte varie culture, anche se probabilmente la più conosciuta dalle nostre parti è il racconto biblico dell'Arca di Noè. La diffusione di un simile mitologema in culture molto diverse ha suggerito che possa esistere un fondamento di realtà; un'antica catastrofe che, magari ingigantita e mitizzata, è giunta fino a noi, dapprima tramite la tradizione orale, poi grazie agli scritti antichi.

Anche la Cina non è immune da questo mito , che poi tanto mito non è in quanto da sempre è soggetta alla furia degli elementi. Le antiche civiltà cinesi concentrate attorno al Fiume Giallo, vicino alla odierna Xian, credevano che le alluvioni del fiume fossero causate da draghi (rappresentanti dei) che vivevano nel fiume, quando si arrabbiavano per gli errori commessi dagli uomini. 

Esistono molte fonti di leggendarie alluvioni nell'antica letteratura cinese. Alcune appaiono come un diluvio mondiale, ma molte versioni vengono riportate come inondazioni locali - un certo numero di esse ha come tema l'alluvione causata da dei ostili; altre sono basate su eventi storici. 

Il primo capitolo del Classico dei documenti (Shujing, la più antica opera storica cinese, e uno dei principali Classici confuciani); è il capitolo Tributo di Yu (Yugong, V-III sec. a.C.) del In esso si racconta come Yu il Grande abbia messo ordine nel mondo terrestre, dopo aver asciugato le acque della Grande inondazione: "Yu disegnò le terre, aprì le strade attraverso le montagne, tagliò gli alberi, stabilì gli alti monti [e] i grandi fiumi.”

Questa leggenda racconta che nella remota antichità cinese le inondazioni imperversarono per ben 22 anni. La terra diventò un mare che sommerse tutti i cereali. La popolazione senza tetto e cibo era attaccata dalle belve, e il suo numero si ridusse rapidamente. Il mitico re Yao, molto preoccupato, chiamò i capi delle varie tribù a discutere la soluzione del problema. Quindi fu deciso di mandare Gun a domare le acque. Ricevuto l’ordine, Gun si raccolse a pensare su come affrontare l’inondazione, ricordando alla fine il detto :

«Di fronte ai soldati, intervengono gli ufficiali, di fronte alle acque, intervengono i cumoli di terra.»

pensò che con la costruzione di alte dighe intorno ai villaggi sarebbe stato possibile affrontare le inondazioni. Tuttavia di fronte alle immense acque, dove si potevano trovare tante pietre e terra per costruire grandi dighe? Ed ecco che dalle acque emerse una tartaruga divina che disse a Gun :

«In cielo si trova un tesoro chiamato Xirang; se riesci a impadronirtene e a gettarlo sulla terra, crescerà subito, diventando un monte e creando dighe».

Molto felice, Gun salutò la tartaruga e andò verso il lontano Occidente. Superate migliaia di difficoltà, Gun arrivò finalmente al Monte Kunlun. Incontrato l’Imperatore Celeste Huangdi, gli chiese di regalargli il tesoro Xirang per domare la furia delle acque e salvare la popolazione. Tuttavia l’imperatore rifiutò la sua richiesta. Avendo a cuore la sua gente afflitta dalle inondazioni, approfittando della disattenzione di una guardia, Gun rubò il tesoro Xirang e tornato in Cina lo gettò subito nell’acqua. In effetti il Xirang crebbe subito e rapidamente, e se le acque aumentavano di un metro, cresceva di un metro e se le acque aumentavano di dieci metri, cresceva di dieci metri; grazie a ciò le acque furono rapidamente isolate dalle dighe, la popolazione si liberò dall’accerchiamento ed i contadini ricominciarono gioiosamente a lavorare la terra.

Ma saputo del furto del Xirang da parte di Gun, l’Imperatore Celeste inviò subito soldati e ufficiali celesti sulla terra a ricuperarlo. Una volta scomparso il Xirang, le acque di inondazione tornarono subito, distruggendo le dighe e i campi coltivati. Molti contadini annegarono, perdendo la vita. Il re Yao si infuriò, pubblicando il decreto:

«Gun sa solo costruire dighe per resistere alle acque, tuttavia una volta che le dighe siano distrutte, il danno è ancora maggiore. Egli ha domato le acque per nove anni, senza alcun successo, per cui deve morire!».

Il re Yao imprigionò Gun sul Monte Yu e dopo tre anni lo fece uccidere. Dopo 20 anni, il re Yao passò il trono a Shun che ordinò a Yu, figlio di Gun, di continuare la lotta alle acque.

Yu  all’inizio copiò il metodo del padre: tuttavia dopo la costruzione di dighe, la potenza delle acque di inondazione ostruite diventò maggiore, rompendo subito gli argini. Ma le forze sacre fecero dono a Yu del Libro delle Acque (Shui Jing) e così Yu capì la ragione dei suoi fallimenti:

«Solo l’ostruzione è impraticabile; dove è necessaria occorre procedere, ma dove si rende utile lo scarico, occorre farlo.»

Si dice che con la forza celeste Yu abbia tagliato il Monte Longmen [Porta del Drago] in modo che le acque del Fiume Giallo scorressero direttamente dai precipizi, formando così la Gola di Longmen; sul corso inferiore tagliò inoltre a pezzi un monte che ostacolava il corso del fiume, le cui acque si diressero tortuosamente verso il Mare Orientale, formando la Gola di Sanmenxia. Da migliaia di anni, le Gole di Longmen e di Sanmenxia sul Fiume Giallo sono famose per le loro acque impetuose e i meravigliosi paesaggi.
Per ringraziare Yu, la popolazione lo propose come re; anche il re Shun passò volentieri il trono a Yu per i suoi meriti nel controllo delle inondazioni: da quella volta fu chiamato Yu il Grande (Da Yu).
Nella società primitiva,  la gente cercò con tutti i mezzi di lottare contro le inondazioni, esprimendo nei miti l’ardente desiderio di vincere le calamità naturali. Gun e Yu sono eroi mitizzati per rappresentare gli auspici popolari. Nel contempo in queste storie mitiche, le esperienze e difficoltà provate da Gun e Yu nel controllo delle acque costituiscono le ardue esperienze popolari di lotta alle inondazioni. Finalmente contando sulla saggezza venne sintetizzato il metodo di controllo delle acque, ossia “combinazione di ostruzione e scarico”. 

Questa la leggenda: ora vediamo la storia:

Durante il periodo degli Stati Combattenti (406-221 a.C.) le popolazioni che vivevano lungo gli argini del fiume Min subivano quasi ogni anno pesanti alluvioni. Il governatore dello stato di Shu, [oggi area limitrofa a Chengdu, capitale della provincia del Sichuan] tale Li Bing, investigò sulle cause di questi disastri ambientali e scoprì che il fiume si ingrossava in primavera  a causa dello scioglimento delle nevi delle vicine montagne: quando le piene arrivavano a valle distruggevano gli argini e provocavano disastrose inondazioni.

Una possibile soluzione poteva essere la costruzione di una diga, ma questo avrebbe impedito di tenere aperta la via d’acqua per il trasporto di vettovaglie ai militari che difendevano le frontiere a nord-ovest del regno: Li Bing ricevette 100.000 tael d’argento per la realizzazione del progetto dal Re Zhao di Qin con cui avviò un cantiere di decine di migliaia di operai. Ed ecco il progetto: l’idea originale di Li Bing  consiste di tre componenti che cooperano per evitare le inondazioni e fornire irrigazione ai campi.



Lo sbarramento Yuzui (Bocca di Pesce) che prende il nome dalla sua forma conica, è un terrapieno artificiale che divide  il flusso in due vie parallele: quella interna è stretta e profonda mentre quella esterna è meno profonda ma più ampia: questa conformazione fa sì che la via interna faccia passare la maggior parte delle acque nel sistema di irrigazione durante la stagione secca, mentre durante le piene il flusso si allarga sulla via esterna che fa defluire la maggior parte delle acque; inoltre la sua forma incurvata – posta in un ansa del fiume - ha la funzione di convogliare I sedimenti trasportati dalle acque nel canale esterno, lasciano fluire le acque con minore concentrazione di detriti nel canale interno.

Lo sbarramento Feishan [Sabbia Volante] detta anche Porta delle Inondazioni, collega i flussi interno ed esterno regolando la portata del canale interno in caso di eccesso evitando così il rischio di inondazioni.

Il Canale Baopingkou  [Collo di Bottiglia] , scavato nel fianco del monte, è la parte conclusiva del sistema: il canale distribuisce l’acqua alle fattorie, mentre lo stretto ingresso - da cui il nome – lavora come porta di controllo, creando un flusso vorticoso che spinge via l’eccesso di acqua oltre la diga Feishan.

L’isola artificiale fu costruita con un ingegnoso sistema di ceste di bamboo riempite di pietre fissate al terreno con dei tripodi di tronchi di legno. Ci vollero quattro anni per finire l’impresa…

Anche lo scavo del canale sul monte Yulei fu  una grande sfida tecnologica per Li Bing: a quei tempi non era ancora stata scoperta la polvere da sparo per frantumare le rocce: fu così che con un ingegnoso metodo di riscaldamento col fuoco e raffreddamento successivo son l’acqua si riuscì a rendere le rocce del monte meno dure e quindi frantumabili più facilmente: ci vollero comunque ben otto anni di lavoro per ricavare un canale largo 20 metri nel fianco del monte.

Finta l’impresa, finirono le alluvioni: non solo ma il nuovo sistema di irrigazione delle campagne della provincia di Chengdu, comportò un tale aumento di produzione agricola da meritare il soprannome a quelle zone di “Regno dell’ Abbondanza”.

Oggi Dujianyan – più volte modificato e potenziato nel corso dei secoli - è diventato una attrazione turistica: ma  questo progetto è ammirato da tutti gli scienziati del mondo per una sua caratteristica peculiare. Al posto delle soluzioni moderne di costruire dighe, che bloccano il flusso naturale delle acque, accumulando detriti negli invasi e impediscono la fisiologia del fiume come la possibilità dei pesci di risalirne il corso per riprodursi.

Quest'opera provvede ancor oggi ai bisogni idrici della città  di Chengdu e provvede irrigazione a più di 5000 Km2  di campagne nella provincia del Sichuan.

Nel 2000 il sistema di irrigazione del Dujiangyan è stato inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, e proprio in quell’anno, mentre lavoravo a Chengdu, andai a visitare un fine settimana il complesso di Dujiangyan. Devo dire la verità che quella volta non avevo capito bene il valore dell’opera, tuttavia ero rimasto impressionato dalla quantità dei visitatori.


Ma ecco la cosa che mi ha più colpito: vicino alla riva del fiume si trova un maestoso tempio, il Tempio Erwang [cioè dei Due Re].
Nella stanza principale si erge una grande statua con ai piedi i bracieri per l’incenso votivo: alla mia richiesta di quale fosse la divinità a cui il tempio era dedicato, la guida mi ha risposto meravigliata: “ma questo è il tempio è dedicato alla memoria di Li Bing  e di suo figlio!”.


Che meraviglia! Solo in Cina si arriva a divinizzare un…ingegnere!


Fonti