Dao De Jing

Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.
Dao De Jing, Lao Zi

mercoledì 29 gennaio 2014

La leggenda dei Cavalli Celesti: potenza di un mito







Nella Cina dei primi secoli  AC, una leggenda molto popolare parlava di una razza di cavalli magici, i Cavalli Celesti, slanciati ed imponenti, che correvano veloci più del vento, erano invincibili in guerra e provenivano direttamente dal paradiso. La credenza più comune considerava il cavallo come un parente stretto del drago, entrambi originati dall'acqua ed entrambi capaci di raggiungere il mondo soprannaturale degli immortali. Il cavallo è messo in stretta relazione sia con il Dio del Cielo sia con l'imperatore stesso, a formare un tramite di potere cosmico. Secondo alcuni studiosi infatti il cavallo assume in questo senso un importanza religiosa, come un sacro veicolo, che può innalzare colui che lo possiede allo stato di immortale, risiedente in cielo al fianco del Dio.

E qui si innesta la storia della passione incontenibile dell’ imperatore Wu Di per i Cavalli Celesti.

Da sempre i cinesi erano minacciati a nord da una popolazione formata da tribù nomadi, i Xiongnu, che antichissimi resoconti storici cinesi riferiscono discendere dalla prima dinastia cinese, la mitica dinastia Xia. Il loro territorio si estendeva dalla Siberia meridionale, la moderna Mongolia, la Manciuria occidentale e le odierne province cinesi di Gansu e Xinjiang. Questi nomadi erano considerati così pericolosi e distruttivi, che la dinastia Qin iniziò la costruzione della Grande Muraglia per proteggere la Cina dai loro attacchi.



Le relazioni fra le prime dinastie cinesi e gli Xiongnu erano complesse, con ripetuti periodi di confronti militari e intrighi alternati a scambi di tributi, commercio e matrimoni combinati a scopo politico.  Alcuni storici ipotizzano che gli Unni che invasero l’Europa ne IV secolo d.C. siano parte dei Xiongnu migrati verso ovest dopo la definiva sottomissione delle tribù orientali da parte dei cinesi. Come popolo nomade con un'ampia area di spostamento, i Xiongnu  erano bravi in combattimento mobile sopra i cavalli. I Cinesi, popolo agricolo sedentario, avevano difficoltà ad uguagliare la loro abilità. Erano privi di razze di cavalli adeguate a formare una buona cavalleria.
Nei confronti dei Xiongnu, i primi imperatori della dinastia Han non volendo impegnarsi in operazioni militari rischiose, preferirono adottare una politica di “pace ed amicizia” inviando loro doni (sete, alcool, riso) e spose di sangue imperiale. Tale politica non riuscì ad impedire tuttavia che i cavalieri Xiongnu compissero con sempre maggiore frequenza scorrerie in territorio cinese, devastando i campi e saccheggiando le città.

L’avvento la trono dell’imperatore Wu Di  (140-87 a.C.) segnò una svolta nella storia della dinastia Han: nel corso del suo governo, durato oltre cinquanta anni, il governo imperiale riprese una politica di deciso intervento, sia all’interno che all’estero, in nome di una concezione dell’impero che per molti aspetti ricordava quella di Qin Shi Huang Di.

Il primo obiettivo di Wu Di fu quello di liberarsi della costante minaccia dei Xiongnu. Nel 129 a.C. fu lanciata un’offensiva contro di loro, che culminò due anni dopo nella riconquista dell’ Ordos, (una provincia della Mongolia Interna) dove furono stabiliti due governatorati; centomila coloni furono trasferiti nella regione per popolarla [quella di trasferire persone da est a ovest nella Cina è quindi un uso antico!. N.d.A]. Successivamente le truppe imperiali intrapresero la conquista del Gansu e costrinsero i Xiongnu a spostare verso nord il loro centro politico e militare.
Intanto, nel 126 a.C. era tornato a Chang’an  Zang Qian che dodici anni prima, nel 138 a.C. era stato inviato con un centinaio di uomini in cerca dei Yuezhi allo scopo di stabilire un’alleanza in funzione anti-Xiongnu.

(la vicenda di Zang Qian ve la ho già raccontata in:

La missione di Zang Qian si era rivelata un totale fallimento,: tuttavia, l'emissario tornò in Cina privo di un'alleanza, ma ricco di informazioni geografiche, economiche, militari e antropologiche di molti città e paesi dell'Asia centrale tra i quali “Da Yuan” o Ferghana [attuale Uzbekistan].
L'emissario raccontò inoltre di aver visto in quei paesi dei cavalli assolutamente straordinari, che correvano più veloci del vento .

Nel 119 a.C. l’ ormai attempato Zang Qian fu inviato nuovamente in missione, questa volta per stabilire contatti con il popolo degli Wusun, che si era stanziato nella valle dell’Ili [attuale Kazachstan sovietico]. Avevano anche loro allevamenti di purosangue e forse potevano persuaderli di attaccare i Xiongnu alle spalle. Il vecchio Zang diede prova della sua forza di carattere costringendo il loro re a prostrarsi. Poi l’ambasciatore disse che al Figlio del Cielo sarebbe piaciuto ricevere in dono i cavalli: il re ne avrebbe mandati volentieri qualcuno, ma pretendeva in cambio una principessa imperiale. Ricevuta questa notizia, Wu Di consultò il Libro dei Mutamenti ed il libro, molto opportunamente gli rispose: «I Cavalli Celesti verranno dal Nord-Ovest» e così Wu Di barattò una principessa imperiale con i destrieri mandandola a vivere nelle ignote regioni dell’Estremo Occidente. Inutile dire che la principessa si trovò molto male in quelle terre lontane, sposa di un re oltretutto anziano.


L’imperatore invece idolatrava i Cavalli Celesti, finché un brutto giorno le sue spie gli annunciarono che i cavalli dei Wusun non erano propriamente dei Cavalli Celesti: quelli veri appartenevano al re di Fergana, che li custodiva gelosamente nella sua capitale. Le loro criniere scendevano fino ai ginocchi e le loro code spazzavano il terreno: avevano una doppia spina dorsale come le tigri e degli zoccoli come un grosso polso. Quando il sole era allo zenit sudavano sangue. Erano capaci di tenere dietro al moto del sole e di percorrere in un giorno mille li [circa 500 Km]. L'imperatore, fortemente impressionato, decise allora di inviare nello stato del Ferghana una delegazione pacifica carica di oro e regali preziosi, ma la missione si rivelò un totale fallimento in quanto, dopo il lungo e stremante viaggio, una volta arrivati a destinazione, l'oro e i doni furono sequestrati, parte della delegazione uccisa e nessun cavallo rilasciato. 

Quando Wu Di venne a sapere del nuovo fallimento, divenne furioso e nonostante i suoi consiglieri lo supplicassero di rinunciare alla missione, lui organizzò una seconda spedizione, questa volta di carattere militare, per la quale furono impiegate innumerevoli risorse e tremila soldati. Nel 104 a.C. la spedizione partì alla volta dello stato di Ferghana per costringere con la forza il re a rilasciare i preziosi stalloni. L’impazienza dell’imperatore, tuttavia, fu pagata a caro prezzo.  La spedizione purtroppo venne organizzata affrettatamente, per cui molti soldati morirono nel deserto e pochissimi raggiunsero la destinazione, dove ancora una volta vennero derubati, catturati e respinti. Dopo due anni i superstiti di ritorno riportarono l'infausta notizia e l'imperatore furioso – come se non bastasse - diede ordine per loro di esilio o morte.

Nel frattempo il popolo nomade Xiongnu stava attaccando al confine settentrionale dello stato Han e la situazione alla frontiera stava peggiorando. Non pago dello smacco recente e nonostante le sempre più pesanti pressioni da parte dei consiglieri di corte, l'imperatore non volle rinunciare al suo progetto e nel 102 BC, dopo aver imprigionato i suoi oppositori, inviò un immenso esercito di 60.000 uomini in Asia Centrale insieme a migliaia di servi e più di 30.000 cavalli e bovini. Svuotò le prigioni per arruolare anche i delinquenti, organizzò un servizio di sussistenza con carri di riso bollito ed essiccato che doveva rifornire l’esercito per tutta la durata del viaggio.

Una volta giunto in Fergana, l’esercito cinse d’assedio la capitale: un squadra di ingegneri idraulici deviarono i corsi d’acqua che alimentavano la città ed alla fine, gli abitanti stessi uccisero il vecchio re accettando la richiesta di donare i Cavalli Celesti in cambio della sospensione dell’assedio. I soldati Cinesi istituirono un nuovo re per lo stato di Ferghana, che da quel momento diventò un protettorato cinese e selezionarono diverse migliaia dei cavalli migliori e diverse migliaia di stalloni di qualità minore. Sulla via del ritorno, l'esercito Cinese ricevette doni ed onori dagli stati attraverso i quali passava, che saputo della loro vittoria su Ferghana, accettarono di diventare protettorati dell'impero Cinese. 

E così, a prezzo di enormi spese e col sacrificio di migliaia di uomini, l’imperatore Wu Di poté soddisfare il suo desiderio di possesso dei Cavalli Celesti. Con l'aiuto di questi cavalli, la Cina fu capace di costruire le sue difese e sopravvivere agli attacchi dei Xiongnu. Tuttavia l'imperatore selezionò i cavalli migliori e non li impiegò in battaglia:  li custodì gelosamente nelle proprie scuderie.

L'arrivo dei cavalli in Cina assunse inoltre più di un significato militare, e divenne oggetto di poesie e musica utilizzati per riti celebrativi.

Data l'evidenza di così grande interesse verso questi cavalli, alcuni interrogativi nascono spontanei: qual è stata la vera ragione per questa campagna militare di Han Wu Di in Asia centrale? Qual era il valore reale dei cavalli del Ferghana e che cosa rappresentavano per i loro proprietari originali e per lo stesso Imperatore? I cavalli celesti erano bestie misteriose, oggetti del desiderio per i re dell'Asia, apprezzati al punto di provocare la morte di innumerevoli persone, e la perdita di enormi quantità di ricchezza per il loro acquisto. La loro popolarità può quindi essere compresa solo analizzando il contesto storico in cui il loro mito venne coltivato.


Durante il regno di Han Wu Di, il culto taoista degli immortali subì uno sviluppo rapido e sorprendente. L'intensificazione della ricerca dell'immortalità da parte dell'imperatore ne favorisce la divulgazione in tutte le classi sociali. L'intensità senza precedenti con cui veniva praticato il culto è visibile nel tentativo dell'imperatore di raggiungere i due luoghi in cui si credeva che gli immortali risiedessero, (le isole della Cina estremo orientale come Penglai e la cima del monte Kunlun nella Cina Occidentale) per ricercare la ricetta dell'immortalità. Il fallimento della delegazione orientale nel primo periodo del suo regno e la conseguente apertura e  consapevolezza delle terre occidentali dopo il ritorno del messo Zhang Qian, aumentò la speranza dell'imperatore nella ricerca ad Occidente. Così come la ricerca dell'immortalità aumentò di intensità, nuove credenze vennero sviluppate presso la corte di Han Wu Di, che pianificò l'acquisto dei cavalli del Ferghana non soltanto per la loro superiorità militare.

Nel cuore di Wu Di infatti, oltre al desiderio di avere dei cavalli da guerra validi per contrastare le scorrerie dei Xiongnu, l’idea dei Cavalli Celesti alimentava anche la sua ossessione per l’immortalità: si narrava infatti a quei tempi che tali cavalli fossero magici e fossero capaci di condurre i loro cavalieri tra le braccia celesti dei loro antenati: e l’imperatore sognava infatti: “Mi solleveranno e mi porteranno alla Montagna Sacra, dove raggiungerò la Terrazza di Giada”


Fonti

Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, Milano, 1990
M.Sabbatini, P.Santangelo, Storia della Cina, Laterza, bari, 2003

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