Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

lunedì 20 giugno 2011

Ujöp, il missionario ladino che amò la Cina più delle sue montagne

« Io amo la Cina e i cinesi;
voglio morire in mezzo a loro,
e tra loro essere sepolto »
Josef Freinademetz


Nel libro dei battesimi della parrocchia di Oies, un piccolo maso di cinque case della Val Badia, nell'Alto Adige, si trovano altre dizioni di questo cognome: «Freina de mezz», «Freina d’Mezz» «Frenademetz», etc. Il nome stesso significherebbe “In mezzo ad una frana”. L’accento poggia sulla prima sillaba: Fréi-nademetz.
Figlio dei contadini Giovanni Mattia Freinademetz e Anna Maria Algrang. Josef Freinademetz è nato il 15 aprile 1852 col nome di Giuseppe, ladino “Ujöp”, come quarto di tredici figli, dei quali quattro erano morti subito dopo il parto. Il padre non era ricco: per il lavoro dei campi e per i trasporti c'era un cavallo, inoltre una mezza dozzina di bovini, qualche maiale da macellare o da vendere. Si faceva uso di poca carne e di solito solamente la domenica. Per il resto ci si nutriva di minestre di farina, di orzo e si faceva molto uso di fagioli e di patate. Infatti la magra terra a quell'altitudine e con quel clima non produceva altro. La vita quotidiana della famiglia era profondamente radicata nella tradizione cattolica. La giornata cominciava con l'Angelus e terminava con la recita del rosario davanti all'altare domestico. In questa atmosfera di fede visse Ujöp Freinademetz nella casa paterna. Fede viva e amore cristiano verso il prossimo, imparati e vissuti nella casa paterna, sono stati una forte base per la sua futura vocazione.

Completati gli studi nel seminario di Bressanone, il 25 luglio 1875 è stato ordinato Sacerdote, e come primo servizio pastorale fu nominato Cooperatore nella parrocchia di San Martino in Badia. Durante gli studi e la sua permanenza a San Martino, Freinademetz maturò la scelta di diventare missionario. Con l'assenso del vescovo e della famiglia nell'agosto 1878 si trasferì a Steyl, nei Paesi Bassi presso la sede centrale della Società del Verbo Divino, fondata pochi anni prima da Arnold Janssen.

Il 2 marzo 1879 Josef, che aveva compiuto da poco 27 anni, ricevette la croce missionaria e insieme a Padre Giovanni Battista Anzer, partì alla volta della Cina. nel suo diario scrive:

«Non posso esprimere in parole quali profondi sentimenti riempivano il mio cuore, quando il Rev.mo Rettore ci ha impartito la sua ultima benedizione, quando il Nunzio Papale ci ha appeso al collo la croce missionaria, quando noi, chiamati dal nostro Salvatore, abbiamo offerto le nostre persone come suoi servi, quando abbiamo stretto la mano dei nostri confratelli per l’ultimo saluto. So che il 2 marzo 1879 si è talmente impresso nei miei ricordi che da considerarlo come uno dei più bei giorni della mia vita che mai si cancellerà dalla mia memoria finché la morte non chiuderà i miei occhi.»

Ma seguiamo Josef e i suoi pensieri nel suo lungo viaggio dall’Olanda alla Cina. Scrive nel suo diario:

«Con grande velocità la locomotiva a vapore ci porta attraverso sterminate pianure … e giunti a Wurzburg, città fortificata, abbiamo dovuto separarci e continuare da soli il viaggio, ognuno verso il proprio paese natale per poi ritrovarsi, dopo otto giorni, a Roma ….Nel frattempo non mi trovavo molto lontano dalla mia casa. Piene di amore mi guardavano le argentate montagne tirolesi. E il mio cuore capiva l’effetto giocoso che provocavano. Risuonava in me un’eco che nessuno può sentire se non il figlio delle montagne. Dopo che mi ero congedato a Innsbruck da alcuni cari amici, sono giunto, viaggiando di notte a Bressanone. Il congedo da Bressanone, dalla mia seconda patria e da molti dei miei più cari amici è stato veramente difficile.»

Struggente, nei suoi ricordo è il congedo dalla la famiglia e dai suoi luoghi di origine:

«Ora avanti “nel paese, culla dei miei antenati”. In un’ora e mezza mi sono venuti incontro il mio buon e vecchio papà e la mia cara mamma. Potevo leggere facilmente nei loro occhi quanto era difficile questo momento; ancora più difficile è stato il momento quando hanno saputo che potevo rimanere con loro solo due giorni. Alcuni incontri, visite alla scuola, alcune brevi parole alla comunità riunita dal Parroco ecc; e la sera del secondo giorno era purtroppo giunta. La scena del congedo nella casa paterna non la voglio descrivere. Ognuno se la può immaginare; solo non dimentico che anche il missionario è come qualsiasi altro uomo che ha un cuore sensibile in petto, che umanamente pensa e prova i sentimenti umani. E inoltre vede un buon e vecchio padre, una gentile e amabile mamma, otto cari fratelli e sorelle affranti dal dolore, in lacrime … Basta! Ho chiesto la benedizione paterna, ho dato ai miei parenti la mia benedizione sacerdotale, all’altare abbiamo sigillato ancora una volta la nostra santa alleanza, e via dalla mia cara Badia, forse per non rivederla mai più.»

Da Oies a Roma.

«Il Tirolo con le mie amate montagne, lentamente sparisce davanti ai miei occhi. Con grande velocità siamo passati da Verona, Bologna, Imola, Rimini, Foligno. Il 12 marzo finalmente alla ore 7 di mattina la Città Santa con tutto il suo splendore stava dinnanzi ai miei occhi estasiati. Mi è stato concesso di rimanere a Roma solo per due giorni; Ma quello che soprattutto avevo cercato a Roma lo avevo raggiunto. Ho potuto inginocchiarmi ai piedi del Vicario di Cristo , del Santo Padre Leone XIII. Il santo Padre ha impartito la sua benedizione su di me, sui miei parenti, sulla Casa Missionaria e tanti cari amici;… Il giovedì, 13 alle ore 10 di sera si è sentito già: “Salire!”: Roma, Foligno, Ancona per lasciare il giorno seguente l’Europa e proseguire il nostro viaggio in mare.»

Da Ancona ad Alessandria

«La mattina del 15 marzo comincia a diventare chiara. Il mio cuore è calmo e composto e indifferente; incomincia oggi il difficile viaggio di 36 giorni in mare. Noi due ci raccomandiamo, in ginocchio, ancora una volta alla Madre di Dio e all’Angelo Custode e ci portiamo al porto dove ci aspetta una grande nave a vapore inglese. Verso le 6 ci viene incontro, e punta solennemente verso il mare aperto, passato in mezzo a una quantità di vele altre navi a vapore. Non ci troviamo più in terra europea. Pensieri strani passano per la mia mente: Patri, amici e genitori lasciati! … e ora dovevo ricominciare in un paese straniero, conquistare nuovi amici, imparare nuove lingue, e dappertutto incominciare tutto daccapo! Quanto più piccole sono diventate le rive che separano e io guardavo indietro, con grande nostalgia, e con timore verso il futuro, tanto più opprimeva il pensiero: Ma che cosa hai fatto! Ma allora: Che cosa vuoi fare? Tu vuoi salvare anime per il cielo! Salvare! E il mio cuore ferito era guarito … Questi e altri simili erano i miei sentimenti che sorgevano nel mio cuore durante il viaggio di tre giorni da Brindisi ad Alessandria, e anche fisicamente non mi sentivo molto bene a causa delle oscillazioni della nave … Dopo aver festeggiato, ancora in mezzo al mare, la festa del mio patrono San Giuseppe, siamo sbarcati ad Alessandria all’alba del giorno 20
...

Ad Alessandria mi sono trovato davanti a un nuovo mondo. Forse non esiste altra città che si presenti così variopinta e ricca di novità come Alessandria. Appena la nostra nave è giunta al porto è stata circondata da una grande folla di impertinenti gondolieri, … Messo piede in terra ferma e controllati i nostri passaporti … siamo andati a visitare la città con la guida di un Padre Francescano … Dappertutto sulle piazze e sulle strade grande movimento come ci fosse perenne mercato. Vengono offerti ai clienti viveri, vestiti; Il cocchiere offre a servizio degli ospiti, il veloce mezzo di trasporto o la carrozza trainata da un povero asino con il dorso tutto insanguinato. E si vedono rappresentate tutte le nazioni, costumi e colori ecc ….»


Suez - Aden – Ceylon

«Verso le 6:30 di sera abbiamo lasciato Alessandria e siamo andati, con il treno, a Suez dove siamo arrivati già la mattina seguente … Appena giunti a Suez, abbiamo avuto la gioia di incontrare due compagni di viaggio, due missionari Francescani: P. Zeno dal Tirolo e P. Agostino dall’Olanda. Sulla nuova nave a vapore la situazione si presentava essenzialmente differente … Il maestoso rumoreggiare del mare è la nostra modesta musica spirituale, che alle orecchie del Creatore risuona certamente melodiosa. Stiamo viaggiando tra Asia e Africa verso il Mar Rosso. Qui il mare non presenta nulla di interessante. Le due coste a oriente e occidente, di solito, non si possono vedere a occhio nudo, o si scorgono come colossi rocciosi completamente brulli o come pianure di sabbia senza vegetazione. Il caldo si fa sentire già molto forte
...
La nave continua il suo viaggio calma su una superficie del mare praticamente tranquilla, per cui ci sentivamo come fossimo su terra ferma. Solo l’ultimo giorno, il 25., il mare era agitato come non l’avevamo mai visto,… Nella notte del 26 siamo dovuti correre, ancora assonnati, verso il porto, un pittoresco Ponto lontano circa un’ora e mezza dalla grande città Aden….»


Penang – Singapore – Hong Kong

«Siamo saliti di nuovo a bordo. La domenica del 6 aprile vengono tolte le ancore; il suono noioso del viaggio marino è ricominciato e, con il viaggio si è presentato anche un inseparabile compagno: il solito mal di mare. Il desiderio di veder sorgere presto il sole di Hongkong si faceva sentire in me sempre più. A Ceylon abbiamo dovuto cambiare la nostra nave spaziosa con una più modesta e Anzer ed io abbiamo dovuto essere stipati in una piccola stanza assieme a un Giudeo. Per poter celebrare la S.Messa, veniva allestita, dalle 6-8 ogni mattina, una cabina cosi povera e stretta da soffrire un caldo terribile durante la celebrazione, in un fumo soffocante e continuamente gettati di qua e di là dai sobbalzi della nave… Venerdì Santo, alle ore 12 la nave era di nuovo in viaggio verso l’equatore senza preoccuparsi del grande sudare e sospirare dei propri inquilini. Già fin dalla partenza da Steyl abbiamo accolto di cuore che, per questa volta, non sarebbe giunta al nostro cuore neanche un’esile eco delle migliaia di gioiosi Alleluia di Pasqua. Tanto più grande è stato il nostro giubilo quando il mattino della festa di Pasqua abbiamo raggiunto la punta meridionale di Malakka e siamo giunti al porto di Singapore
...
Il giorno seguente siamo entrati nel mare cinese per non fare altre tappe fino a raggiungere il nostro luogo di destinazione. Il mare cinese, nell’ambiente marinaro, ha una cattiva fama. Si racconta di ostilità, ribellioni e violenze. Infatti, anche se non abbiamo avuto nessuna tempesta, l’ondeggiare della nave era però così forte che mi ricordavano le scene delle prime ore del mio primo viaggio via mare e che è durato più o meno durante tutta la settimana. Il tempo era quasi sempre bello e gradevole; anche il caldo era sopportabile quanto più andavamo verso il nord. E così giorno dopo giorno il tempo era passato; Nessun’altra nave abbiamo potuto scorgere durante il lungo tragitto e il nostro sguardo non ha potuto vedere nessun’isola all’orizzonte; Acqua e sempre acqua. Finalmente è giunta l’ora della liberazione. Quando, il 20 aprile, appena alzati dal letto, si poteva scorgere la terra e, in poco tempo, abbiamo raggiunto il porto di Hongkong. Recitando il Te Deum in silenzio, col cuore pieno di gioia, siamo andati alla casa del Vescovo passando per le strade strette di una città orientale. La nostra meta era raggiunta. Come protegge il filo d’erba dalla violenta furia del vento, così Egli ha certamente condotto la nostra nave attraverso innumerevoli pericoli del grande oceano. Il suo occhio paterno ha vegliato su di noi giorno e notte; La sua benedizione paterna si è poggiata su di noi durante tutto il viaggio. Lodato sia il Signore per ogni cosa!.»


Dopo un viaggio di ben 5 settimane, i due arrivarono dunque ad Hong Kong: ben poco, tutto sommato, rispetto ai viaggi dei loro illustri predecessori: frate Giovanni da Montecorvino nel 1294 aveva impiegato ben cinque anni a fare circa lo stesso percorso!

( vedi: Frate Giovanni da Montecorvino, il primo vescovo di Pechino )

A Hong Kong i due sacerdoti prepararono la loro missione per i successivi 2 anni. La missione riguardava la zona dello Shandong del Sud, una provincia cinese del nord-est, con oltre 12 milioni di abitanti ed appena un centinaio di fedeli battezzati.

La vita e l’attività di Giuseppe Freinademetz coincide con “l’età dell’oro“ del colonialismo europeo. La Cina si vide obbligata ad aprire le sue porte all’Occidente dopo che le truppe britanniche uscirono vincitrici nella “guerra dell’oppio“ (1840-42). L’imperatore dovette firmare un trattato umiliante che permetteva ai mercanti europei di vendere oppio in tutto il paese e garantiva ai missionari, posti sotto il protettorato del potere coloniale, la libertà di diffondere la fede cristiana. Mentre il Portogallo manteneva la sua colonia di Macao, la Francia si assicurava posizioni di privilegio a Shanghai e in altri porti. Poco più tardi anche la Germania entrerà in questo gioco di pressioni straniere. In questo contesto politico e religiosamente ambiguo, e alla lunga funesto per la Chiesa, ebbe inizio il quarto tentativo di impiantare il cristianesimo in Cina.


Il primo tentativo ebbe luogo nel VII° e VIII° secolo. Fu la cosiddetta missione nestoriana che durò più o meno 200 anni.( vedi: Un prete di nome Adamo alla corte dei Tang)
Il secondo tentativo lo portarono avanti i francescani e i domenicani nel 13° e 14° secolo. Dopo circa 150 anni di promettente lavoro, la missione terminò come un torrente nel deserto.
(vedi: Mission impossible: il papa Innocenzo IV chiede a frate Giovanni di convertire la Cina)

Il terzo capitolo missionario della Cina fu aperto nel XVI° secolo con l’arrivo dei galeoni spagnoli e portoghesi. Fu una tappa luminosa, marcata dalla figure di Matteo Ricci e di un altro trentino Martino Martini. Ma anche questa volta ha Chiesa finì nella persecuzione e nel silenzio di quasi tutto il XVIII° secolo e parte del XIX°.

( vedi: Matteo Ricci: un genio più noto in Cina che da noi)

(vedi: Il più grande cartografo della Cina era un trentino, tal Martino Martini)

All’epoca di Giuseppe Freinademetz l’attività missionaria era coinvolta in una visione colonialista. La missione non aveva tracciato una linea chiara di distinzione tra la cultura europea e il messaggio evangelico. I missionari partivano per andare a insegnare agli ignoranti, a illuminare i popoli immersi nelle tenebre dell’errore e sottomessi al potere del demonio. L’obiettivo fondamentale consisteva nel predicare il Vangelo e battezzare per salvare anime; erano convinti inoltre, i missionari, di essere portatori di civiltà per gente in ritardo sui tempi. Risulterebbe pertanto anacronistico pretendere di vedere nella vita e nelle attività di Giuseppe Freinademetz quella visione e quel processo che oggi chiamiamo inculturazione. Nella sua epoca non aveva ancora avuto luogo una riflessione missiologica sui contenuti della fede e sulla figura di chi va ad annunciare il vangelo; tanto meno era stata presa in seria considerazione il patrimonio di storia e di cultura dei popoli ai quali si dirigeva l’opera di evangelizzazione. Tutto questo sarebbe venuto più tardi, con il declino dell’epoca coloniale e soprattutto con “l’aggiornamento“ del Concilio Vaticano II e la “riabilitazione” della figura e dell’opera di padre Matteo Ricci.

Tuttavia, quello che avvenne in Giuseppe Freinademetz fu un processo di profonda trasformazione interiore proprio nella direzione degli ideali richiamati dal concetto di inculturazione. Con ragione si può affermare che con il passare degli anni il tirolese degli inizi andò sparendo, per far posto a un Giuseppe Freinademetz genuinamente cinese. Di questo processo Giuseppe fu soggetto attivo, sempre aperto e generoso a mettersi al passo con l’azione di Dio nella sua vita, pronto a seguire gli stimoli che gli venivano dalla gente e dalle circostanze.

L’ambientamento nella nuova patria e la comprensione della gente fu per Giuseppe più ardua del previsto. Dalle lettere dei primi due anni si ricava una valutazione completamente negativa del popolo cinese e ancor più negativa delle loro credenze. Le pagode sono per lui templi del demonio e le pratiche religiose del popolo cinese superstizioni che devono essere superate per opera e in grazia della fede cristiana.

«Per noi europei - scriveva - i cinesi hanno ben poco di attraente, e, se non fossero animati da ben altre motivazioni, i missionari se ne ripartirebbero con la prima nave verso l‘Europa. Il missionario rimane sempre uno straniero. Il cinese ha un alto concetto di se stesso, è orgoglioso della sua razza e sente di far parte di una grande nazione. Non si inchina davanti allo straniero; tutt’al più lo disprezza. Per lui gli europei sono i “nasi lunghi“, i “diavoli“ che vengono dall’estero. L’adulto cinese ci deride in pubblico, i bambini ci gridano alle spalle. Sembra che perfino i cani provino un gusto particolare a rincorrerci e ad abbaiarci contro. Un anziano missionario mi disse: “Il missionario è odiato da molti, tollerato da pochi, amato da nessuno”».

Un’altra volta scrisse:

«Il carattere cinese ha per noi Europei poco di attraente... Il Cinese non è stato dotato dal Creatore con gli stessi talenti degli Europei, e al giovane missionario costa fatica non curarsi della loro finzione, della loro spietatezza e indifferenza. »

Uomo del suo tempo, certo, ma anche uomo che superò i pregiudizi della sua epoca, fino ad arrivare ad essere un modello di missionario per ogni epoca. La sua trasformazione interiore si produsse gradualmente, a partire dall’inserimento nel lavoro missionario concreto nello Shandong.

E’ ammirevole come Josef riuscì a uscire da questa mentalità piena di pregiudizi. Con costanza e cocciutaggine incominciò a studiare “il modo di pensare dei Cinesi, i costumi e le usanze cinesi, il loro carattere e qualità e chiamò questo “la trasformazione dell’uomo interiore” e intese, con questo, la sua propria conversione: il missionario, che prende congedo dalle sue proprie concezioni e si rivolge agli uomini prendendoli sul serio nella loro cultura, lingua, nel loro modo di pensare e di sentire. Ed era cosciente che questo:

«non avverrà in un giorno e nemmeno in un anno e non senza inevitabili e dolorose operazioni.»

Una delle qualità eminenti di Giuseppe fu la sua estrema bontà. Il suo vescovo, mons. Henninghaus, che visse con Giuseppe un’amicizia lunga vent’anni, scrisse:

«Possedeva una bontà che mai veniva meno e conquistava i cuori, quella pazienza inesauribile e quella carità che lo portava a dimenticare se stesso. I cristiani, specialmente i neofiti e la gente semplice gli erano affezionati come i bambini al nonno. Appena usciva da qualche funzione sacra, subito un gruppo di cristiani stringeva intorno a lui.»

Fu proprio questo amore alla gente che gli permise di cambiare opinione circa il popolo cinese. Affermava che non poteva essere un buon missionario chi non nutriva un profondo amore alla gente. Già nel 1884 scrive in una delle sue lettere:

«I cinesi sono un popolo intelligente, di buone capacità, anche i semplici contadini sanno esprimersi come fossero dottori.... in molte cose superano gli europei.»

Qualche anno più tardi scriverà:

«I cinesi sono un popolo meraviglioso che possiede eccellenti qualità e virtù.»

e ancora:

«Essere missionario in China è un onore che non cangerei colla corona d’oro dell’imperatore d’Austria»

(A quell’epoca il Tirolo, sua terra natale, apparteneva alla monarchia austro-ungarica).

Josef Freinademetz si identificava così tanto con i Cinesi, da assumerne appieno lo stile di vita nell'abitazione, nel vestire, nella pettinatura... Si diede anche un nome cinese, 福神甫 Fu Shenfu (sacerdote della felicità). I confratelli missionari sapevano che non tollerava giudizi negativi sui cinesi. Il suo vescovo sottolinea:

«Era arrivato ad essere cinese in tal misura che non voleva ascoltare niente di male che riguardasse i cinesi, proprio come una madre che non sopporta che si parli male dei figli.»

La sua “inculturazione” nel mondo cinese si intensificò a tal punto nel corso degli anni, che i suoi confratelli sollecitarono il Superiore Arnoldo Janssen a togliere questo uomo dalla Cina perché, con una tale mentalità, non si poteva più esercitare la missione. E’ importante notare, a mio giudizio, la profonda differenza tra il metodo di inculturazione adottato da Matteo Ricci, basato su una integrazione con la “intelligentia” dei letterati, basata sul principio della diffusione “dall’alto” della parola evangelica e quello di Freinademetz, molto più umile, basato sull’integrazione con la “gente comune” e quindi basata su un concetto di penetrazione “dal basso”. (vedi: Ricci: come fare diventare cinese anche Dio)
E proprio in questo aspetto della sua personalità che fu riconosciuta la sua santità, il non essersi fermato alle prime impressioni e pregiudizi, ma essersi fidato delle persone, così da percorrere egli stesso un cammino di conversione, egli che era andato in Cina per convertire i pagani del luogo. Come Paolo, l'apostolo delle genti, egli è davvero divenuto tutto in tutti.

Furono anni duri, segnati da viaggi lunghi e difficili, assalti di briganti e un lavoro arduo per formare le prime comunità cristiane. Appena riusciva a costituire una comunità che potesse camminare da sola, arrivava l'ordine del Vescovo di lasciare tutto e ricominciare in un altro luogo.

Josef ben presto comprese l'importanza dei laici come catechisti per la prima evangelizzazione. Alla loro formazione dedicò molti sforzi e per loro preparò un manuale catechistico in lingua cinese. Allo stesso tempo insieme al confratello Anzer, che nel frattempo era diventato Vescovo, si impegnò nella preparazione spirituale e formazione permanente dei sacerdoti cinesi e degli altri missionari.

Esistevano nello Shandong meridionale solamente poche comunità cristiane non fondate o sostenute da Giuseppe Freinademetz. Egli le visitava continuamente e per raggiungere le comunità lontane, doveva percorrere centinaia di chilometri. Per questi viaggi usava un cavallo o un asino. Un cristiano vecchio e mezzo cieco era il suo fedele accompagnatore. Il necessario l’aveva sempre con sé: i paramenti per la s. Messa, le lenzuola, i vestiti, ecc.

Nonostante i suoi viaggi e i molti suoi impegni, Freinademetz si prendeva sempre il tempo di comunicare in scritto al Vescovo le sue attività, testi da tradurre in cinese e la redazione di fascicoli, tra l’altro un riassunto della dottrina cattolica, l’allora usuale preghiere della Messa, regole per i responsabili delle comunità cristiane e per i seminaristi, riflessioni sul sacrificio eucaristico e sulla preghiera del breviario.

Nel 1898 il continuo lavoro e le molte privazioni presentarono il conto. Ammalato alla laringe e con un principio di tisi, dietro insistenza del Vescovo e dei confratelli, dovette trascorrere un periodo in Giappone nella speranza di ricuperare la salute. Ritornò in Cina rimesso un po’ in forze, ma non guarito. Quando nel 1907 il Vescovo dovette fare un viaggio in Europa, Padre Freinademetz dovette assumere l'amministrazione della diocesi. Durante questo periodo scoppiò un'epidemia di tifo. Giuseppe, come buon pastore, prestò la sua instancabile assistenza, fino a quando lui stesso si ammalò. Ritornò immediatamente a Taikia, (l’attuale Dai Jia Zuang), sede della diocesi, dove morì il 28 gennaio 1908. Venne sepolto sotto la dodicesima stazione della Via Crucis e la sua tomba presto divenne punto di riferimento e pellegrinaggio dei cristiani.

Il suo servizio missionario, durato quasi 29 anni fu un servizio di totale dedizione al popolo cinese: non ritornò mai in Europa e profetica fu una sua frase:

«Io amo la Cina e la sua gente e vorrei morire mille volte per loro... Voglio restare cinese anche in Paradiso.»

Padre Freinademetz seppe scoprire e amare profondamente la grandezza della cultura del popolo al quale era stato inviato. Dedicò la sua vita ad annunciare il vangelo, messaggio dell'amore di Dio per l'umanità, e a incarnare questo amore nella comunione delle comunità cristiane cinesi. Animò queste comunità ad aprirsi alla solidarietà con il resto del popolo cinese. Entusiasmò molti cinesi affinché si facessero missionari tra la propria gente, come catechisti, religiosi, religiose e sacerdoti. Tutta la sua vita fu espressione di quello che era un suo slogan:

«La lingua che tutti comprendono è l'amore».

Papa Paolo VI lo proclamò beato nel 1975, e il 5 ottobre 2003 padre Josef Freinademetz è stato proclamato santo da papa Giovanni paolo II. La sua casa natale di Oies oggi è diventata una meta per molti pellegrini ed ospita diverse reliquie, indumenti della sua Cina e alcune sue lettere. Il 5 Agosto 2008 anche Papa Benedetto XVI si è recato da Bressanone a Oies in pellegrinaggio, da dove ha lanciato un messaggio di apertura al Vangelo alla Cina.

Riferimenti bibliografici


http://www.freinademetz.it/index.php?page_id=1050&lang_id=1

http://www.ladinia.it/panorama/panorama.php?id=107

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